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Le città di fondazione in Sardegna a cura di Aldo Lino - scheda a cura di Paolo Fadda

Architettura dall'Unità d'Italia alla fine del '900 a cura di Franco Masala - scheda da: www.ilisso.it  

Architettura dall'Unità d'Italia alla fine del '900 a cura di Franco Masala - scheda di Paolo Fadda

La citta' ricostruita Le vicende urbanistiche in Sardegna nel secondo dopoguerra
 

Le città di fondazione in Sardegna
a cura di Aldo Lino

Occorre dare merito alla sezione sarda dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, e all'architetto Aldo Lino, per aver promosso e curato il bel volume dedicato a "Le città di fondazione in Sardegna". Che può essere suggerito al lettore, anche non specialista, come una guida esemplare per conoscere e valutare gli insediamenti urbani realizzati in Sardegna a seguito delle tre importanti stagioni economiche dell'età moderna e contemporanea: il ciclo della colonizzazione voluta dal riformismo sabaudo, quello della febbre mineraria nell'alba del capitalismo nazionale e, infine, della bonifica integrale e dell'autarchia energetica negli anni fascisti.
Carloforte (1738), Calasetta (1771), La Maddalena (1777), Santa Teresa di Gallura (1808), Villasimius (1824) nel primo ciclo. Montevecchio, Nebida, Masua, Buggerru, Ingurtosu (1850-65) nel secondo. E, infine, Mussolinia (1928), Fertilia (1934) e Carbonia (1938), sono le città sarde di cui parla il libro. Tutte città di fondazione, dunque, perché volute e fondate dalla politica e dalle sue ragioni, e di cui hanno scritto, fra gli altri - oltre al curatore Aldo Lino - Antonello Sanna, Eugenia Tognotti, Franco Masala, Luciano Marrocu, Maria Luisa Di Felice, Giorgio Pellegrini, Giorgio Muratore, Raffaele Pisano, Giorgio Peghin ed Emilio Zoagli.
L'occasione che ha fatto da stimolo alla pubblicazione va certamente ricercata nelle ricorrenze di fondazione di Mussolinia-Arborea (settantesimo) e di Carbonia (sessantesimo), due delle tre città sarde fondate dal regime fascista (che in 12 anni ne avrebbe fondate altre nove in tutt'Italia). E proprio a queste città il libro rende finalmente giustizia, avendole sottratte da quel miope e riprovevole indice dei fatti proibiti ove le aveva collocate l'integralismo antifascista. Che appare ancor più riprovevole sol che si analizzino i fatti edilizi ed urbanistici ispirati alle più internazionali delle correnti architettoniche del tempo e firmati dai più affermati esponenti dell'architettura nazionale.
I nomi di Avanzini, Flavio Scano, Ceas, Muratori, Guidi, Piccinato, Fagnoni, Montuori, Miraglia, Petrucci e tanti altri valenti professionisti che firmarono progetti nelle tre città sarde di fondazione fascista rappresentano senza dubbio una lezione fondamentale - come precisa Lino - per la sprovincializzazione della cultura architettonica isolana.

Scheda a cura di Paolo Fadda
pubblicata sul numero 2/1999 di Sardegna Economica

 

