Il miglior portale dedicato alla città di Carbonia: storia, informazioni, immagini, turismo, servizi utili e molto altro!

Home

Mappa del Sito
Info Carbonia
Uffici Comunali
Bandi e Concorsi
Storia Città
Pianta della Città

Stampa

Immagini

 

COMUNE
Sindaco
Autocertificazione
Pari Opportunità
Enti
Pretura
Carabinieri
Polizia Municipale
Vigili del Fuoco

 

TURISMO
Territorio
Architettura
Archeologia
Arte 
Miniere
Minerali
Agriturismi
Camping
Bar & Pizzerie
Bed & Breakfast
Porti Turistici
Proloco
Orari FMS
Rivendite FMS
Info Viaggi e Turismo
Estate
Curiosità

 

CITTA'
Scuole
Informagiovani
Musei
Teatro
Cinema
Biblioteca Comunale
Ludoteca
Centro Audiovisivi
Poste
Banche
Centri Commerciali
Tabaccherie e Ricevitorie
Chiese
Numeri Utili
Scuola Civica di Musica
Associazioni socio-assist.
Associazioni Sportive
Associazioni Culturali
Università Terza Età
Scienziate d'Occidente
Manifestazioni
Figure e avvenimenti
Pubblicazioni
Mercatini

Carbonia Directory
Vuoi segnalare un sito?

Segnalazioni

Links

 

 

Architettura - Urbanistica: 
Carbonia, "città di fondazione"

Lucia Nuti (Docente di Storia dell'architettura moderna nell’Università di Pisa)

