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Carbonia in cartolina

 

Dovendo svolgere, per motivi di studio, una ricerca sul fascismo e sulla nascita della mia città, Carbonia, sorta negli anni trenta al centro dell'area dei giacimenti di carbone Sulcis, mi sono appassionata alla raccolta delle cartoline e delle foto d'epoca relative all'argomento. Qui di seguito riporto alcuni brani della relazione, tratti da cronache pertinenti, per accompagnare alcune delle suggestive immagini che mi sono servite per illustrarla e che sono in seguito diventate oggetto della mia collezione di cartoline.

Claudia Pisanu

 

  • La politica autarchica


Una delle principali direttive imposte da Mussolini all’Italia in campo economico fu quella di essere autosufficiente, producendo da sé tutto il fabbisogno necessario allo scopo di realizzare un’indipendenza che sarebbe stata a base della potenza militare della nazione. Questa politica era definita autarchia. Autarchia significava bastare a se stessi e produrre, all’interno dello Stato, quanto era necessario per l’esistenza del popolo, per la difesa, ma anche per la conquista dei mercati esteri.

Tale autosufficienza doveva essere raggiunta attraverso la bonifica integrale, la colonizzazione, la battaglia del grano, la politica forestale, le ricerche minerarie, l’utilizzazione di prodotti italiani agricoli e industriali, "da sostituire nell’uso e nel consumo ai similari stranieri", la politica finanziaria e monetaria, la difesa del prodotto nazionale e la lotta contro gli sprechi. Ma doveva estendersi anche a campi non esclusivamente economici, "affrancando l’Italia da ogni influsso straniero" nella vita spirituale, culturale, sociale, nell’arte, nella letteratura e nel costume (come si poteva desumere dal "Libro del fascista").

In campo industriale s’incoraggiò l’uso dei surrogati per sostituire le materie prime mancanti: ad esempio per diminuire le importazioni di lana e cotone si adoperò la ginestra come pianta tessile e si cercò di ricavare una specie di lana artificiale dal suo latte.

In campo alimentare si crearono surrogati al cacao, al caffè ed a ogni prodotto d’importazione.

L’aspetto più clamoroso di questa politica fu certamente la "battaglia del grano", ossia la forte incentivazione a produrre cereali per "sfamare il popolo italiano senza ricorrere al grano nemico".

Ogni 21 aprile venivano distribuite medaglie agli agricoltori che maggiormente avevano contribuito alla causa ed i progressi furono tali che nei dieci anni successivi le importazioni di grano diminuirono del 75%.

La produzione granaria in effetti crebbe ma solo a costo di uno stravolgimento del sistema produttivo nazionale. I cerali erano un tipo di prodotto agricolo in genere economicamente poco redditizio per l’Italia ed il risultato della "battaglia" fu quello di abbassare la produttività agricola complessiva e, di conseguenza, il reddito nazionale.

Si cercò anche di sfruttare ovunque le ricchezze del sottosuolo e a tale decisione si deve la nascita di diverse città fra cui Carbonia.

Carbonia è un simbolo dell’industria estrattiva italiana; deve la sua nascita alla storica decisione di sfruttare i giacimenti di lignite. Si può pertanto affermare che la storia di Carbonia è la storia del carbone Sulcis.

Tra i primi a scorgere i giacimenti erano stati l’esploratore Alberto La Marmora e qualche anno più tardi Ubaldo Millo, cui spetta il merito di aver intuito i vantaggi che l'estrazione del carbone avrebbe portato.

  • La nascita di Carbonia e la sua tipica architettura fascista


Il Duce ha sempre seguito con speciale interesse le possibilità della Sardegna nel campo minerario.

Ricordiamo l'improvvisa visita che Mussolini fece, nel giugno dell’anno XVIII alle miniere di Bacu Abis. In quell’occasione, ai minatori che lo acclamavano, Egli assicurava l'interessamento del Regime annunciando che grandi programmi erano previsti e si sarebbero attuati per il potenziamento delle risorse del sottosuolo sardo.