FRANCO MASALA

Architettura dall'Unità d'Italia alla fine del '900
Apporto fondamentale alla collana “Storia dell’arte in Sardegna”, questo volume colma un vuoto nella storia degli studi specifici sull’architettura moderna e contemporanea nel periodo compreso tra l’Unità d’Italia e la fine del XX secolo; centocinquant’anni, durante i quali l’isola ha cambiato radicalmente, anche se lentamente, il proprio volto. 
   Alla fine dell’Ottocento le due città più importanti della Sardegna, Cagliari e Sassari, pongono le basi per la loro espansione dopo la demolizione della cinta muraria, e alcuni centri minori come Iglesias, Macomer, Bosa, si arricchiscono di nuovi edifici grazie a congiunture economiche favorevoli. Sono architetture che variano tra lo Storicismo e l’Eclettismo, prendendo a prestito gli stili del passato, consuetudine tipicamente ottocentesca: sia i grandi edifici pubblici (il Palazzo della Provincia di Sassari), sia i palazzi privati (Giordano Apostoli a Sassari o Vivanet a Cagliari) rispecchiano tale situazione, non mancando in essi anche interessanti aperture verso aspetti decorativi riguardanti pittura e scultura.
   È tuttavia il Palazzo Comunale di Cagliari a introdurre un gusto orientato verso il Liberty. Questo stile si diffonde in tutta l’isola anche oltre la prima guerra mondiale – si tratti dell’insieme di una costruzione (villino o palazzina), di un particolare decorativo, o di un ferro sinuoso – avendo una notevole fortuna sino a evolversi nelle linee più geometriche e dure dell’Art Déco. 
Tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale non è meno importante la profonda trasformazione dell’assetto del territorio che, partendo dagli insediamenti minerari, passa attraverso la sistemazione delle infrastrutture della strada ferrata (soprattutto i ponti, spesso arditi e spettacolari) e giunge fino al capitolo delle bonifiche, utilizzando tecnologie che riguardano materiali come il ferro e il cemento armato.
   L’avvento del Fascismo significa l’emanazione del cosiddetto “decreto del miliardo” che fa affluire in Sardegna una notevole quantità di denaro pubblico per acquedotti, strade, illuminazione, ma anche per scuole e palazzi comunali, che spesso diventano le prime architetture di pregio di molti piccoli centri. Contemporaneamente, l’istituzione della Provincia di Nuoro nel 1927 avvia la trasformazione dell’antico borgo in una città che necessita di tutti i servizi idonei al suo nuovo ruolo. Sorgono edifici di rappresentanza o di regime, ma anche residenze che rispecchiano perfettamente il nuovo linguaggio funzionalista che caratterizza l’architettura italiana. Un’architettura peraltro in bilico tra stile Novecento, con richiami semplificati al linguaggio classico, e un Razionalismo perfettamente aggiornato, che non a caso è più volte documentata in prestigiose riviste italiane. 
   Particolare importanza acquistano le vicende del Sindacato Nazionale Architetti tra le due guerre mondiali, dal momento che offrono uno spaccato interessante sulla prassi degli incarichi professionali dovuti al fervore di costruzioni disciplinate dal Provveditorato alle Opere Pubbliche. 

  I progettisti sono professionisti locali, che necessariamente si sono dovuti formare fuori dall’isola, mancando un insegnamento universitario specifico fino agli anni Cinquanta, ma anche architetti della penisola più o meno graditi al regime. Tra i primi si possono ricordare Flavio Scano, Riccardo Simonetti, Salvatore Rattu, Angelo Binaghi e Ubaldo Badas, uno dei protagonisti più importanti della Cagliari tra gli anni Trenta e Sessanta. Tra i secondi si comprendono i nomi di Cesare Valle, Angelo Vicario, Emanuele Filiberto Paolini, Ghino Venturi, Guido Benigni, Giovanni Battista Ceas, Saverio Muratori ai quali si aggiungono nel secondo dopoguerra Eugenio Montuori, Ettore Sottsass (senior), Raffaello Fagnoni, Adalberto Libera.
   Proprio Valle, Montuori, Ceas delineano un altro capitolo di conseguenze fondamentali nella storia della Sardegna: quello delle città di fondazione (Mussolinia, oggi Arborea, Fertilia e Carbonia), che si inseriscono nei quadri della bonifica integrale del Ventennio, trasformando intere porzioni di territorio isolano. Dalle infrastrutture (idrovore, centrali elettriche, impianti industriali) alle costruzioni pubbliche e private si tratta forse del più massiccio intervento nell’assetto della regione.
   La fine della seconda guerra mondiale accompagna una ricostruzione resa ancor più difficoltosa dalla condizione dell’economia nazionale, uscita stremata dal conflitto, situazione acuita nell’isola dalla mancanza di materie prime (ferro innanzi tutto) e dalla sporadicità dei collegamenti con la penisola. Non mancano tuttavia interessanti esempi di architettura di segno notevole come la chiesa di San Domenico a Cagliari o il Padiglione dell’Artigianato di Sassari, che testimoniano aperture verso nuovi linguaggi, oppure esperienze importanti derivate dai piani INA Casa e dalla catena di alberghi ESIT.
   È però il boom del turismo che dalla fine degli anni Sessanta aggredisce le coste dell’isola, dapprima con l’intervento sorvegliato della Costa Smeralda, il responsabile di quello “stile mediterraneo” che imperversa ormai anche nell’interno, e prolifera selvaggiamente in villaggi, seconde case o alberghi che segnano profondamente un paesaggio un tempo intatto e divenuto sempre più urbanizzato con la perdita delle caratteristiche originarie. Non mancano tuttavia anche nell’ultimo quarantennio del Novecento esempi di notevole livello formale e funzionale dovuti sia a progettisti locali sia a tecnici “forestieri”, talvolta ospiti una sola volta del suolo regionale. Si possono citare in ordine sparso Mario Ridolfi (carcere di Badu ’e Carros a Nuoro), Renzo Piano (CIS di Cagliari), Aldo Rossi (centro commerciale a Olbia), Cini Boeri, Eduardo Vittoria e Umberto Riva (case per vacanze a Stintino).