La politica di fondazione fu varata dal regime fascista all’inizio degli anni Trenta e condotta poi sino alle soglie della guerra senza soluzione di continuità, con una periodicità annuale quasi costante. Aggregata di volta in volta a scelte vincenti, la bonifica integrale prima, l’autarchia poi, essa non fu mai comunque abbandonata ed ancora dopo il 1940 sotto questo segno veniva riorganizzato l’insediamento nei nuovi grandi comprensori di bonifica del Tavoliere e del Foggiano. 
Si può indubbiamente obiettare che le città nuove non erano città nel senso proprio del termine, sia per l’estensione territoriale molto modesta, sia per l’elementarità della popolazione residente. Soltanto due di esse – Littoria e Carbonia – superarono di molto le soglie fissate sfuggendo alle stesse previsioni dei costruttori, ma Carbonia rimase ugualmente per la sua composizione demografica qualcosa di sostanzialmente diverso da una città.
Ed è ugualmente vero che le nuove fondazioni non erano nate all’interno di un programma di urbanizzazione delle popolazioni rurali. Si cercava al contrario di favorire la deurbanizzazione sottraendo manodopera eccedente e potenzialità conflittuale nelle zone più calde per trasferirla stabilmente sotto il controllo di più idonei patti di lavoro. Ma la questione città/non città appare presto superata da un altro dato fondamentale: con l’immediata elevazione a comune, i piccoli centri appena sorti divenivano attivi nei confronti di una porzione del territorio circostante come sede di funzioni, sia pure elementari. Essi erano quindi l’elemento base di un’organizzazione verticistica del territorio che dal centro raggiungeva la periferia attraverso una rete di controlli; rete che in quegli anni si stava appunto riorganizzando con una revisione delle circoscrizioni amministrative, accorpamenti o smembramenti, promozioni o declassamenti gerarchici di capoluoghi.
È proprio questo in ultima analisi l’elemento unificatore di una sequenza di interventi altrimenti caratterizzata da settorialità, da incertezze, da improvvisazioni, da episodicità; e l’intera vicenda diviene in questo modo scelta politica. Poiché però la fondazione non fu gestita direttamente dagli organi statali, ma passò attraverso il fìtto sottobosco di enti parastatali o anche società private, i meccanismi innescati non funzionavano poi così direttamente in senso centripeto, ma furono immediatamente bloccati dal filtro dell’Ente costruttore. In tal modo l’Ente, in contrasto o in sintonia con il potere centrale, diveniva il primo vero detentore di quelle funzioni. Rimane ancora da verificare quanto il termine «nuova» si spinga al di là dell’ovvia novità della presenza urbana su un territorio in precedenza privo di insediamenti e in che misura sia motivato da scelte culturali nuove.
Mussolini, nell’inaugurare Littoria, intendeva questa novità nel rifiuto di un’identità e di prerogative urbane e respingeva polemicamente per i nuovi centri anche il nome città; ma le esigenze di propaganda gli avrebbero fatto presto cambiare idea. In seguito Piccinato, nell’illustrare Sabaudia, ne sottolineava la novità rifiutando ancora il termine città nel senso ottocentesco, come qualcosa «di chiuso, di murato, qualche cosa di contrapposto alla campagna». Poco dopo però l’involuzione culturale sempre più pesante doveva attenuare queste polemiche affermazioni di novità e reinserire le «moderne città di bonifica» nell’alveo della tradizione nostrana.
Verifichiamo allora quale fu la risposta della cultura contemporanea di fronte al tema, che in quegli anni diveniva occasione concreta, della tanto sognata progettazione globale che non fosse vincolata da preesistenze storiche.
Quasi paradossalmente la città nuova sulla carta stenta ad assumere una dimensione che non sia quella ufficiale composta con le veline dei comunicati stampa. E se questo silenzio agli albori della vicenda, tra il 1928 e il 1932, cioè tra il primo, incerto costituirsi di Mussolinia e l’inaugurazione di Littoria, può essere ancora imputato a disattenzione o sottovalutazione del problema, la stessa motivazione non è più sostenibile quando nel giro di pochi anni la propaganda crea ed alimenta, con un bombardamento di immagini e notizie, il mito della città nuova, esportandolo anche oltre i confini nazionali.
Per la seconda città pontina è bandito un concorso nazionale che coinvolge attivamente alcuni gruppi di tecnici e sul suo esito si scatena addirittura una baruffa parlamentare.
Il nome di Sabaudia diviene immediatamente noto, ma non serve ad aprire una riflessione critica sulla città nuova. La realizzazione anzi fornisce nuovi argomenti a favore del razionalismo in un dibattito sull’architettura che contemporaneamente dilaga sulle riviste, trasformandosi spesso in una polemica improduttiva.