Questa politica mineraria che il Duce aveva allora prospettato ed in seguito tenacemente promossa, è stata attuata veramente con rapidità: in trecento giorni, senza perdere tempo, nacque Carbonia.

Era passato appena un mese dalla visita del Duce alle miniere di Bacu Abis che, in attuazione di una precisa Sua direttiva, veniva costituita, con R. D. L. 28 luglio 1935 A. XIII, n. 1406, l’Azienda Carboni Italiani, con il preciso incarico di dare incremento alla ricerca, alla produzione ed al consumo dei combustibili fossili nazionali.

Il programma assegnato all’A.Ca.I è stato posto in atto rapidamente.

Già nell’ottobre XVI, alla Commissione Suprema dell’Autarchia, il Duce, sottolineando l’importanza del problema dei combustibili solidi e gli sviluppi ai quali era pervenuta l’estrazione del carbone, faceva rilevare che i maggiori fabbisogni di questo minerale erano fronteggiati dalla nostra produzione interna, tanto da potersi affermare che l’Italia aveva ormai il suo carbone.

Per un’adeguata valutazione degli sforzi compiuti dall’A.Ca.I. per realizzare i risultati attuali, occorre tenere presente la serie dei numerosi problemi che si sono dovuti affrontare e risolvere sia nel campo tecnico, minerario e commerciale, sia in quello sociale.

A dare un’idea della mole di tali problemi, basterà accennare a quello della mano d’opera. Si è dovuta, infatti, addestrare a nuovi metodi di lavoro (adeguati a razionali criteri di intensa meccanizzazione dei servizi) una rilevantissima massa di maestranze reclutandola da elementi che, spesso, erano del tutto nuovi ad ogni lavorazione mineraria.

Intimamente connesso a quello delle maestranze, era il problema degli alloggi.

La soluzione del problema degli alloggi per i minatori della Sardegna, ha trovato tangibile espressione nel nuovo Comune fascista di Carbonia.

La località nella quale è sorto il nuovo Comune carbonifero sardo è stata scelta nelle immediate vicinanze dei numerosi pozzi, costituenti le miniere Sirai, Schisorgiu, Tana, Nuraxeddu e Serbariu. Essa era delimitata ad Ovest dalla Via Nazionale Iglesias – Porto botte, a sud dalla strada congiungente questa al Comune di Serbariu, ad Est ed a Nord dalla linea delle Serre Lurdagu e Narboni su Fredi.

In un primo tempo la città sarebbe dovuta sorgere sul monte Sirai, forse per lasciare libero l’attuale territorio occupato e sfruttare al meglio le risorse carbonifere. Ma poi venne scelta la zona definitiva tenendo conto delle sue caratteristiche.

In quella zona il terreno discende, con dolce declivio, verso la miniera di Serbariu e si apre con ampia vista verso la piana sottostante ed il non lontano Tirreno, offrendo notevoli risorse panoramiche per le numerose e belle visuali.

Per quanto riguarda le comunicazioni, la zona è ottimamente servita, oltre che dalla strada Nazionale Iglesiente, anche dalla ferrovia del Sulcis che corre parallela.

La zona è stata scelta anche in base ai venti ed al terreno: la località è bene arieggiata, con venti di non eccessiva violenza; la natura del terreno, di origine alluvionale con abbondanza di trachite e di calcare nelle immediate vicinanze, è ottima all’uso della fabbricabilità per il facile approvvigionamento dei materiali da costruzione.

Come si può leggere nel testo "L’Economia Nazionale", al nuovo centro, sorto in una località approvata da tutte le autorità politiche e tecniche locali, il Duce, a presagio ed augurio dell’attività della zona nel campo minerario e carbonifero, diede il nome di Carbonia.

La popolazione di Carbonia si poteva allora sommariamente distinguere in te grandi categorie: minatori, impiegati, dirigenti. Tutti lavoravano nella miniera o per la miniera e pertanto fuori dal centro in cui potevano svolgere le loro ore di riposo e di svago: il Comune assunse quindi un carattere prettamente residenziale, e da ciò ne conseguì il suo carattere nettamente estensivo. Si offriva così ai lavoratori, che passavano il giorno nell’oscurità delle miniere, il conforto, lo svago e il riposo di un ambiente ridente e luminoso.