(Scheda da:  www.ilisso.it - Volume: ISBN 88-87825-35-1)

 

Architettura dall'Unità d'Italia alla fine del '900

a cura di Franco Masala - Ilisso Editore, dicembre 2001

 

Ultimo della prestigiosa collana degli editori nuoresi della Ilisso dedicata alla Storia dell'arte in Sardegna e sponsorizzata da generose istituzioni bancarie, ha visto ora la luce il volume dedicato all'architettura isolana dall'Unità nazionale (1861) fino a tutto il Novecento. Lo ha curato e predisposto Franco Masala, giovane ingegnere cagliaritano che ha già dato importanti ed interessanti contributi alla storia dell'architettura e dell'urbanistica isolane.

Il testo viene introdotto da una lunga nota del professor Francesco Moschini che ha inteso sottolineare le feconde interazioni che l'architettura ebbe con i movimenti di modernizzazione della realtà isolana in quel periodo (anche se la sua lettura di questa stagione architettonica appare eccessivamente "schierata" e, pertanto, non sempre condivisibile).

Il volume merita di essere segnalato in questa rubrica soprattutto perché la storia del "costruito" si interseca strettamente con la storia dei "costruttori". Cioè di quegli imprenditori edili che, proprio in quei decenni, impegneranno, in un'opera di febbrile trasformazione delle città isolane, le proprie capacità e le proprie risorse per dare vita ad un'industria che, a Cagliari soprattutto, diventerà poi preminente: quella appunto delle costruzioni edili.

Fino ad allora, infatti, le costruzioni erano state appannaggio di impresari continentali (i vari Magnini, Zamberletti, Barbera, Sola, ecc.), mentre i locali si erano limitati alle piccole edificazioni in economia, reclutando quei pochi piccaperderis ed i molti manorbas disponibili sulla piazza. Pur potendo vantare un architetto sommo come Gaetano Cima, Cagliari (come tutta l'isola) non aveva fino ad allora maturato una sua cultura "del costruire", tanto da poter offrire ben pochi esempi di architetture di pregio. Ed anche i troppo modesti e discontinui interventi dei governi piemontesi nei lavori pubblici non avevano in alcun modo facilitato l'affermarsi di una tradizioni locale di "appaltatori edili".

Possono essere, queste, delle osservazioni anche marginali, ma esse aiutano a meglio capire l'importanza che avranno, nella storia sociale e civile dell'isola, gli anni ed i decenni iniziati con la trasformazione borghese delle sue città principali. Infatti, l'opera di Masala (importante ed apprezzabile per l'ampiezza dell'indagine e della documentazione) riesce ad offrire al lettore un panorama quasi esaustivo di quanto "costruito" nell'isola in quel secolo e mezzo che va da quella metà dell'Ottocento fino al termine del Novecento. Vi si trova anche opportuna memoria di quanti, architetti ed ingegneri, ne furono i protagonisti.

In particolare, le 180 schede che illustrano i principali edifici e manufatti (oltre a Masala vi hanno contribuito Aurelia Cocco, Antonello Cuccu, Ivo Serafino Fenu, Concettina Ghisu, Marco A. Scano e Francesco Spanedda) sono in grado di illustrare al lettore ampi dettagli su ogni singola opera.

In effetti, quel che racconta e documenta Masala nei diversi capitoli dell'opera (La città postunitaria - Architetture della Belle époque - L'architettura del lavoro - Le opere pubbliche del Regime - Nuoro littoria - L'edilizia abitativa - Le città di fondazione - La ricostruzione - L'isola delle vacanze) rende possibile una attenta e puntuale comprensione di come i volumi e le forme architettoniche hanno segnato, e caratterizzato, le varie tappe della modernizzazione dell'isola.

