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Interismi - Beppe Severgnini (2002)

 

Altri Interismi - Beppe Severgnini (2003)

 
Manuale dell'imperfetto sportivo - di Beppe Severgnini - (2003)
 
Italians, la rubrica di Severgnini su www.corriere.it
 
Qui si possono acquistare tutti i libri di Beppe Severgnini
 
 

L'Inter... commentata da Beppe Severgnini


Alcuni brani "nerazzurri", tratti da articoli
di Beppe Severgnini
 
  • INTERdetti - di B.Severgnini, tratto da “Italians”  di Martedì, 7 ottobre 2003
 

Beppe Severgnini: cenni biografici-

 

SevergniniBeppe Severgnini (segni particolari: Interista doc)  è editorialista del "Corriere della Sera", dove tiene la rubrica "Italians", e ha scritto su "The Economist", per cui è stato corrispondente in Italia dal 1996 al 2003. Scrive per la Gazzetta dello Sport. Ha dedicati all'Inter due veri bestsellers:“Interismi” (2002) e “Altri interismi” (2003)

E' nato il 26 dicembre 1956 a Crema (Cremona), dove ha studiato fino alla maturità classica. Laureato in diritto internazionale a Pavia, dopo un tirocinio presso le Comunità Europee a Bruxelles, Severgnini è stato corrispondente a Londra per "il Giornale" di Montanelli (1984/1988). Ha poi viaggiato in Europa dell'Est, Russia e Cina (1988/1993) e ha lavorato a Washington per "la Voce" (1994/95). E' consigliere del Touring Club Italiano e socio dell'Aspen Institute. Ha insegnato nell'Università di Parma (1998) e all'Istituto Studi Superiori dell'Università di Pavia (2002), che quattro anni prima l'aveva scelto come "laureato dell'anno".  Nel 2001 è stato insignito da Elisabetta II del titolo di Officer (of the Order) of British Empire, O.B.E. Nel 2004, a Bruxelles, è stato votato "European Journalist of the Year".

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Il suo sito ufficiale: www.beppesevergnini.com

Italians: la sua rubrica su www.corriere.it

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Articoli e citazioni
 

Il gioco è proprio finito, il calcio non diverte più - ITALIANS - Giovedì, 14 aprile 2004

 

Ogni interista si chiedeva, nei giorni scorsi: cosa c'è di più orribile che uscire dalla Champions League contro il Milan, per la seconda volta in due anni? La risposta è arrivata martedì sera. Abbiamo perso la partita, la coppa e la faccia. Tra tutte, questa è la cosa che secca di più. Uso la prima persona plurale perché ogni tifoseria condivide qualcosa: tanti ricordi, molte patetiche illusioni, qualche responsabilità. Avevo davanti due famiglie con bambini, a San Siro: vederli scappar via coi cappotti in testa mi ha umiliato, più del gol di Sheva o di quello annullato (ingiustamente) a Cambiasso. Ieri abbiamo letto e ascoltato una litania di "non-si-può-andare-avanti-così!". Storie: si può eccome. Si va avanti così perché si vuole andare avanti così; altrimenti, si andrebbe avanti diversamente.
Eppure era cominciata bene, martedì'. La curva milanista aveva esibito simpatiche coreografie nordcoreane, quella interista una mappa d'Europa e cori possenti. I bambini presenti - tanti - stavano a bocca aperta, perché San Siro in notturna mette i brividi. Questa serata - pensavano i genitori - non se la dimenticano più!
Previsione azzeccata. E' bastato un gol annullato da quell'arbitro col nome da ciclista per scatenare il caos. Era un pretesto, ovviamente. Ma non è la prima volta che dentro e intorno gli stadi italiani succede il finimondo (anche ieri, a Torino). Da anni arriva in campo di tutto: c'era bisogno di aspettare il disastro in mondivisione per decidere di sospendere le partite al primo lancio di petardi o fumogeni?
E le società, perché, non intervengono? Risposta multipla. Perché sono ricattate. Perché hanno paura. Perchè non sanno cosa fare. Perché fare qualcosa costa. Perché la politica frena. Perché la magistratura non collabora (cito dal pezzo profetico di Tosatti, mercoledì: "Sapete che i fumogeni si possono portare in campo 'basta che non siano tirati'?") Infine, e fondamentale: perché gli eccessi delle tifoserie sono tradizionali e, sapete com'è, le tradizioni non si possono cambiare. Ricordo trasmissioni TV, articoli, libri: persone pacifiche finiscono per giustificare il tifo violento in quanto spettacolare, artistico, letterario, eccitante, futurista, quasi igienico.
E' inutile dire che a San Siro il casino l'hanno fatto "pochi isolati". Non erano isolati, e non erano pochi. Scrive Rocco Pozzi (roccopozzi@yahoo.com): "Mi piacerebbe che per una volta non si parlasse dei 'soliti cento idioti'. Io c'ero, e quasi tutta la curva lanciava bottiglie, fumogeni accendini verso la porta di Dida." Anch'io c'ero, e dico: mettiamo siano stati solo (solo!) in trecento. Se la curva non li isola, diventa complice. Non solo quella dell'Inter, ovviamente: tutte le tifoserie d'Italia devono capire che c'è un confine. Una cosa sono la passione, i cori e l'adrenalina; un'altra il lancio di oggetti e razzi, gli slogan razzisti e la violenza. Dite che questa distinzione non si può fare? E vi divertite così? Bene: allora si chiude la baracca.
Uno striscione della curva rossonera diceva: "Game Over". Loro intendevano: è finita, noi siamo meglio di voi. Hanno invece scritto inconsapevolmente, in inglese, un epitaffio italiano. Game over. Il gioco è finito. Quello del calcio, intendo. Questo è un'altra cosa, e non ci diverte più.

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In attesa del 14simo - ITALIANS - Venerdì, 01 aprile 2005

 

Carissimo Beppe,
sono il «webmaster» di un sito dedicato alla nostra tanto grande quanto imprevedibile Inter. Tu sei il giornalista che più di ogni altro ha saputo descrivere l'altalena di emozioni che accompagna la vita di ogni interista, perciò ho dedicato a te una pagina del mio sito. Ci sono alcuni tuoi articoli, tue acute osservazioni, tue illuminanti definizioni. So che ultimamente preferisci seguire «in silenzio», ma spero che tu stia comunque elaborando il tuo più atteso capolavoro: quello dedicato al nostro sospirato 14simo scudetto. Devi sapere che io sono sardo e, nella mia zona, la regola è tifare Cagliari (giusto) o Juve (ahi). Io per l'appunto sono nato in una famiglia formata da padre, madre, più sette tra fratelli e sorelle (escludendo me) tutti juventini, dal primo all'ultimo. Da piccolo ero considerato una sorta di incomprensibile anomalia, di bastian contrario, la «pecora nera» (nerazzurra), ma ho resistito impavidamente a lusinghe e punizioni, e sono fiero di appartenere al gruppo di quelli che non si arrendono, che non mollano, che sanno aspettare. Se però anche mia figlia, che ha dieci anni e mi crede sulla parola, potesse vivere l'emozione di quando la tua squadra arriva allo scudetto, allora sarei davvero felice. So che mi capisci.
Complimenti per il tuo lavoro. (da Serafino Pisanu)

Risposta di Beppe Severgnini:
Grazie Serafino. Il prossimo libro esce in giugno, e non riguarda l'Inter: ma non escludo di tornare sull'argomento. Ho già pronto il titolo: «Interismi ed entusiasmi», oppure «Tripli interismi» (con un salto mortale tipo Martins in copertina). In altre parole: non dipende da me, ma dall'Inter.