Ad ogni casa si cercò di fornire un alto godimento di aria e luce solare; inoltre quasi ogni abitazione disponeva di un orto – giardino, che costituiva un apporto alla sanità della casa, un opportuno incremento alle entrate familiari e consentiva la massima libertà individuale ed economica della famiglia.

L’orto inoltre era una sicurezza per eventuali periodi di depressione economica ed industriale.

Le comunicazioni di elementare necessità per il nuovo Centro, sono state raggruppate in tre ordini: comunicazione di attraversamento, comunicazione <Alloggi – Miniere> e comunicazione <Alloggi – Centro>.

Delle prime quattro strade, tre di esse erano destinate a congiungere il luogo di lavoro con le abitazioni: erano quindi strade di afflusso degli operai.

La quarta aveva una duplice funzione: strada di accesso principale alla miniera di Serbariu e di collegamento con le abitazioni dei dirigenti. Pertanto su quest’ultima strada, e nella piazza che la terminava, centro della vita cittadina, erano situati gli edifici rappresentativi e di uso collettivo, nonché la Direzione delle miniere.

Si costituirono, così, due distinti sistemi stradali: il collegamento fra le abitazioni e le miniere e il collegamento dei quartieri d’abitazione con il centro della città. Quest’ultimo sistema era dotato di viali alberati, spazi erbosi, centri di sosta e di riposo, ridenti passeggiate panoramiche.

La rete stradale così come l’architettura era stata predisposta in maniera da rispondere pienamente allo scopo, senza inutili dispendi nella costruzione, tenendo anche conto della funzione delle strade: congiungere l’abitato con le miniere, servire come comunicazione interna o come passeggiata. A seconda dell’uso le strade erano dotate di una, due o tre carreggiate, limitando le dimensioni di ognuna alla minima sagoma dei veicoli.

Intorno al centro urbano, sede degli edifici rappresentativi e degli uffici, erano disposte le abitazioni dei dirigenti, poi quelle degli impiegati e infine quella dei minatori.

Per posizionare la grande piazza si è individuato il punto dominante e meglio visibile. Si è data alla grande piazza, cuore della città, una forma tale da conferirle, oltre che la funzione, l’aspetto di un centro urbano.

Si è disposto uno dei lati maggiori della piazza, protetto dai venti attraverso costruzioni sugli altri lati, verso l’ampio settore panoramico. Si è inoltre frazionato lo spazio destinato alla piazza ottenendo il risultato di proporzionare ad esso le modeste altezze degli edifici che la delimitano, e di realizzare angoli caratteristici con funzioni e rapporti ben definiti (per esempio: sagrato della Chiesa sopraelevato, piazzale per piccole adunate, giardino per il caffè, autoparchi, ecc.).

Nell’insieme si doveva poter disporre di una superficie tale da accogliere agevolmente l’intera popolazione di Carbonia e dei dintorni per le grandi adunate del regime, elemento importantissimo e distintivo della nuova urbanistica fascista.

La posizione degli edifici rappresentativi nella piazza venne scelta in modo da costituire il fondale delle strade che vi giungevano, curando che alla diversa importanza delle strade, corrispondesse una parallela importanza degli edifici.

In tal modo, dalla via principale di accesso alla grande Piazza, si scorgevano: l’Alza Bandiera, elemento nazionale; la Torre Littoria, elemento politico; la Chiesa, elemento religioso. L’Albergo ed i negozi, elementi di ritrovo, costituivano invece il fondale della passeggiata.

Al successivo programma di sistemazione idraulica, si aggiunse l’efficace lotta anti – malaria, condotta contemporaneamente alla costruzione del Villaggio.

L’architettura di Carbonia è veramente il simbolo dell’architettura fascista.