“Casabella” – che pure costituì in tutti quegli anni la voce di un dissenso o almeno di una verifica critica sulle principali opere del regime – esclude anche la semplice informazione sulle città realizzate, con l’ovvia eccezione di Sabaudia, per la quale Pensabene confeziona un commento che non si discosta nemmeno troppo dai comunicati ufficiali.
Pagano alla fine del 1942 poteva giustamente vantarsi che la rivista in diverse occasioni si era occupata di urbanistica, ma ciò era avvenuto soltanto in relazione ai problemi della grande città, sia sul tema degli scempi perpetrati nei centri storici, sia su quello delle case popolarissime nei nuovi quartieri operai. Pagano era stato inoltre coinvolto in prima persona nello studio per il raddoppiamento di un piccolo centro, Portoscuso, a servizio delle miniere di carbone del Sulcis.
Eppure soltanto a fatica e tra le righe dei suoi scritti di quegli anni, relativi alla polemica sull’architettura, si rintracciano due accenni alle città nuove: uno diretto con l’abituale sarcasmo contro i progetti architettonici del Frezzotti per gli edifici pubblici di Pontinia e l’altro, molto enigmatico, sulle inabitabili case di Arsia.
“Quadrante” tra il 1934 e il 1935 diffonde con una raffica di brevi e confusi articoli la teoria della città corporativa. Il discorso coinvolge vecchie città e fondazioni nuove nel quadro di una revisione totale dell’urbanistica. Secondo la teoria soltanto la formulazione di un piano regolatore nazionale avrebbe consentito di stabilire preliminarmente, nel quadro dell’interesse generale, le funzioni da assegnare ad ogni singola città. La città sarebbe quindi divenuta corporativa in quanto espressione del carattere corporativo del regime fascista, lontano dall’anarchismo liberale, lontano dall’oppressivo collettivismo.
Perché, entro i limiti assegnati dall’alto, ogni città avrebbe poi conservato l’individualità del suo quadro formale, l’originalità del suo volto; e a plasmarne armoniosamente l’anima era chiamato appunto l’urbanista. Sboccata nel vicolo cieco della coincidenza tra forma architettonico-urbanistica ed espressione politica, la teoria diventava inevitabilmente ancora più vaga e confusa. Accettava l’equazione linea retta/ordine nuovo e razionale ed identificava la vera espressione del fascismo in geometria, limpidità e chiarezza.
Ma nonostante questo, le prime città pontine risultavano una cocente delusione, una moneta falsa anche se nuova. Le strade diritte, le facciate regolari erano solo il riassestamento esteriore di una città vecchia nel contenuto. L’occasione era stata sprecata, il principio puro inquinato per incompetenza dei tecnici che non si erano mostrati all’altezza del compito e non avevano bene assimilato il concetto di città fascista corporativa: fascista nell’impianto urbanistico (conscia cioè della missione che nel complesso lo Stato deve assolvere) e di conseguenza nella sua organizzazione e nella sua vita.
Era questa una nuova invocazione da parte degli architetti perché l’architettura moderna, le cui posizioni ormai progressivamente si indebolivano, fosse salvata con un atto di forza e fosse proclamata vincente dittatorialmente, come architettura di Stato.
E l’equivoco di questa richiesta che contraddiceva in pieno i princìpi stessi dell’architettura moderna non poteva non sfuggire a Persico, la cui sdegnata replica non si fece attendere, mentre la teoria stessa naufragava nell’indifferenza generale.
Ancora una volta, con Persico il dibattito ritornava sull’architettura e sulla triste condizione del razionalismo italiano, esasperazione sentimentale senza fede, camuffato ora, dopo la «romanità» e la «mediterraneità», in quest’ultimo travestimento.
Ma Persico nella sua amara requisitoria aveva sottolineato le contraddizioni di fondo della teoria, tralasciando altre importanti indicazioni di carattere più propriamente urbanistico che in essa erano contenute e che consentono un’altra chiave di lettura: la prima era un’indicazione di «piano» su scala nazionale come strumento per una borghesia che intendesse razionalizzare al massimo i propri interventi sul territorio; la seconda un’individuazione dell’organismo urbano attraverso le funzioni svolte nei confronti del territorio; infine l’esplicita richiesta di sventramento dei centri storici, per riplasmare gli spazi adattandoli alle nuove funzioni. Il ruolo dell’urbanista veniva ancora pienamente confermato in quello del tecnico, plasmatore di forme, strumento della committenza.
Se le scelte operative del regime coincisero di volta in volta con le ipotesi dei «corporativisti», quelle culturali no. E la proposta, nonostante fosse ampiamente ammantata di piaggeria nei confronti del fascismo, cadde nel vuoto.