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Inter di Mancini - ITALIANS - Sabato, 13 novembre 2004

 

L'Inter è l'unica squadra dell'universo capace di trasformare l'imbattibilità in un dramma. Ammettiamolo: ci vuole del genio. Altro che «morbo nello spogliatoio», come dice il vice-allenatore. Questa è arte, e rarefatta follia: quella che rende noi interisti ammirevoli, e moltiplica la leggenda. Una follia che avrebbe ispirato Italo Calvino. Ma il Barone Rampante, quello che viveva sugli alberi, era prevedibile come un contabile, rispetto alla F.C. Internazionale. Meglio il Visconte Dimezzato (Medardo, visconte di Terralba, diviso in due metà perfettamente simmetriche da una palla di cannone). Sembra una buona allegoria dei pareggi che ci perseguitano. Nove su undici partite, due sole vittorie, nessuna sconfitta, la classifica che sappiamo. Guardate che quella dell'imbattibilità tragica è davvero stupenda: non riesco a immaginare altre squadre al mondo che riescano a inventarsi qualcosa del genere. Sette rimonte subite in campionato: credo che ogni interista, in questi giorni, stia cercando di mettere ordine tra i suoi sentimenti. Vince la delusione, seguita dallo stupore e dalla rabbia? O è più lo stupore, seguito dalla rabbia e dalla delusione? Io scelgo quest'ordine: stupore (assoluto), delusione (solita), rabbia (attenuata dall'abitudine).
Scrivo da Atlanta - mattino umido, cielo grigio come l'umore di Mancini - dopo due settimane di viaggio negli Stati Uniti. Dovunque - negli aeroporti e per strada, da Miami a San Francisco - trovo tifosi nerazzurri. Certo: ricordano Ronaldo e amano Adriano. Citano i Red Sox di Boston, vincitori dopo 86 anni, e chiedono quando toccherà a noi (risposta: boh). Si riuniscono carbonari nei bar per vedere le partite, come raccontava Gianni Riotta sulla "Gazzetta". Ma, sotto sotto, anche gli interisti d'America sembrano consapevoli d'appartenere a una specie protetta: quella dell'impresa impossibile (anzi, visto che sono qui: Mission Impossible). In patria - lo so - non è diverso. A "Italians" che non è una rubrica sportiva, ma ogni tanto accoglie cuori infranti nerazzurri - è arrivata questa email, firmata Riccardo Bullio (r.bullio@tin.it): «STATISTICA INTER 2004-2005 - CONSIDERANDO LA ROSA AMPIA, L'INCIDENZA DELLE SQUALIFICHE, LA MEDIA PONDERATA DI INFORTUNATI E LE NUMEROSE COMPETIZIONI ALLE QUALI PRENDIAMO PARTE, SI DETERMINA CHE SONO ANCORA A DISPOSIZIONE DEL TECNICO CIRCA 431 FORMAZIONI INEDITE». Ebbene: questa non è la solita barzelletta riciclata. Questa è autoironia raffinata, degna di una tifoseria letteraria, consapevole dell'imperfezione del mondo. Avere Adriano capocannoniere ed essere quasi doppiati dalla Juve. Ci vuole del genio, credetemi.
Scrivere queste cose non è un'ennesima dimostrazione del masochismo interista: è semplicemente una tecnica di sopravvivenza (sportiva). Notate che non esprimo giudizi sulla campagna-acquisti o sulla conduzione di Bobby Mancini: non ho partecipato alle sviolinate estive, evito di suonare oggi i tamburi di guerra. Mi limito a osservare da lontano, fedele e ottimista come un vecchio bolscevico.
Bene, basta così. Domenica c'è il Cagliari, pari punti con noi. Se dovessimo vincere ci sarà qualcuno che, sotto sotto, si dispiacerà: il decimo pareggio o la prima sconfitta sarebbero esiti più estrosi. Ma la maggioranza di noi dice: grazie, anche per quest'anno abbiamo dato. Adesso vediamo di portare a casa i tre punti. Sono meno artistici, ma ci servono

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Articolo pubblicato dopo la sconfitta con l'Arsenal - Novembre 2003
 

"Nessuna squadra sa fare altrettanto male ai propri tifosi.  Non è crudeltà: è interismo allo stato puro, una categoria filosofica ancora poco studiata. Pensateci: una normale sconfitta trasformata in una leggendaria disfatta in quattro minuti, per di più in una lugubre serata di novembre, per di più col solito Vieri immusonito, per di più con la Juventus alle porte, per di più dopo aver fatto dieci punti  in quattro partite di campionato. Ma questa è l'Inter, l'unica squadra che, come Matrix, ha creato un universo parallelo dove la gente fa harakiri, si rialza, sorride, poi si infilza di nuovo e stramazza al suolo.
Voi penserete, a questo punto, che io commenti la partita: non posso. Per la prima volta, martedì sera, sono uscito a cena durante un incontro di coppa dell'Inter. Motivo: premonizione. Sì, perchè gli interisti ormai hanno un radar che l'aereo invisibile Stealth se li sogna.  Quando abbiamo visto Ronaldo ai mondiali col perizoma di capelli in testa, l'anno scorso, abbiamo capito: guai in vista.  Quando abbiamo sentito, in settimana, quell'arietta euforica dopo il cappotto alla Reggina - che, con tutta la simpatia, non è il Real Madrid - abbiamo pensato: ahi. Ma temevamo una puntura, non una randellata così.
Qual'è il problema? Se lo sapessi, mi candiderei come psicoanalista ufficiale della società ( a proposito, ce n'è uno? Se non c'è, trovatelo !).  Non penso - come giurano i soliti gentiluomini, specialisti nello scalciare l'uomo a terra - che dipenda dal presidente Moratti.  Non ho mai creduto - datemene atto - che dipendesse solo dall'allenatore.  Probabilmente manca un uomo in campo che impedisca agli altri di perdere la testa in certe situazioni (un Ferrara, un Maldini, un Totti).  Gli unici candidati sono Javier Zanetti, ma è troppo buono. E Bobo Vieri, ma è troppo occupato a tenere il broncio.
Va be', è fatta. Alberto Zaccheroni, che è bravo e serio, dice: bisogna andare avanti ! Io rispondo: bella scoperta, cosa vogliamo fare, andare indietro? Inventarci una sorta di rewind in cui riviviamo la partita di martedì, e poi quella del derby col Milan, e poi una serata a Barcellona, e poi quella partita al Delle Alpi, e magari una certa partita con la Lazio ? Basta: ormai la nostra faccia somiglia all' Urlo di Munch. Andate a vederlo quel quadro e capirete.
I non-interisti tra i lettori diranno: ma cambiate squadra ! Impossibile, ci piace questa. Ci regala emozioni uniche, che vanno dall'angoscia all'estasi, passando per la preoccupazione e la serenità. A proposito di serenità: se riuscisse a durare un'intera settimana, non sarebbe male."

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Già rimpiango Cuper, dal "Corriere della Sera", 20 ottobre 2003

 