Aiuta soprattutto a riflettere su molti "casi" della nostra storia recente e meno recente che hanno influito ed influiscono sul presente e sul futuro di tutti noi. Perché - come ci insegnano i grandi sociologi dell'urbanesimo - le forme ed i contenuti del territorio, della città, del palazzo e dell'abitazione sono l'immagine speculare del grado di civiltà (e di benessere) raggiunto dai suoi abitanti. Non a caso è rintracciabile sempre un perfetto parallelismo tra la modernizzazione dell'economia e quanto documentato dalle forme architettoniche dei luoghi dove la gente vive, dove lavora e dove abita.

In particolare, l'andamento dei cicli "economici" in cui si colloca quanto documentato dal volume è quello dei primi movimenti evolutivi dell'economia locale: quelli della formazione delle borghesie urbane, delle prime costruzioni ferroviarie, dell'industria mineraria e di quella idroelettrica, delle trasformazioni sociali negli anni fascisti e, infine, della ricostruzione postbellica e delle susseguenti performance delle aree turistiche. Cicli che sono segnati indelebilmente da particolari "forme" architettoniche ed urbanistiche.

Alcuni esempi per tutti: il palazzo Giordano a Sassari testimonia della grande ricchezza "mineraria" della famiglia del suo proprietario, l'elegante palazzina Scano a Cagliari i successi professionali di uno dei primi manager delle costruzioni ferroviarie ed idrauliche dell'isola, la piazza Venezia a Cortoghiana la grandiosa supponenza dell'avventura autarchica del fascismo, la Chiesa di San Domenico di Fagnoni a Cagliari uno dei pochi gioielli consegnatici dall'epopea ricostruttiva del secondo dopoguerra e, infine, un'altra Chiesa, quella di Busiri-Vici a Porto Cervo, serve a documentare il cosmopolitismo intrigante dei luoghi dorati delle vacanze.

Masala percorre questo lungo itinerario con molta attenzione critica, cercando soprattutto di "capire" l'atmosfera in cui quelle costruzioni furono realizzate e di documentarne valenze e significati. Si trova quindi il tanto per capire come la Sardegna postunitaria non sia stata una terra architettonicamente avara o povera, a cui era solo mancata la capacità (e l'interesse culturale) di scoprirla e di valorizzarla.

Le pagine del volume rendono anche conto, nello sfogliarle, dell'interessante e proficuo processo di sprovincializzazione avvenuto in questo secolo e mezzo di costruzioni isolane. Capace, come documentano i manufatti, di accogliere e di interiorizzare le indicazioni delle grandi correnti dell'architettura europea, dall'eclettismo liberty a quello coppedé, dal razionalismo in chiave piacentiniana al funzionalismo degli eredi di Gropius e Le Corbusier. Ed anche di interpretarle, seppure non sempre felicemente, con genius loci.

Certo, non è un percorso facile da leggere, e da comprendere, proprio perché l'architettura con le sue forme ed i suoi volumi ha segnato indelebilmente il tempo dell'uomo, con le sue necessità pratiche e le sue motivazioni spirituali (ma anche con le sue contraddizioni e le sue divisioni). Ed è anche per questo che molti la ritengono specchio fedele del tempo, delle sue atmosfere e dei suoi differenti spiriti.

Proprio per questo valore documentario il volume acquista una sua straordinaria preziosità di cui va dato ampio merito, oltre che affettuosa riconoscenza, all'Autore. Che non ha dimenticato (merito anche questo lodevole) di dare spazio alla conoscenza degli uomini, architetti ed ingegneri, che di quelle opere ne furono autori.

Come in altri campi delle sue vicende storiche, la Sardegna anche con l'architettura si era sempre dimostrata assai presbite nel leggere il suo passato più prossimo, tant'è che se molto si sapeva sulle opere del Barabino o del Cima, erano rimasti sconosciute quelle dei contemporanei, da Dionigi e Flavio Scano ad Ubaldo Badas ed Antonio Simon Mossa, fino ai più giovani tra essi ancor oggi in carriera.

Ma, a dire la verità, l'opera di Masala fa anche discutere, ed è questo un suo merito ancor maggiore, poiché non si è voluto giustamente sottrarre a leggere criticamente alcune delle esperienze compiute nell'isola. Ci sono tre valutazioni, infatti, che più intrigano la discussione. Riguardano l'architettura c.d. littoria, la ricostruzione postbellica e quella che l'A. chiama, ironicamente, l'edilizia "delle vacanze" (lo stile c.d. smeraldino).