Neanche il durissimo intervento di Piacentini su “Architettura” a proposito del concorso di Aprilia indicava una reale volontà di revisione del problema o l’espressione di una linea alternativa. Può sembrare certo contraddittorio che da una rivista così influente si desse ufficialmente voce a quel coro di proteste e malcontenti suscitato dal discutibile verdetto della commissione. Piacentini criticava senza mezzi termini i criteri di pianificazione adottati nell’Agro dall’Opera nazionale combattenti (Onc) e soprattutto il progetto prescelto sottolineandone i numerosi difetti. Contrapponeva allo schema monocentrico, come generatore del nucleo urbano, lo schema autoctono delle borgate laziali, costruite attorno a una corte con elementi edilizi aperti e lineari; di esse il progetto Calza Bini-Nicolini produceva un’originale interpretazione. Ma era questa l’alternativa?
In realtà Piacentini, aiutato dall’effettiva mediocrità del progetto vincente, che prestava benissimo il fianco alle critiche, intendeva soltanto contrapporre clientela a clientela, mirando soprattutto a colpire l’operato di Giovannoni, esperto influente nella commissione giudicatrice. E l’azione era pericolosa perché l’accusa era lanciata proprio dalla tribuna di “Architettura”, organo ufficiale del Sindacato nazionale architetti, e scatenò come era presumibile un piccolo terremoto; ma colpì esattamente nel segno che aveva mirato. Non provocò infatti nessuna reale revisione dei sistemi dell’Onc, né tantomeno aprì un dibattito sulla città nuova; ma solo doveva ottenere, attraverso un compromesso, un assestamento interno che non mettesse in discussione la gerarchia. Giovannoni assieme ai progettisti rielaborò totalmente il progetto che conservava col primo una certa affinità formale; un articolo successivo della redazione di “Architettura” commentava con un tono neutro il progetto attuato; Piacentini stesso infine sostituì Giovannoni nel concorso relativo a Pomezia, all’interno del quale combatté ancora una volta la battaglia per la propria clientela. Di fronte alla seconda sconfitta l’accomodamento fu molto più rapido ed indolore.
Se un vero dibattito sulla città nuova non si accese nonostante il moltiplicarsi delle occasioni, quand’anche un solo arco o una sola colonna comparsa nei nuovi edifici faceva scorrere parole su parole, fu perché la realizzazione era venuta prima che fosse maturata una coscienza critica del problema e trovava impreparato il fronte culturale. Il nuovo architetto, uscito fresco fresco dalle scuole di architettura appena costituite, fu subito trascinato in vaste operazioni urbane e territoriali in cui dar prova della capacità operativa acquisita. L’adesione entusiastica ai grandi programmi in cui veniva coinvolto e le stesse lotte per non esserne escluso ritardarono di fatto la valutazione critica delle scelte di fondo e della dimensione in cui come tecnico stava operando. La presa di coscienza doveva venire soltanto molto più tardi, quando le operazioni erano ormai compiute.
La costruzione delle città nuove fu così condotta senza alcun confronto con indicazioni o proposte che sarebbero potute derivare da un parallelo dibattito culturale, e per tutta la fase di pianificazione il tecnico non può neppure rivendicare il ruolo, di cui spesso si compiace, di suggeritore inascoltato.
Di pianificazione vera e propria non sarebbe neppure il caso di parlare al di fuori dell’unica, debole eccezione della bonifica pontina. La fondazione della città, decisa in tempi molto brevi, era infatti preceduta soltanto da poche e rapide operazioni preliminari, totalmente gestite dagli uffici tecnici dei singoli Enti: delimitazione del territorio comunale, scelta del luogo e compilazione di quei dati di massima indispensabili alla stesura del progetto (numero degli abitanti, estensione dell’abitato, costo massimo, ecc.). La scala regionale dell’intervento pontino sembra suggerire invece l’esistenza di un piano o almeno di un programma organico su cui condurre le operazioni.
Ma la grande bonifica è da ricondursi innanzitutto a due momenti diversi e a due diversi comprensori, di cui il secondo non fu che l’appendice, condotta quasi per inerzia, di un’operazione che non era opportuno lasciar cadere.