Cuper va, viva Cuper. Sarà che la notizia arriva mentre sono in Brasile, e la distanza rende sentimentali, ma confesso: è come se partisse un parente. Uno zio strano, di quelli che ti fanno arrabbiare, e non capisci dove diavolo vadano a prendere certe idee o certe pettinature: eppure gli vuoi bene. L'Inter di questi anni è stata la sua faccia argentina. Quell'impasto di tristezza e orgoglio, quello sguardo da marinaio che aspetta il prossimo imbarco seduto sopra il suo baule, e continua a sognare isole che non ci sono. Epilogo inevitabile? Probabilmente. Buona sostituzione? Certamente. Benvenuto Zaccheroni, di cui sono un sostenitore da tempi non sospetti. Una volta mi ha raccontato d'essere cresciuto in una famiglia interista dentro la "Pensione Ambrosiana" di Cesenatico. A un tipo con un curriculum del genere si perdona tutto: un'orrenda domenica del 2002 (quand'era allenatore della Lazio) e un seccante scudetto nel 1999 (quando allenava il Milan). Ma è bene che Zac lo sappia: sostituisce un monumento. Non date retta a Ronaldo, che ha perso un'altra buona occasione per star zitto (non è mai stato forte di testa, si sa). Cuper è stato, con Simoni, un allenatore che ha voluto bene all'Inter, e noi interisti abbiamo voluto bene a loro. Da troppo tempo non vinciamo, è vero, come i Boston Red Sox e i Chicago Cubs nel baseball. Ma come quelle due squadre, l'Inter è amata, seguita, stimata: un miracolo letterario. Roba capace di mandarti in estasi e in bestia a distanza di mezz'ora: come l'Italia, in fondo.
Di questo romanzo nerazzurro, Hector Cuper è stato il protagonista. Un protagonista imperfetto, ma capace di occhiate transatlantiche e silenzi loquaci. Una volta l'ho paragonato a un monaco medioevale, una sorta di Guglielmo da Baskerville nerazzurro (il novizio Emre, naturalmente, è Adso da Melk). Forse perché l'Inter è un'idea cattolica: caduta, pentimento, assoluzione, sollievo, estasi, nuova caduta (la Juve è protestante: la serietà, il lavoro premiato, la scarsa sensualità. Il Milan è metodista: resta da capire qual è il metodo). Con Cuper se ne va un uomo complicato, un tipo di difficile interpretazione. La prima volta che ci siamo incontrati invece di rispondere al mio «Buongiorno», mi ha chiesto a bruciapelo: «I giornalisti possono essere obiettivi?». Gli ho risposto di non preoccuparsi: con l'Inter, non ci provavo nemmeno. Ma la sua intensità mi ha colpito. Uno come lui non poteva andarsene in maniera normale. Doveva sfiorare il cielo (Highbury, tre a zero all'Arsenal) e precipitare in una serata bresciana, come un angelo scalognato. Se il calcio è la fantasticheria degli adulti (non l'unica), Hector Cuper ha fornito spunti a volontà. Il poeta, lo psicanalista e il boia che si nascondono in ogni tifoso hanno potuto divertirsi. Mi ha scritto un amico interista qualche ora fa: «Adesso possiamo anche andare in B, ma senza le idiozie di quel mulo. Ha fatto andare via Ronaldo, ha cacciato Crespo; ha umiliato Recoba; ha liquidato Dalmat. Alla prima occasione tiene fuori Cannavaro; non mette dentro Martins nelle partite dove può dare il meglio; vuole le ali e non le fa giocare; considera Helveg il salvatore della patria; scarica Di Biagio come un ferrovecchio, brucia Pasquale. Potrei continuare, ma adesso vado a ubriacarmi d'acqua minerale». Si potrebbe obiettare che Ronaldo e Crespo se ne sono andati da soli; e dove sono finiti Dalmat e Recoba bisognerebbe chiederlo a loro. Ma non è questo il punto. Il punto è che Cuper provoca passioni violente, e le regge. Se i laziali se la prendessero allo stesso modo con Mancini, avrebbero l'impressione di commettere un infanticidio.
Lo scrivo e passo oltre, perché oggi lo diranno in tanti: il calcio italiano perde qualcosa. Non sono molti i personaggi che riescono a farsi ricordare per quello che sognano, e non per quello che gridano: Hector Cuper era uno di questi. La sua avventura professionale da Valencia a Milano lo ha portato sotto la vetta del calcio europeo; e dev'essere dura, scendendo, vedere qualcun altro che pianta la bandiera. Non so quanta responsabilità abbia Moratti, quanta i giocatori e quanta Cuper: ma capisco che non potendo licenziare un'intera squadra e chi la paga, in certe occasioni tocchi all'allenatore, che è pagato (bene) per prendersi questi rischi. Però, ripeto: mi dispiace. Avrei voluto vedere Fratello Ettore il giorno in cui vinceva qualcosa. Avrebbe rifatto la faccia che aveva uscendo dallo stadio dell'Arsenal: una gioia incredula e dolente, più da filosofo che da condottiero. Neanche il successore - devo dire - ha l'aria militaresca di Capello o Lippi, il Donald Rumsfeld del Delle Alpi. Alberto Zaccheroni rientra nella categoria degli allenatori-poeti. Ha conosciuto l'irriconoscenza umana, ed è capace di venire al Salone del libro di Torino e ascoltare per due ore un giornalista che gli spiega cose che sa già (a proposito: grazie). Aspettando un incarico, Zac ha accettato d'occuparsi dell'Osvaldo Soriano Football Club, la scalcinato, romanticissima squadra nazionale degli scrittori. C'è un po' di Argentina anche in Romagna, quindi; e va bene. L'Inter con lui vincerà? Me lo auguro, e so che sarà bellissimo. Ma tutto è (ri)cominciato con Cuper. D'accordo: forse ha sbagliato schemi e cambi; probabilmente non ha centrato gli acquisti e le cessioni; quasi certamente ha trasmesso il suo nervosismo febbrile all'Inter, che non ne aveva bisogno. Ma, come mi hanno detto molti giocatori, con lui l'Inter ha smesso d'essere un pollaio, ed è diventata una squadra.
Diceva il gaucho Martin Fierro, suo connazionale: «Más que el sable y que la lanza / suele servir la confianza / que el hombre tiene en sí mismo» . «Più che la sciabola e la lancia / la fiducia suol valere / che in sé l'uomo sa d'avere». Quindi coraggio, don Hector, e buon viaggio. Gli interisti non dimenticano.

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INTERdetti - da Italians di Martedì, 7 ottobre 2003

 

Ho sempre difeso Cuper: ma ora non me la sento. Sono moralmente col terzo anello rosso centrale: la squadra che ho visto domenica sera era agghiacciante. Avere le ali (Kily, Van der Meyde) e tirarle fuori per inserire due terzini. Lasciare il povero Adani solo contro il «pesce veloce» Sheva. Avere Martins (che nel primo tempo avrebbe avuto spazio) e metterlo dentro nel secondo tempo (gran gol, comunque). Sfiancare il povero Emre. Non dare un pallone decente a Vieri. Eccetera. Farsi mettere sotto dal Milan - che continuo a considerare una squadra normale e battibile - sta diventando un'abitudine. E non mi piace proprio per niente. I figli cominciano a vacillare. Severgnini Jr. ieri mi ha chiesto se lo porto a San Siro per Inter-Roma, e ho il sospetto che stavolta non me l'abbia chiesto per vedere l'Inter...
Dimenticavo. Mi hanno riferito che domenica sera a San Siro c'era uno striscione che diceva: «Severgnini: scrivi che ci passa!». Ringrazio commosso. Ma se l'Inter va avanti così mollo la scrittura, e mi do al gospel.

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Ventisette motivi per cui dobbiamo accettare il Milan - da Sportweek, Sabato, 7 giugno 2003

 

1. Perché se non l'accettiamo, cosa cambia?
2. Perché ha aiutato gli juventini a capire come ci sentiamo a volte noi interisti
3. Perché con sei coppe può aprire una salumeria
4. Perché a Manchester ha vinto il calcio italiano (onestamente: m'importa poco, ma come facevo a non scriverlo?)
5. Perché i tifosi rossoneri sono stati ammirevoli. Quel Trofeo Berlusconi International sembrava una finale di Champions League!
6. Perché quegli ammirevoli tifosi hanno la memoria corta. Un mese fa dicevano che Ancelotti era «un perdente» e Sheva «un giocatore finito». E noi a dirglielo, che non era vero...
7. Perché il Milan ha conquistato la Champions vincendo solo una delle ultime cinque partite (con l'Ajax, all'ultimo minuto). E non s'era mai visto nessuno tanto felice dopo quattro pareggi
8. Perché se l'Inter è Paperino (simpatico, misantropo, un po' matto), la Juve è Gastone (bello, ricco, fortunato) e il Milan è Paperoga (rosso, nero, casinista), il finale di questa storia sarebbe piaciuto a Walt Disney
9. Perché quest'anno era destino che noi interisti dovessimo ascoltare i clacson e i cori di tutti quanti, mentre cercavamo di addormentarci
10. Perché Gattuso, che contro l'Inter sembrava Beckam, contro la Juve pareva Nedved. Cosa gli hanno fatto? Se è merito della barbetta, la facciamo crescere anche a Guly
11. Perché gli amici milanisti di sinistra vedono Berlusconi che gonfia il petto e hanno i sensi di colpa
12. Perché gli amici milanisti di destra temono ormai di appartenergli
13. Perché Galliani a Manchester era felice. Ha visto cinque rigori per il Milan nella stessa partita. E nessuno protestava!
14. Perché se uno come Ferruccio de Bortoli è milanista, il Milan non può essere poi tanto male
15. Perché Demetrio Albertini, nel giorno della festa, non l'ha ricordato nessuno. Lo faccio io
16. Perché il Milan ha tenuto allegro l'avvocato Prisco
17. Perché se Mister B. si portasse qualche Ancelotti al governo (bravo, serio, pacato) sarebbe meglio per tutti
18. Perché il mio barista preferito (Dario) e il mio barbiere di riferimento (Gigi) sono così felici
19. Perché se vincevano soltanto la Coppa Italia, i miei amici Michele e Daniele diventano folli
20. Perché il Milan non farà i preliminari di Champions League. Per fortuna: altrimenti i giornali grondavano rossonero già a metà luglio
21. Perché Maldini è slanciato, per essere un ragazzo quadrato
22. Perché Nesta sarebbe stato così bene in nerazzurro
23. Perché Rivera è la vocina della coscienza rossonera, e non si può spegnere
24. Perché chiunque abbia amato Pierino Prati, Squalo Jordan, Luther Blisset e lo sciagurato Egidio ha la mia simpatia
25. Perché Rivaldo è sempre meno Riva e sempre più Aldo (amico di Giovanni & Giacomo). Ma ha un faccino così triste che cominciamo a volergli bene
26. Perché Diegone Abatantuono ha diritto a qualche piccola gioia
27. Perché Teo Teocoli ha appena pubblicato «Che libidine, è pieno! Il mio calcio rossonero», edito da Rizzoli. E io voglio bene al mio editore. Sigh.