Le costruzioni di allora si possono distinguere in cinque categorie:

  • Casa operaia tipo: è costituita da quattro alloggi distribuiti in due piani: ogni alloggio è di una, due o tre camere oltre la cucina – soggiorno ed i servizi. Ogni alloggio ha completa indipendenza dagli altri della stessa casa e dispone di un orto – giardino. In ogni casa sono installati acqua potabile ed illuminazione elettrica.

  • Alberghi operai: sono stati studiati e previsti per una rapida ed economica trasformazione in case di 22 alloggi per minatori; per i minatori senza famiglia sono organizzate camere per un massimo di sei letti, raggruppate in nuclei di tre, quattro camere. Ogni nucleo ha ingresso munito di servizi separati. Al piano terra si trova un ampio refettorio, una cucina per 150 razioni, attrezzata per una gestione economica, ed un impianto docce con produzione di acqua calda.

  • Case per dirigenti: sono costruzioni comprendenti un singolo alloggio ognuna, munito di riscaldamento a termosifone e completato di servizi e sobrie rifiniture.

  • Case per impiegati: contengono ognuno due alloggi, con rifiniture e servizi più economici.

  • Albergo per impiegati: sorto nelle vicinanze del Centro Urbano, è stato realizzato in un edificio di linea sobria e di buone proporzioni, di due piani oltre il terreno. Nel primo e secondo piano sono sistemate trentasei camere, munite di acqua corrente calda e fredda e completate da ampi balconi, nonché due appartamenti per ospiti. Al piano terra si trovano i saloni della mensa, sale da gioco e da ritrovo, oltre i servizi di cucina che trovano il loro completamento nello scantinato, insieme alla caldaia ed all’attrezzatura per la produzione dell’acqua calda.

La grande piazza era dominata dalla Casa del Fascio e dalla Torre Campanaria, costruite fondendo la rossa trachite locale con chiare superfici di granito e nitidi intonaci.

Nella Casa del Fascio una opportuna utilizzazione delle pietre locali dava al Sacrario dei Caduti della Rivoluzione severità e raccoglimento, esaltate dallo scultore Crocetti in un bassorilievo marmoreo che esprime tutti gli aspetti della vita della nazione nel clima del Fascismo: una bella Vittoria alata viene inquadrata da figurazioni allegoriche rappresentanti il Lavoro, la Famiglia, la Milizia e le Organizzazioni del Regime.

Ai piani superiori erano ricavati gli uffici ed un vasto salone di rappresentanza da cui si accede ad un balcone dominante la piazza.

Nella piazza Roma anni ’40 la Chiesa sorge in chiaro e liscio granito e si erge in forte trachite, calda di tono e di ombre; all’interno una luce smorzata ripete le alternanze dei toni e delle ombre sul pavimento marmoreo e sulla fuga delle sagome degli archi che tripartiscono le navate.

Altare ed arredi sacri completano la sobrietà del sacro edificio.

La casa Comunale sorge di fronte alla Casa del Fascio con una disposizione di ambienti destinati ad uffici, realizzati con sana economia di materiali e di finiture, cui fa solo eccezione la Sala di rappresentanza, arricchita dalla modesta preziosità dei marmi del pavimento, dai mobili e dai rivestimenti.

Completano la Piazza di quegli anni l’edificio delle RR.PP. previsto anche per il centralino telefonico e per due alloggi sistemabili ad uffici ed il complesso O.N.D. Cinema Teatro: una vasta sala da gioco con annesso bar, una sala di lettura, vari vani per gli uffici dell’Organizzazione, una sala per spettacoli cine – teatrali destinati agli svaghi della popolazione.

E’ stato studiato inoltre il grande Spaccio Aziendale, con vasti locali di vendita per panetteria, generi vari, macelleria, latteria, pescheria, frutta e verdure, completo di vasti magazzini e comprendente un impianto frigorifero a servizio delle molteplici celle necessarie al complesso delle varie attività ed un moderno panificio a vapore.

E’ di quegli anni la realizzazione della caserma per quelli che allora erano i "Reali Carabinieri", con due alloggi per le famiglie di un sottufficiale e di un graduato.