Quando, al termine della bonifica idraulica del primo comprensorio, i funzionari dell’Onc si trovarono ad affrontare il problema della bonifica agraria e della forma da dare all’insediamento, la pianificazione si risolse in una scelta fondata più sull’elementarità che sulla razionalità della figura geometrica: il territorio scandito dalle linee delle migliare e dei canali veniva suddiviso in maglie ortogonali all’interno delle quali trovava posto l’unità insediativa e produttiva, cioè la casa colonica ed il podere. L’insediamento sparso, funzionale alla scelta di un contratto di produzione – la mezzadria – come cardine dell’intero sistema, era di nuovo ricomposto nell’unità dei centri di coordinamento, i borghi prima, le città di bonifica poi. Ad un numero di poderi corrispondeva un borgo, ad un numero di borghi una città. Il territorio era così strutturato gerarchicamente attraverso un sistema piramidale di controlli burocratico-amministrativi, fissati sulla base di una corrispondenza numerica astratta. A conclusione della prima fase, mentre già era bandito con grande clamore pubblicitario il concorso per Aprilia, la prima città del nuovo comprensorio, erano ampiamente valutabili le inadeguatezze e i limiti del sistema sperimentato con improvvisazione e pressappochismo. Littoria, creata per una piccola dimensione e divenuta poi capoluogo di provincia, si stava sviluppando caoticamente con un ritmo non previsto e necessitava di un nuovo piano; Sabaudia, razionalmente progettata, rimaneva una bella scenografia che si faticava a riempire; Pontinia, destinata a centro industriale dell’Agro, non era andata al di là di pochi edifici pubblici e pochissime case. Ci si accorgeva chiaramente insomma che i centri urbani erano ormai più che sufficienti e che sarebbero state utili più numerose borgate rurali. S’imponeva a questo punto una valutazione dei risultati per procedere ad una pianificazione più attenta. «Ma – rispondeva di Crollalanza a due commissari che gli parlavano appunto di piano regionale – un piano regionale anche sommario richiederebbe un periodo di tempo che di fatto non si ha, essendo assai prossima la data della fondazione di Aprilia».
In base a questi principî dunque, veniva completato il programma e costruite le due ultime città previste, del tutto inutili dal punto di vista di un loro reale collegamento con l’attività produttiva, ma funzionali al prolungamento del miracolo della provincia redenta fino alle soglie della capitale. Pomezia in particolare nasceva già come borgata di transito, porta d’ingresso per i visitatori di ogni tipo nella regione bonificata. E quindi l’accento della committenza si spostò, come mai era avvenuto prima, sulla ricerca di un’immagine urbana che qualificasse l’intera operazione condotta e ne rappresentasse un chiaro, leggibile simbolo. Dopo la tendenza alla privatizzazione ed alla semiclandestinità con cui fu gestita la prima fase, furono banditi e pubblicizzati al massimo due concorsi nazionali. Ed è appunto tra le righe dei bandi, in una terminologia ambigua continuamente oscillante tra modernità e tradizione, tra centro cittadino, comune rurale e borgo fascista, che s’intravede l’immagine della città nuova così come, dopo la prima fase di rodaggio, si era composta agli occhi dei responsabili della bonifica; un’immagine che esprime tanto bene l’ideologia della politica di fondazione da essere accettata negli anni seguenti con poche variazioni, anche per centri sorti in circostanze molte diverse e che rurali non erano. La modestia era il primo ingrediente di quell’immagine; e non si trattava tanto di modestia come limitata estensione spaziale, quanto di una vera e propria categoria estetica non disgiunta da considerazioni di carattere economico. La necessità di costruire in economia portava all’immediata esclusione del ferro e del cemento armato ed alla riduzione degli elementi metallici; si recuperavano dunque i materiali poveri ed i sistemi costruttivi tradizionali pienamente rispondenti alla modesta entità degli edifìci pubblici. I privati sarebbero stati ancora più modesti, per dare a quelli il dovuto risalto, e la piazza principale di dimensioni contenute per non far apparire meschini i fabbricati circostanti. Altro requisito della città era quello di offrire un ambiente armonico e gradevole al suo interno, potenziato da un abile sfruttamento degli effetti panoramici sul paesaggio circostante.
Gli edifici pubblici da soli dovevano già fornire una scenografìa accettabile.
E qui l’«armonico» e il «gradevole» rimandavano a problemi di gusto: e la carta vincente era anche questa volta l’italianità nella sua filiazione più modesta, il «localismo», inteso come rivisitazione di materiali, moduli costruttivi e decorativi dell’architettura locale.
Confluivano in quest’orientamento le suggestioni della rivalutazione, compiuta da Pagano, dell’architettura rurale in Italia, vissute in un clima di autarchica ribellione alle servitù straniere; ma ancor più gli echi che questa riscoperta aveva suscitato nelle teorie di Giovannoni. Anzi, non è affatto da escludere quest’ultimo tra i possibili estensori del bando per Aprilia, al cui concorso partecipò in veste di commissario. Nel testo di una sua contemporanea conferenza sul tema della deurbanizzazione si leggono enunciati in modo più completo ed esplicito quegli stessi principî che qua e là traspaiono, nel bando, tra le istruzioni per i concorrenti.