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"Ventisette motivi per cui un interista deve accettare la Juventus" - da Sportweek / Gazzetta dello Sport  (e Italians) 24-05-03

 

1 Perché c'è.
2 Perché, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Altrimenti chi potremmo invidiare/detestare/sospettare (a seconda delle circostanze)?
3 Perché ha conquistato 27 scudetti, molti dei quali meritatamente.
4 Perché con il Real Madrid, a Torino, ha giocato una partita superba (nerazzurro sì, cieco no).
5 Perché quelle due Coppe Campioni sono state così malinconiche (1985 e 1996, entrambe dal dischetto del rigore) che adesso potrebbe anche vincere una come si deve.
6 Perché in tempi magri per la bilancia commerciale italiana abbiamo esportato a Manchester (28 maggio) il Trofeo Berlusconi.
7 Perché ultimamente il Milan ci fa innervosire di più.
8 Perché, senza la Juventus, ogni saga calcistico-letteraria risulterebbe incompleta. Ricapitolando. La Juve è Voldemort (l'Inter Harry Potter, il Milan Draco Malfoy). La Juve è Sauron (l'Inter Frodo Baggins, il Milan l'elfo Legolas). La Juve è il Lato Oscuro della Forza (l'Inter Obi-Wan Kenobi, il Milan Joda, che deve avere l'età di Rivaldo).
9 Perché indossa una divisa carceraria, ma lo fa con noncuranza.
10 Perché almeno gli amici granata hanno altro cui pensare.
11 Perché Luciano Moggi quando dice la verità si arrabbia, e quando non la dice ci arrabbiamo noi.
12 Perché un tipo così alla Fiat forse non farebbe male.
13 Perché Marcello Lippi è un attore di Hollywood, anche se non fa cinema e non sta a Hollywood (lo vedo in una commedia romantica, come padre della sposa. O in un western, come vice-sceriffo).
14 Perché Bobby Bettega non vuol risultare simpatico, e ci riesce.
15 Perché m'aspetto che prima o poi un giovane arbitro, al termine della partita, vada a chiedere l'autografo a Del Piero e Nedved.
16 Perché, insieme al cioccolato e a Macario, la Juve è una delle poche cose che riesce a far sorridere certi piemontesi.
17 Perché ha riempito l'Italia di tifosi (dieci milioni!). Dicono che ce ne sia qualcuno anche a Torino, ma la notizia è in attesa di conferma.
18 Perché una squadra che riesce a percepire il calore del pubblico fin dai remoti spalti del Delle Alpi merita rispetto.
19 Perché gli juventini, vincendo molto, soffrono di più per le sconfitte (tesi di Sandro Veronesi, "Corriere della Sera" 11 maggio 2003). Noi interisti, invece, abbiamo un certo allenamento.
20 Perché Del Piero fa la pubblicità, ma non si spoglia negli ascensori.
21 Perché i giocatori sono bravi ragazzi e si danno da fare per i bambini negli ospedali (Gaslini di Genova, e non solo).
22 Perché Cuccureddu aveva un nome interessante.
23 Perché Zidane e Platini li avrei voluti all'Inter (Maresca e Zalayeta, invece, glieli lascio).
24 Perché Scirea era Scirea.
25 Perché, in maglia azzurra, i bianconeri ogni tanto combinano pasticci (Del Piero, Francia 2000), ma spesso si danno da fare anche per noi (Argentina 1978, Spagna 1982).
26 Perché noi abbiamo ceduto Roberto Carlos. Ma loro hanno venduto Thierry Henry e Bobo Vieri.
27 Perché il mio amico Mughini, in quarta di copertina del suo "Un sogno chiamato Juventus" (Mondadori), scrive: "Le strade della juventinità sono infinite." Certo, Giampiero. E' per questo che, dopo certe partite, ci arrabbiamo un po'.

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35 motivi per cui amo l'Inter, e ho scritto un altro libro nerazzurro - dal Sito Ufficiale di Beppe Severgnini

 
  • Perché mio figlio ha guardato con me la finale di Champions League in TV, ma non intende cambiare la maglia di Emre con quella di Pirlo. E se i bambini non mollano mai, per quale motivo dovremmo farlo noi?

  • Perché il primo "Interismi" mi ha dato grandi soddisfazioni (sedici edizioni, ottantamila copie). Ma avrei altre cose da dire.

  • Perché credo che la stagione 2002/2003 vada comunque ricordata.

  • Perché penso che alcune cose vadano dette, in vista della stagione che comincia (anno III dell'era Cuper).

  • Perchè quest'anno o la va o la spacca

  • Perché chi non conosce la sua storia è condannato a riviverla (non so chi l'abbia detto: Hume, Hegel o Helenio Herrera?).

  • Perché volevo ringraziare Babbo Moratti, e invitarlo a diffidare degli adulatori e dei disfattisti (sono gli stessi, cambiano solo trucco).

  • Perchè Hobbit Emre meritava almeno una quarta di copertina.

  • Perché le imprese del Capitano, di Bobo, del Chino (quando ha voglia), di Ramiro Cordoba e di Martello Zanetti non vanno dimenticate.

  • Perchè San Toldo è un mio lettore.

  • Perché i nostri cuori non sono in vendita (qualcuno informi Abramovich).

  • Perchè la Juventus va esorcizzata in qualche modo.

  • Perchè l'Inter è fascinosa almeno quanto il Milan è fortunato.

  • Perché ormai siamo ufficialmente un fenomeno letterario.

  • Perché Cuper è una forma di arte astratta. Se si vuole capirlo, occorre studiarlo.

  • Perché dopo che l'abbiamo studiato, non sempre lo capiamo. Ma va bene così.

  • Perché Ronaldo il Coniglio Mannaro è sempre lì che volteggia su San Siro. (Dite che i conigli non volteggiano? Lui, sì).

  • Perché gli interisti sono romantici bellicosi.

  • Perché dovevo dare agli avversari intelligenti qualcosa su cui meditare. E agli altri qualcosa per cui arrabbiarsi.

  • Perchè volevo regalare alle coppie miste (lui nerazzurro, lei bianconera; lei romanista, lui interista) un'occasione per discutere e poi far pace.

  • Perché lo so, lettore milanista: cercavi un'idea-regalo per il collega nerazzurro.

  • Perché l'Inter è una squadra sexy (e, come sanno molte lettrici, questa non è una condizione facile).

  • Perché mi piace avere in giro per casa un'altra copertina nerazzurra.

  • Perché tifare Inter significa entrare in un labirinto. E per arrivare in fondo serve una mappa.

  • Perchè noi siamo in cielo (azzurro) o nel buio (nero); siamo a Highbury o al 5 maggio. Non ci sono vie di mezzo.