Si dispose per la costruzione i due grandi edifici: uno ad uso scuola, di 16 aule, ed uno ad uso Giardino d’Infanzia, di 4 aule. Tali edifici erano riscaldati a termosifone e corredato di tutte le provvidenze necessarie a creare l’ambiente idoneo all’elevazione delle nuove generazioni.

Si realizzarono inoltre edifici destinati all’Ospedale, alla scuola di Avviamento Professionale, al Mercato coperto, a nuove abitazioni, uffici, negozi, ad integrazione delle necessità cittadine.

L’approvvigionamento idrico del nuovo centro era assicurato da un acquedotto che captava le sorgenti di Caput Acquas, sollevandone 14 litri al secondo. Una complessa rete di tubi di ghisa portava l’acqua in tutti i fabbricati del villaggio attraverso una rete di distribuzione di oltre 25 km. di tubazioni.

La fognatura convogliava acque piovane, destinate all’irrigazione, e fanghi, utilizzati come materiali fertilizzanti.

Fin dall’inizio si cercò a Carbonia di fare la massima economia di ferro perché esso serviva per le armi e per le altre attrezzature occorrenti per le guerre.

In tutte le case operaie si utilizzò come elemento base di progetto l’adozione di volte a botte, per le strutture di solai, di volte laterizie extra – sottili, in parziale sostituzione dei soffitti. Per gli altri edifici di carattere collettivo e per le case degli impiegati, lo studio dei progetti eliminò gli elementi architettonici che implicavano spreco di ferro, richiamandosi ad elementi tradizionali dell’Architettura italiana e regionale. Anche l’uso del legname venne contenuto.

Le strutture erano, in linea di massa, realizzate sfruttando i materiali locali come la pietra ricavata da cave vicine.

Negli edifici del Centro, invece, si fece largo uso di pavimentazioni e rivestimenti in marmo. Le costruzioni furono comunque tutte realizzate con criterio di stretta economia, con esclusione di accessori metallici, di opere decorative e costose e materiali di lusso.

I lavori, cominciati virtualmente nell’ultimo trimestre del 1937, si compirono nel dicembre 1938, con l’impiego di circa 1.000.000 di giornate lavorative. L’importanza dello sforzo compiuto trova commisurazione nel quantitativo di pietrame impiegato, pari a circa 250.000 metri cubi.

La zona disagiata, quasi disabitata, lontana da centri di vita di una certa importanza, rese necessario l’affluire delle maestranze dal rimanente dell’isola e, in piccola parte, anche dal Continente. Per l’ingente massa operaia (oltre 3.000 operai edili), si dovettero disporre baraccamenti, vettovagliamenti, approvvigionamento idrico e cucine. (Queste informazioni sono state tratte da "L’Economia Nazionale").

Ai fasti di quegli anni seguì il periodo bellico e la totale paralisi dell’industria mineraria, impossibilitata ad esportare il carbone per la scarsa sicurezza del mar Tirreno, totalmente controllato dagli Alleati.

Fu il carbone ad attrarre l’interesse degli Americani nel dopoguerra, quando Carbonia contava poco meno di 50 mila abitanti, tutti in attesa di poter riprendere la vita di sempre e quindi il benessere garantito dalle miniere. Dopo la ripresa però la concorrenza dei carboni inglesi e americani si fece sentire, e sulle miniere attorno a Carbonia si affacciarono tutti i limiti tecnologici derivanti dagli scarsi investimenti.

Iniziò la costruzione di centinaia di nuovi alloggi nella città, che cominciò ad assumere un carattere nuovo con più servizi, centri sportivi e commerciali.

L’attivazione nell’area di Portovesme di varie industrie, fece confluire nuove figure professionali, provenienti da molte parti d’Italia.

La città del fascismo perse i colori della fuliggine e del fango, per assumere le mille colorazioni di una città attiva nei servizi del terziario, continuando comunque a sperare nella riattivazione del bacino del Sulcis, l’unico della nazione a disporre di 500 milioni di tonnellate di carbone, una grande risorsa dal futuro sempre incerto.

 

 

 

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