Andiamo quindi con ordine. Seppure l'A. riconosca al "costruito" negli anni del regime fascista una effettiva valenza e ricordi come l'isola fosse divenuta "una sorta di laboratorio per l'architettura italiana", alcune pungenti osservazioni sulla disorganicità degli interventi e, ancora, sugli sventramenti ideologicizzati da "Piacentini e dai suoi accoliti", possono dar luogo a perplessità e dissensi. Anche l'esuberante rilievo dato ad alcune invidiose critiche del tempo (come quelle di Rattu per gli edifici di Arborea) possono portare fuori strada un meno avveduto lettore. Tanto da rendere meno evidente l'importante salto "di qualità" compiuto in quegli stessi anni dall'architettura isolana.

C'è poi l'aspetto riguardante la ricostruzione di Cagliari dopo le distruzioni provocate dalle bombe del febbraio-maggio del 1943. Anche qui le pagine di Masala, seppure ripercorrano attentamente i diversi passaggi che portarono a quella che, socialmente ed economicamente, potrebbe definirsi un'epopea (forse la più grande, e la più importante, della storia cittadina), un "umore" decisamente critico sembra emergere dalle parole scritte. Quasi che l'A. intenda parteggiare con chi allora proponeva di costruire una città nuova al di là dei vecchi limiti (Vico Mossa) o, ancora, con chi intendeva utilizzare le distruzioni belliche come premessa per realizzare una città tutta moderna, una sorta di Brasilia campidanese (Salvatore Rattu).

Certo, molte delle "brutture" che oggi intristiscono l'immagine architettonica della città risalgono a quegli anni, e la cultura dell'arrangiarsi (comunque e dovunque) fece premio su molte delle ricostruzioni e dei recuperi. Tuttavia, alcune opere di Libera, di Badas e di Garau meritano certamente attenzione e, soprattutto grazie anche alla Chiesa, alcune ricostruzioni hanno avuto l'indubbio merito d'avere arricchito la città (come San Domenico ed il Carmine, ad esempio). Purtroppo, viene da aggiungere, di matite buone la città ne sente ancor oggi la mancanza, giacché, pare che la madre del "brutto" sia sempre incinta...

Infine l'architettura smeraldina. Qui il giudizio di Masala cala giù impietoso, quasi quanto quello del prefatore. Quel che viene osservato sa però molto di deja-vu, di stereotipo, dato che quell'effetto cartolina verrà attribuito, nel tempo, ad ogni città nuova, inventata. Lo aveva scritto Vittorini per Mussolinia, lo si ripeterà per molte delle città di fondazione indipendentemente dal tempo e dall'ideologia dei fondatori. Così, anche i luoghi "inventati" dalla mondanità del lusso come Porto Cervo e Porto Rotondo non potevano sottrarsi a quel giudizio.

Ma, per essere onesti, quella "cultura" architettonica di Vietti, Simon Mossa, Busiri-Vici e Couìlle (importata e tradita peraltro da troppi scriteriati epigoni) è ben altra cosa, ad esempio, dell'incultura edilizia ed urbanistica che ha violentato deliziosi luoghi costieri come S'Archittu o Santa Lucia di Siniscola o, ancora, come s'è avviluppata nella riviera cagliaritana di levante e di ponente. C'è quindi un qualcosa in quelle notazioni critiche che rende perplessi, ma che, forse, il tempo riuscirà ad addolcire (ricorda Masala quanto fu detto e scritto sull'architettura caprese e su quegli stili inventati ed interpretati dalle differenti sensibilità di un Axel Munthe o di un Curzio Malaparte?).

È giusto concludere affermando che queste osservazioni poco tolgano, comunque, al valore di un'opera che premia indiscutibilmente la grande professionalità e la competenza di studioso di Franco Masala e che appare come una squisita ciliegina sulla graditissima torta che la Ilisso, con questa straordinaria collana, ha donato alla cultura isolana. Né dovrebbero essere dimenticati, negli elogi, gli stampatori della Stampacolor di Muros in provincia di Sassari, ormai alla pari delle più raffinate stamperie europee.

 

Scheda a cura di Paolo Fadda
pubblicata sul numero 1/2002 di Sardegna Economica

 
La citta' ricostruita Le vicende urbanistiche in Sardegna nel secondo dopoguerra
a cura di Alessandra Casu Aldo Lino Antonello Sanna

CUEC ISBN 88-8467-060-8
 
 

 

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