  • Perché se pensate che gli interisti rinuncino, vi sbagliate di grosso.

  • Perché, dopo lo sciagurato doppio pareggio di Champions League, me l'ero ripromesso. "E una promessa è una promessa" (Tom Hanks in "Forrest Gump").

  • Perché, visto che siamo in tema di citazioni cinematografiche, "ogni limite ha la sua pazienza" (Totò in "Totò a colori").

  • Perché "l'attesa attenua le passioni mediocri e aumenta le grandi" (Bacio Perugina).

  • Perché mi piace scrivere di calcio, e spero che a voi piaccia leggerne.

  • Perchè l'Inter è croccante e ha un buon sapore.

  • Perché negli ultimi quindici mesi ho incontrato tanta gente che mi ha detto: "Grazie: Interismi è stato un ricostituente". E ci voleva seconda dose.

  • Perché volevo pubblicare le opinioni magistrali di chi mi ha scritto (l'Inter è un covo di filosofi).

  • Perché questa squadra ogni tanto ci fa arrabbiare, ma un'altra non la vogliamo.

  • Perché un terzo "Interismi" non lo scrivo. A meno che...

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Recensione del libro di Beppe Severgnini "Altri interismi", (del 2003), pubblicata sul sito www.internetbookshop.it


"Interismi" nacque all'indomani del terribile 5 maggio 2002, data in cui l'Inter cedette all'Olimpico, sconfitta dalla Lazio, uno scudetto già vinto alla sua rivale di sempre: la Juventus. Un libro in cui rabbia, dolore, amore, tristezza, rimpianti e, nonostante tutto, ottimismo si mescolano a quel sense of humour che ha reso celebre Severgnini. Un libro i cui protagonisti sono i giocatori dell'Inter, i loro dirigenti, i loro avversari, ma soprattutto i suoi tifosi: tifosi per i quali basta sostituire una lettera - la "enne" - per passare dall'interismo all'isterismo. In questo volume il giornalista compie un nuovo viaggio nel labirinto neroazzurro, perché, come egli stesso sostiene, la stagione appena passata va ricordata, almeno per non ripeterne gli errori. Leggiamo: «Caro Massimo Moratti, l'anno scorso, dopo aver regalato lo scudetto alla Juventus, ogni interista di buon senso – può sembrare impossibile ma ce ne sono – ha pensato: cosa può esserci di più doloroso? Ora lo sappiamo: consegnare un altro scudetto alla Juve e la Champions League al Milan». Incomincia così il secondo libro dedicato da Beppe Severgnini alla sua grande passione per la squadra del cuore: l’Inter. Dopo il successo del precedente Interismi, lo scrittore giornalista non ha resistito alla tentazione di tornare a scrivere di calcio, per consolarsi e consolare, per continuare a sperare. «Sa perché ho deciso di proseguire il racconto? – continua il dialogo immaginario tra l'autore e il Presidente interista – Perché credo che la stagione appena conclusa vada ricordata: se non altro per non ripeterne gli errori. E penso che alcune cose vadano dette, in vista della stagione che comincia…». Ecco allora susseguirsi un'animata serie di resoconti, testimonianze e riflessioni sul variegato mondo neroazzurro. La penna acuta e ironica di Beppe Severgnini non risparmia niente e nessuno. Dalle frecciatine nei confronti dei cugini rossoneri alla galante avversità riservata ai bianconeri, "nemici" di sempre; dai ricordi dei campioni del passato alle divagazioni sui calciatori di oggi: ce n’è davvero per tutti, interisti e non. Come non infervorarsi di fronte all’accorato sfogo dell'autore, profondamente ferito dal tradimento del coniglio mannaro Ronaldo? Come rimanere insensibili leggendo le lettere dei tifosi riportate al termine di ogni capitolo, piccole perle di Interosofia? E che dire delle «INTERpretazioni» in chiave calcistica degli incipit dei grandi romanzi (perché, si sa, nel mondo del pallone «è tutta letteratura»)? Per non parlare dell’elenco delle sorprendenti patologie che colpiscono il vero tifoso (la «Sindrome di Morfeo» è un esempio per tutti). Con Altri interismi Severgnini si riconferma non solo abilissimo giocoliere della parola ma anche disincantato e fine indagatore della realtà; capace di stuzzicare la fantasia dei lettori, a prescindere dalla loro fede calcistica, e di risollevare l’entusiasmo dei tifosi neroazzurrri, anche quelli più scettici e disillusi. D'altronde il vero interista è ormai consapevole del suo destino: «ormai l'abbiamo capito. Scegliere l'Inter è come entrare in un labirinto. Un favoloso dedalo nerazzurro, pieno di sorprese a ogni svolta. Al centro c'è l'obiettivo, il premio, la gioia che attendiamo. Il problema è: come arrivarci?».

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Cari tifosi, pensate ai cannonieri dimenticati, ai re per un pomeriggio, ai portieri di provincia... da Sportweek - Sabato, 2 novembre 2002

 

Sono stato ospite di Giorgio Porrà a "Lo sciagurato Egidio", un intelligente programma sportivo di Tele+. Qualcuno, nell'occasione, mi ha fatto notare che ho scritto un libro sull'Inter dove non viene citato né Baggio né Bergomi (quest'ultimo, presente in trasmissione). Ho risposto che Gresko è nominato dodici volte: le citazioni, di per sè, non sono un complimento. Però, lo ammetto. Giocatori come Baggio e Bergomi - il primo lo conosco, il secondo l'ho conosciuto chez Porrà - li ho rimossi. Strano. Sono stati campioni dell'Inter, sono persone interessanti. E diciamolo: i giocatori interisti di cui dimenticarsi sono altri. Non B&B. Perché, allora?
Ci ho pensato, e sono arrivato a questa conclusione: Roberto Baggio e Beppe Bergomi sono i re del passato prossimo. Il passato prossimo piace alla borghesia - di tutti i tempi, in ogni Paese - ma non piace ai tifosi. I ricordi sono troppo freschi, non si possono dipingere coi pastelli del ricordo. Le insoddisfazioni recenti. I sogni vivi ma confusi, come capita al mattino appena svegli. Solo gli anni consentono di metabolizzare vicende e personaggi. Prendiamo il grande Boninsegna, quello che Gianni Brera chiamava Nano Bagonghi (sebbene fosse più alto di lui): ormai fa parte dell'epos nerazzurro.
Abbiamo tutti negli occhi quel gol in mezza rovesciata al Milan (cross di Facchetti, botta di Bonimba, esplode san Siro: 19 marzo 1972, Milan-Inter 1 a 1). Tutti sappiamo che è un CCCCC (Che Cavolata Cedere un Campione Così!), anche se non è l'unico: Roberto Carlos e Simeone (ancora Inter), Edgar Davids (Milan), Pippo Inzaghi e Thierry Henry (Juve). Tutti gli interisti ricordano volentieri Boninsegna, e lo ascoltano quando parla (poco: bravo Roberto).
Credo che questo discorso valga per qualsiasi squadra. I ricordi hanno bisogno di tempo, per mettere radici e uscire dalla palude delle aspettative deluse. I re del passato prossimo vengono celebrati con entusiasmo solo quando hanno vinto molto. Allora, la musica cambia. Con Diego Armando Maradona, il Napoli ha conquistato due scudetti, una coppa Uefa e una coppa Italia (spero di non sbagliare): è chiaro che il Diego può farne di cotte e di crude - anzi: ne ha fatte, e ne fa - e resta indimenticabile. Lo stesso accade in Argentina, dove sono appena stato. Con Maradona la Selecion vinceva, e El Diego laggiù è un santino, come Evita, Che Guevara e Gardel.
Monzon e Batistuta sono un gradino sotto. Caniggia, eroe capelluto di un mondiale perduto (Italia 90) non lo ricorda più nessuno.
Poveri re del passato prossimo, dunque. Non tutti hanno trovato nuove soddisfazioni (come Beppe Bergomi, equilibrato commentatore televisivo; o Roby Baggio che ancora gioca, guardato con tenerezza da Mazzone e dalle bresciane). Non tutti sono stati campioni: magari solo buoni giocatori. A costoro - ai principi per un pomeriggio, alle sorprese di un girone d'andata, ai cannonieri dimenticati, ai portieri segnati dai calci in provincia - non regaliamo nemmeno un ricordo, che in fondo è gratis. Ogni tanto li vedo, quei personaggi, ospiti un po' impacciati in qualche trasmissione TV. Vorrei abbracciarli, ma non lo faccio. C'è il vetro, per fortuna, a proteggere le loro vite normali dall'entusiasmo sospetto di chi deve farsi perdonare un'amnesia.

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A noi piace Zanetti - ITALIANS - Venerdì, 18 ottobre 2002

 

... Sono a Buenos Aires, e oggi ho passato mezza giornata nella fondazione "Pupi" (Por Un Piberio Integrado), che accoglie bambini di Buenos Aires bisognosi d'aiuto. E' stata creata da Javier Zanetti con sua moglia Paula, e viene gestita dai genitori di lei. Ecco: Javi Zanetti è il giocatore che piace a noi interisti: per come gioca in campo, e per come si comporta fuori. ...

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Articolo tratto da Italians di Venerdì, 25 ottobre 2002

 

Io stesso ho deprecato i violenti, e discusso i compensi (eccessivi, rispetto ai bilanci delle società). Questo non mi impedisce però di vedere nel calcio l'aspetto rilassante/divertente. E per divertirmi, io non posso, né voglio, essere imparziale. Il calcio non è la politica. E' un romanzo popolare a puntate, coi suoi personaggi e le sue trame. Quando parlo dell'Inter io divento partigiano, fazioso, unilaterale e ossessivo (dico, hai visto cos'abbiamo combinato a Lione? Giocheremo mai UNA partita normale?). La mia regola è semplice, ed è la stessa che avrei scritto sui muri da bambino (se fossi stato tipo da scrivere sui muri): viva l'Inter, abbasso la Juventus! Questo vale anche quando la Juve gioca meglio, e non ruba niente (per esempio, sabato scorso). Certo: se mi chiedi di dirti se un rigore c'era o non c'era, ti rispondo onestamente (Inter-Juve: non c'era. Coco ha toccato Camoranesi, ma era involontario). Così, sono disposto ad ammettere che il gol in mischia di Vieroldo (Vieri+Toldo) poteva essere annullato (in quell'area sono stati commessi almeno otto falli, quattro per parte). Ma che gioia raggiungere la Juve a tempo scaduto, per il secondo anno di fila. L'avvocato Prisco, sono sicuro, è lì che balla il tip-tap sulle nuvole. Ecco, Balistreri. Più in là non posso andare. La serenità di giudizio la riservo ai drammi del mondo, che non mancano. Quando si tratta di calcio, torno bambino. Un bambino educato, non violento e occasionalmente ironico. Ma pur sempre un bambino. E se qualcuno mi dice che non è consentito, non discuto: faccio i capricci. Chiaro?Imperterrito e interista

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"Anche in estate si parla solo di Inter", un articolo del 3 Agosto 2002,

pubblicato su Italians e su Sportsweek. 

 

Perdonate se chiudo per la pausa estiva (e festeggio il primo compleanno di questa rubrica) parlando di Inter. Come alcuni di voi sanno, è la mia squadra. Sì, sono uno di quelli: un malinconico, un testardo, un esteta, un poeta, un pazzo scatenato che tiene a una squadra i cui attaccanti segnano QUATTORDICI gol ai Mondiali (Ronaldo 8, Vieri 4, Recoba 1, Emre 1), ma riesce a perdere lo scudetto con tro una squadra i cui uomini segnano un gol (Del Piero), per di più non strettamente necessario. Non era facile, ammettetelo: però noi ci siamo riusciti. Perché voglio parlarvi di Inter? Perché il 5 maggio siamo caduti rovinosamente (altro che Napoleone: nessuno esce di scena come noi), eppure abbiamo fatto notizia per tutta l'estate. Dei Mondiali, s'è detto. Ma potremmo aggiungere che gli azzurri, matti masochisti e sfortunati, avevano qualcosa di neroazzurro, in Giapporea. E il calciomercato, cos'è stato? Nesta! Viene all'Inter o non ci viene? Le notizie sportive del mese di luglio? Ronaldo Recoba e Vieri che si autoriducono lo stipendio; e quest'ultimo che critica Trapattoni. La pettinatura più pazzesca? Ronaldo . La fidanzata in carriera? Quella di Vieri, che esordirà come a "Controcampo" (forza Elisabetta, non farti intimidire: ricorda che sei sarda). Potrei andare avanti, ma ci siamo capiti. L'interismo è dilagante. "We are the news!", come dico no in Bocconi e nelle radio private. Non so se vinceremo questo benedetto scudetto, ma di sicuro potremmo schierare tre attacchi, e sarebbero tra i cinque più forti della serie A (Vieri Ronaldo Recoba Kallon Corradi). Tutti i titolari dell'In ter sono titolari nelle rispettive nazionali (con l'eccezione di Toldo, che dovrebbe esserlo) Di sicuro abbiamo il presidente filosoficamente più interessante del campionato e l'allenatore più misterioso dei Due Mondi (solo Zeman sapeva produrr e silenzi altrettanto loquaci). Vedrete se, lasciato il calcio, il grande Hector non diventerà un monaco, un immobiliarista o un attore di film polizieschi. Non so come andrà questo nostro campionato, ma mi sento di escludere che sarà un campionato normale: non ne ho ancora visto uno, da quando seguo l'Inter (1963/1964: Coppa dei Campioni, scudetto scippato dal Bologna). Sono sicuro che faremo una serie di cose stupende, alcune cose abominevoli, altre incomprensibili e daremo ampio motivo di discussione a fidanzate juventine, amici milanisti e taxisti romanisti. E' un problema? Certo che no. Il calcio è bello perché è una versione teletrasmessa della commedia umana, con i commenti sui giornali il giorno prima e i l giorno dopo. Nessuno si annoierà tifando per (o contro) l'Inter. Non saremo il sale della terra, ma siamo il pepe del campionato. Chi saranno i nostri rivali? Vedo bene il Milan, per cui non ho mai nascosto la mia simpatia milanese: i ros soneri, con Pantera Seedorf, possono puntare a un altro dignitoso quarto posto. Il Chievo? Ha già dato, e poi quest'anno non potrà più fare i dispetti al Verona Hellas. La Lazio, non saprei. E' la squadra più stramba in circolazione: potrebb e ammutinarsi nello spogliatoio oppure trasformare Mancini in una divinità, portando incenso e mirra alla panchina (oro, no. Cragnotti deve pensare al bilancio). La Roma? Con Cafù e Capello farà ottime cose; a patto che qualcuno trovi l'ant idoto al narcotico che hanno dato i coreani a Totti. Il Parma? Mi butto: un'altra Coppa Italia con venti gol di Adriano e quattro autogol di Gresko (grazie, fratelli di pianura, di esservelo pigliato). Il Torino? Un epico controclassifica. Il Perugia? Interessante. Gaucci potrebbe decidere di scendere in campo come ala destra. E, se il pubblico non lo applaude, venderà la squadra ai trafficanti di schiavi. Resta la Juventus, che non è la squadra ma l'Avversario, con la A maius cola (come Ambizione, Alea e Aiutini). L'ho già messo per iscritto dentro "Interismi", e lo ripeto: sono contento che la Juve esista. Il suo oscuro fascino istituzionale mi attira. Vorrei batterla, ma so che potrebbe non accadere. La Juventus è l'orco della fiabe, il Lato Oscuro della Forza (Star Wars), Valdemort per Harry Potter: guai se non ci fosse. Auguro a Luciano Moggi di passare una buona estate/annata. E alleni il ghigno di sbieco: lo adoro.

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Essere interisti resta un piacere: ecco il manuale che lo farà capire anche a Moggi - Sportweek, 1° giugno 2002

 

Perché un libro sull'Inter? Me lo sono chiesto anch'io, e provo a rispondere.

1. Perché dobbiamo consolarci.
2. Perché siamo gli unici che pubblicano un libro quando perdono.
3. Perché un libro dopo lo scudetto era banale.
4. Perché - come ho scritto sul retro di copertina - "sappiamo di aver scelto un amore difficile: ma questo è il bello" 5. Perché non sono Sabrina Ferilli e non potevo fare uno spogliarello.
6. Perché l'avvocato Prisco, dopo le due "interviste impossibili" uscite sul "Corriere", chiedeva di nuovo la parola.
7. Perché sono sicuro che Facchetti e Zanetti ne comprano una copia (un'altra gliela regalo io).
8. Perché volevo raccontare cos'è la passione per una squadra di calcio: un frullato di attese e ricordi, pezzi d'infanzia e infantilismi, fissazioni e pretese, euforie, malinconie e disturbi psicosomatici.
9. Perché amo l'Inter ma non odio nessun'altra squadra (neppure la Juve, che mi sta solo antipatica. Ma guai se non ci fosse).
10. Perché, secondo me, il libro lo legge anche Moggi.
11. Perché, considerati i punti 9 e 10, mi auguro che "Interismi. Il piacere di essere neroazzurri" incuriosisca anche bianconeri, rossoneri, giallorossi, biancocelesti, granata, viola, gialloblù, rosaneri, biancorossi, rossoblù, blucerchiati eccetera.
12. Perché Poborski è la rappresentazione della condizione umana: è il fato, l'inconveniente, la possibilità, il caso che si diverte.
13. Perché ho una cagnolina bianconera (Luna, dalmata), e mi sembrava che la sera del 5 maggio facesse troppo la spiritosa.
14. Perché a Gioia, Roberta, Enzo e Mister No (compagni d'ansia a San Siro) avevo fatto una mezza promessa. E a Susanna Wermelinger (che bel nome da stopper!) una promessa intera.
15. Perché sono stato incoraggiato da altri interisti sbandati.
16. Perché finalmente m'è servito il liceo classico. Prendete Plauto: non sapevo avesse scritto dell'Inter. Eppure, considerate questo passo dell'"Anfitrione": "Agli dei è piaciuto far sì che il dolore fosse compagno del piacere". Non è il campionato 2001-2002?
17. Perché Daniele Folli, noto milanista dell'ufficio stampa Rizzoli, mi darà una mano nella promozione.
18. Perché Gresko non doveva passarla liscia.
19. Perché mio figlio, classe '92, non dimentichi (ma non dimenticava lo stesso).
20. Perché volevo pubblicare i racconti magistrali di alcuni lettori (l'Inter è un covo di poeti).
21. Perché, uscendo da San Siro dopo Inter-Piacenza, un tipo mai visto mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: "I suoi pezzi sull'Inter sono un ricostituente"

22. Perché se quel tipo avesse ragione, e una mia frase - una sola - somigliasse a una punizione di Recoba, potrei ritirarmi a vita privata.
23. Perché la Nazionale è un'avventura, e l'Inter un matrimonio.
24. Perché tifare Inter è una forma di allenamento alla vita. E per allenarsi occorre un manuale, no?

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Recensione del libro di Beppe Severgnini "Interismi. Il piacere di essere nerazzurri", (del 2002) pubblicata sul sito www.internetbookshop.it  
 

"Interismi" mescola entusiasmi recenti e inevitabili memorie, opinioni fulminanti e citazioni classiche seguite da discussioni omeriche (se l'Inter è Ettore e la Juve è Achille, il Milan è Patroclo o Ulisse?). Insieme ai giudizi sulle squadre rivali e ai ritratti dei giocatori neroazzurri, ci sono le 'interviste impossibili' a Peppino Prisco (che si è temporaneamente giocato il paradiso coi commenti su Lazio-Inter). "Interismi" dimostra come la passione sportiva non debba nutrirsi d'odio e aggressività. Bastano l'affetto, l'entusiasmo e quell'autoironia sentimentale diventata ormai il marchio dell'Internazionale Football Club.
“L’Inter – scrive Severgnini - è una forma di allenamento alla vita. E’ un esercizio di gestione dell’ansia, e un corso di dolcissima malinconia. E’ un preliminare lungo anni. E’ il gioco, da grandi, di quelli che da bambini tenevano ai sudisti o agli indiani.”
Da tali premesse si svolge la divertente, disincantata (ma sempre appassionata) digressione di Beppe Severgnini sull’interismo, croce e delizia di milioni di italiani e al tempo stesso matrice di quella spavalda autoironia che ha fatto diventare celebre il grande e indimenticabile Peppino Prisco, al quale l’autore dedica alcune delle migliori pagine di questo libro. Chi pensasse a un'interpretazione anti-milanista dell’interismo dovrà ricredersi: è la Juventus la grande antagonista per Beppe Severgnini, che delinea i termini della dicotomia . “Ci sono quelli che amano i gatti, Londra e l’Inter. E quelli a cui piacciono i cani, Parigi e la Juventus” . Una contrapposizione insanabile come quella tra “Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, USA e URSS, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, Yin e Yang, caffè e tè, limone e latte”. Al fiero, anche se a volte rassegnato, antagonismo con la Juventus, fa da contraltare il tono sarcastico, ma non privo di manifesta simpatia, per i cugini rossoneri “che del calcio hanno una visione epico-umoristica che entusiasma. Voi direte: per forza, coi presidenti che hanno avuto”. E ancora: “Aver schierato centravanti come Squalo Jordan e Egidio Calloni aiuta ad avere una visione ironica delle cose.”
Non andremo oltre per non togliere ulteriore curiosità verso la lettura di questo libro che infine propone anche una galleria di personaggi utili alla stesura di un romanzo sulle vicende neroazzurre, da Moratti (“un poeta simbolista francese” che “metterebbe Mallarmé in porta, Verlaine e Rimbaud centrali”) a Recoba (“talmente mancino che tenta di vendere il piede destro in una pesca di beneficenza”) a Gresko (“Giovane agente della Spectre in un’avventura firmata Ian Fleming. Quando non sa cosa fare, si spara in un piede”) fino a tutti gli altri protagonisti dell’ultimo sfortunato campionato.

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Recensione del libro di Beppe Severgnini "Interismi", (2002) pubblicata sul sito www.beppesevergnini.com

 

"Se avessimo vinto lo scudetto - scrive Beppe Severgnini - non mi sarei unito alle celebrazioni con un libro. Avrei festeggiato privatamente con qualche amico, moglie, figlio e cagnolina dalmata (unica presenza bianconera in famiglia). Ma abbiamo perso, e dobbiamo consolarci."
E questo piccolo libro è davvero una gran consolazione. L'Inter è infatti una squadra fascinosa circondata da tifosi speciali: l'ammettono
anche gli avversari, che in queste pagine sono trattati con galanteria.
"L'Inter - sostiene l'autore - è una forma di allenamento alla vita. E' un esercizio di gestione dell'ansia, e un corso di dolcissima malinconia. E' un preliminare lungo anni. E' modo di ricordare che a un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo. Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un'altra partita, e dopo l'ultima partita un nuovo campionato. Non possiamo perderli tutti. Oppure sì, se ci mettiamo d'impegno. Ma non accadrà, non siamo così prevedibili, nemmeno nel masochismo. Verrà il nostro momento, e sarà magnifico."
"Interismi" mescola entusiasmi recenti e inevitabili memorie, opinioni fulminanti e citazioni classiche seguite da discussioni omeriche (se l'Inter è Ettore e la Juve è Achille, il Milan è Patroclo o Ulisse?).
Insieme ai giudizi sulle squadre rivali e ai ritratti dei giocatori neroazzurri, ci sono le "interviste impossibili" a Peppino Prisco (che si è temporaneamente giocato il paradiso coi commenti su Lazio-Inter).
"Siamo una squadra di tifosi-filosofi - scrive Severgnini - convinti che Gresko e Poborski siano la rappresentazione della condizione umana: sono il fato, l'inconveniente, la possibilità, il caso che si diverte. Il nostro caso è cecoslovacco (ve l'ho detto che siamo strani). Ma ce ne siamo fatti una ragione. Non è vero che amiamo perdere: preferiamo vincere, che diamine. Ma sappiamo perdere, e abbiamo senso estetico. Un harakiri fatto bene, in fondo, è meglio di un harakiri fatto male."
Una squadra che ha tifosi così - voi capite - ha vinto anche quando perde. Per questo viene stimata dagli avversari, ai quali consigliamo di leggere questo libro. "INTERISMI. Il piacere di essere neroazzurri" dimostra infatti come la passione sportiva non debba nutrirsi d'odio e aggressività. Bastano l'affetto, l'entusiasmo e quell' "autoironia sentimentale" diventata ormai il marchio dell'Internazionale Football Club.

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L'educazione del piccolo interista - ITALIANS - Lunedì, 6 maggio 2002

 

Quanti disturbi psicosomatici per niente. Ansiosi per nove mesi, affranti in un pomeriggio. L'Inter dovrebbe brevettare questi modi di farsi del male, sempre diversi e fantasiosi. Perché, ad esempio, non mettere in commercio una caffettiera "modello Gresko"? Manico d'acciaio, in modo da ustionarsi ogni mattina. Massimo Moratti non sia troppo triste. Sappiamo da tempo che tifare Inter è come iscriversi a un corso di malinconia. Amiamo una squadra di sadici interessanti, che possono aiutarci nella formazione del carattere. Non del nostro. Gli adulti sono, in genere, irrecuperabili. Penso al carattere dei nostri figli. Ai quali non possiamo mostrare una disperazione diseducativa, ma dobbiamo dire una cosa: il tifo calcistico pùò servire. E' la prova generale della vita. E nella vita bisogna saper perdere, come dicevano Gatto Silvestro e Caterina Caselli (spiegate ai bambini chi è la Caselli; Silvestro lo conoscono). Bisogna saper perdere quando non ce l'aspettiamo, perché un giorno vinceremo quando non ci speriamo più (forse). Occorre ricordare che a un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo (ieri, agghiacciante). Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un'altra partita, e dopo l'ultima partita un nuovo campionato. Non possiamo perderli tutti. Oppure sì, se ci mettiamo d'impegno. Questo direi ai piccoli interisti con gli occhi lucidi. Evitiamo, invece, i luoghi comuni. Non diciamo che Cuper è "un eterno secondo" (siamo arrivati terzi). Non descriviamo il pomeriggio di ieri come "un'altalena di emozioni" (ribatteranno che da quell'altalena siamo caduti, e abbiamo sbattuto la faccia). Soprattutto, non diciamo "l'importante è partecipare". Noi dell'Inter infatti abbiamo partecipato abbastanza, e non ci dispiacerebbe vincere. Così, tanto per cambiare. Dite ai piccoli nerazzurri di osservare gli amici juventini: anche trionfare con stile è difficile, e chi sa farlo va aprrezzato. Spiegate che, tifando Inter, si sono scelti una professione complicata. L'interista è esigente, disincantato, scettico per vocazione. E' un pessimista ironico. E' convinto che ogni colpo di fortuna verrà pagato, e per ogni Vieri c'è un Gresko (povero ragazzo: qualcuno si sta occupando di lui e del suo biglietto per la Slovacchia?). Dite ai giovani interisti che perdere con classe è difficile, ma è meglio che perdere senza classe. Accadrà d'essere sconfitti (meritamente, immeritatamente) in cose più importanti del calcio. Quindi, tanto vale prepararsi. "La sconfitta è il blasone dell'animo ben nato", sosteneva un poeta argentino (parente di Cuper)? Potremmo rispondere che di blasoni così ne abbiamo una collezione (Lugano, Helsingborg, quel derby col Milan, Alaves). Dell'Olimpico facevamo volentieri a meno. Anch'io ho detto queste cose al piccolo interista di casa (classe '92), mentre piegavamo la bandiera a scacchi neroazzurri e la riponevamo in una cassapanca, dalla quale verrà estratta solo il giorno dello scudetto. Mia moglie ha chiesto se poteva farci una gonna, ma è stata ignorata. Mio figlio invece ha commentato, al termine della cerimonia: "Devo ricordarmi dove l'abbiamo messa. I miei bambini magari vorranno saperlo". Bravo ragazzo: lo spirito è giusto. In fondo, se avessimo vinto quest'anno, cosa ci restava da sognare l'anno venturo?

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Addio Peppino, splendido fazioso interista - Giovedì, 13 dicembre 2001

Prisco disse più volte:
"Tifo per l'Inter e per tutte le squadre che di volta in volta giocano contro Juve e Milan".
 

Peppino Prisco l'ho incontrato una volta sola. Quando siamo stati presentati, a San Siro, mi ha chiesto, con quello splendido sorriso sbieco da commissario di polizia, se fosse vero che, in un articolo, l'avevo definito «imparziale». Ho risposto: «Avvocato, me ne guarderei bene. Lei è la persona più parziale che io conosca». Si è rilassato. «Ottimo», ha detto, prima di scomparire dentro l'ombra monumentale di Facchetti. Mi piaceva, l'avvocato Prisco. Mi piaceva, prima di tutto, perché era interista (questa è un'affermazione gratuita, e politicamente scorretta: gli sarebbe piaciuta). Mi piaceva poi perché era milanese, e come tutti i milanesi veri - quelli adottati, quelli con la grinta e il cognome da importazione - era un po' spaccone e decisamente buono; e la prima caratteristica confluiva nella seconda, come gli avversari di Milano non capiranno mai. Mi piaceva, Peppino Prisco, perché in un calcio nevrotico era rimasto uno che scherzava, imprecava e festeggiava. Il pallone, per lui, non è mai stato una forma di guerra. Era la versione lombarda del palio di Siena, e lui era un contradaiolo metropolitano. Invece di piazza del Campo, il campo di San Siro. Invece di un cavallo che gira in tondo, dieci ragazzi che corrono avanti indietro, e uno che li guarda dal fondo. A guidarli, invece del fantino Aceto, il balsamico Cuper. Per il resto tutto uguale: voglia di vincere, e una faziosità che mozza il fiato, scaldando il cuore. Mi piaceva, Peppino Prisco, perché era competitivo. Questo vuol dire che adorava vincere, ma sapeva perdere. Diffidate dei decoubertiniani che popolano gli stadi, piccole jene in loden che dicono di amare gli avversari e li vorrebbero morti. Credo che Peppino Prisco non si sia mai augurato l'infortunio di un giocatore dell'altra squadra. Gli bastava scivolasse al momento opportuno, e noi potessimo far gol in contropiede (su questo punto devo chiedere conferma agli esegeti di «Inter Nos - Cenacolo Sportivo di Tifosi Interisti di Scuola Prischiana». Sta a Bologna. Ho la tessera). Sì, non ho dubbi. Per l'avvocato Prisco l'importante non era partecipare. Era vincere, preferibilmente contro il Milan, con un gol di stinco al novantaduesimo. Se poi, nella realtà, il Milan ci ha rifilato dieci gol nelle ultime due partite - senza rubare, accidenti - che importa? Noi abbiamo l'ironia, una bella squadra, magnifici colori e un presidente che sorride come un simbolista francese. E siamo primi in classifica. A proposito. Volevo evitare di scrivere che Peppino Prisco sembra aver scritto la sceneggiatura della sua uscita di scena: neo ottantenne festeggiato, l'Inter davanti, Ronaldo e Vieri che tornano a giocare e segnare insieme, Milan e Juve in chiara difficoltà. Ma come non farlo? Se ci sono lutti sereni, questo è uno. Non poteva che regalarcelo, salutandoci, un tipo così. Uno che non ha mai fatto il personaggio, perché era un personaggio. Uno che aveva sostituito la foto dei genitori sulla scrivania con quelle di Meazza e Ronie («I miei capiranno»). Da oggi, però, orfani nerazzurri siamo noi. Come la mettiamo? Potremmo vincere tre scudetti di fila, per farlo contento. Oppure chiedergli una mano dal cielo per il prossimo derby. Quello che non fermerà Toldo, lo prenderà lui. E se dovesse accadere che non ci arrivano né Toldo né Prisco, va bene comunque. Noi siamo l'Inter, e ci basta. Vero, avvocato?

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