Dopo aver studiato bene quello che si è fatto altrove, dobbiamo tornare a casa nostra ed operare col nostro bravo sentimento italiano.
E le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il carattere dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica. Abbiano un nucleo di case compatte, pur non troppo alte, che contengano la piazza principale, raccolta e tranquilla come le piazze antiche, al di fuori del movimento di passaggio; poi la fabbricazione venga degradando in intensità verso l’esterno, adattandosi al terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non seguendo troppo rigidi sistemi; e se mai, le ispirazioni ne siano tipicamente locali, [...] ed in ogni modo la formula del buon senso e del buon gusto dovrebbe essere semplice semplice ma italiano italiano.

Ed era infatti questa l’immagine più aderente al ruolo che la città nuova doveva svolgere nell’intera bonifica negli intenti degli organizzatori. Essi erano profondamente convinti infatti che la colonizzazione stabile sarebbe probabilmente fallita se fosse mancato quel punto di riferimento urbano. Ai coloni dispersi e confinati nella campagna, costretti alle durissime fatiche per la sopravvivenza, la città nuova doveva servire proprio a ricordare che la civiltà nelle forme in cui l’avevano lasciata nelle vecchie terre era presente anche lì vicino a loro, e la civiltà cui facevano riferimento era inequivocabilmente di matrice urbana. Città era dunque un insieme di istituzioni entro cui s’inquadrava il rurale, ma era, anche, un’immagine. Per ricostruirla se ne ricercavano i simboli più efficaci estraendoli dalla più fiorente e significativa stagione urbana, quella della città-Stato comunale: i suoi indicatori verticali, torri e campanili, emergevano ancora meglio sulla piatta pianura e sulle basse case. Ricomposti e raggruppati attorno ad uno spazio centrale, delimitavano un vano raccolto come quello delle piazze antiche, la cui riscoperta, compiuta dal Sitte alla fine del secolo precedente, era destinata ad avere larga eco entro un clima di recupero della tradizione italiana.
Il tecnico, assente dalla fase di formulazione teorica e di programmazione, era chiamato a questo punto a plasmare queste forme, e la competenza che gli si chiedeva nell’operazione non andava al di là di quella di un architetto calligrafo. Questo spiega perché, secondo l’indice di gradimento dell’Ente costruttore, l’incarico per un piano di città nuova aveva potuto essere affidato anche a Oriolo Frezzotti, architetto diplomato all’Accademia di belle arti, o a Gustavo Pulitzer, raffinato architetto specializzato in arredamento d’interni.
Quando però i concorsi nazionali chiamavano a confrontarsi su uno stesso progetto un discreto numero di concorrenti, si poteva allora verificare quanto fossero incerte e contraddittorie nella cultura contemporanea le tendenze sul modo d’intendere e di fare urbanistica. Per quanto il tema fosse molto modesto e già rigidamente delimitato, è naturale che nell’impostarlo i tecnici vi riversassero la loro cultura sul problema città e sul come operare in essa.
Muzio, commentando l’esito del concorso per Aprilia, lamentava che di fronte a tale disparità di soluzioni i problemi sembravano ancor più in alto mare e per compiere un esame critico delle diverse proposte finiva per suddividerle in gruppi, adottando ancora una volta una chiave di lettura grafica: piani a schema semplice geometrico, a schema complesso lineare o radiale, mistilinei.
La distinzione tra forme aperte e chiuse d’altra parte era qualcosa che andava al di là di un puro gusto grafico: nel primo caso vi era riflessa la concezione di città come corpo accentrato, privilegiato nei confronti del territorio da cui lo separavano non cinte di mura, ma molto più artificiosamente viali di circonvallazione o anelli di verde alberato; nel secondo caso la città era concepita come un organismo dinamico, aperto verso i futuri ampliamenti e quasi proiettato nel territorio circostante con un rapporto paritetico. Dalle relazioni allegate ai progetti dei concorsi – progetti che sono peraltro quelli ritenuti degni di qualche premio e quindi conservati negli archivi dell’Onc –, si apprende meglio quali fossero i meccanismi attorno a cui veniva incardinato il funzionamento della città. Pochi ed elementari erano i problemi, gli stessi che avevano impegnato gli amministratori delle città nei secoli precedenti: viabilità ed igiene. Risolti questi, non restava che l’approccio puramente estetico-architettonico e 1’urbanista poteva finalmente ritornare architetto e cimentarsi, pur nella più stretta economia, nella composizione armonica di spazi e volumi, ben sapendo che in fondo sarebbero stati proprio i requisiti estetici a determinare il giudizio della commissione.
Valutandoli così, disegnati sulla carta nella loro piccola dimensione, i progetti per le città nuove sembrano quasi il frutto di un’esercitazione condotta sulla base di nozioni appena apprese alle lezioni della scuola d’architettura o tolte di peso dai pochi manuali in circolazione. La letteratura manualistica si stava diffondendo m Italia appena allora, e della più matura produzione tedesca ricalcava l’impostazione di fondo essenziamente tecnico-pratica. Gli interrogativi sugli obiettivi della disciplina o sulle motivazioni di certe scelte rimanevano inevasi, soffocati dalla amplissima casistica di esempi contemporanei ed antichi, destinati a fornire risposte immediate ad ogni problema operativo.
I punti di contatto tra i progetti e la cultura urbanistica dispensata dai manuali sono evidenziati dalle sottolineature stesse apposte dai tecnici alle relazioni e alle tavole grafiche. Consideriamo ad esempio il libro di Gustavo Giovannoni Vecchie città edilizia nuova apparso nel 1931 con stralci di scritti precedenti dell’autore. Strutturato secondo lo schema dei manuali d’oltralpe, esso è però inequivocabilmente destinato ad urbanisti italiani e la materia, anche nelle sue parti più strettamente tecniche, è svolta con un filo conduttore, che ne costituisce anche il limite: lo spirito di recupero ed esaltazione di tutta la tradizione nazionale, delle sue espressioni storico-artistiche e la volontà di polemica contro due culture massificanti per ragioni opposte, l’americana e la bolscevica.
Tra i molti suoi suggerimenti pratici Giovannoni raccomandava di cercare per l’abitato una posizione che fosse elevata altimetricamente, in modo da sfruttare al massimo i possibili effetti di movimento; ed i progettisti, trovandosi di fronte una pianura, rispondevano di avere utilizzato anche i minimi movimenti del terreno o di aver collocato il centro nel punto più alto in modo che la nuova città si profilasse dominante nel paesaggio.
Un corretto orientamento era ritenuto preliminare indispensabile al tracciato delle strade e dei blocchi edilizi. Era questo un tipo di problematica da tempo sollevata dagli igienisti nordici per assicurare la massima insolazione alle case e alle zone più interne dell’abitato stesso. Le soluzioni ottimali, già codificate dai manuali, venivano però ridiscusse dal momento che la regione mediterranea era assai più soleggiata; l’attenzione si spostava soprattutto sui venti dominanti, a cui doveva essere impedito di penetrare senza alcun ostacolo, d’infilata, attraverso le strade, fin nelle zone centrali.
Ed ecco che sulle tavole dei piani regolatori campeggiavano bussole a volte esageratamente grandi e dettagliate con le direzioni dei venti, e nelle relazioni si parlava diffusamente di quinte edilizie e di sbarramenti opposti alle principali correnti. Petrucci nel confutare le accuse mosse da Piacentini al suo progetto per Aprilia gli scriveva:

V.E. ha dimenticato istantaneamente che fino a ieri ha predicato nelle sue lezioni alla scuola di Architettura di evitare le strade Nord-Sud e Est-Ovest.
Oggi la moda d’oltralpe ritorna sugli schemi a scacchiera con quegli orientamenti. Ciò andrà bene per le regioni settentrionali dove cercano affannosamente il sole, nelle case, con le ampie finestre, nelle strade con la orientazione N.S. o quasi. Ma in Italia, Eccellenza, non si cammina per quelle strade senza correre il rischio di un’insolazione ed infatti V.E. raccomandava qualche anno fa di evitare quell’orientamento. Non se ne ricorda più? Ora sono cambiate le condizioni del clima o sono cambiate le sue opinioni?

Ed è sempre a difesa del vento che Libera, incurante del ridicolo, giustificava la rettangolare cortina di cipressi che chiudeva tutto intorno l’elegantissimo geroglifico che costituiva il suo progetto per Aprilia.
Dopo l’orientazione la viabilità. Il principio ormai concordemente accettato era quello di una opportuna distinzione gerarchica tra diversi tipi di traffico esterni o interni all’abitato e tra diversi assi viari in cui essi venivano incanalati. Dall’esterno la città risultava imbrigliata in larghe maglie triangolari con gli opportuni svincoli; ed all’interno, secondo l’ormai classica soluzione di Sabaudia, la piazza centrale era leggermente defilata rispetto alle vie di penetrazione in modo da rimanere appartata e tranquilla. Ma il principio era stato frainteso; piuttosto che creare valide premesse per un allontanamento del traffico dal centro, se ne ostacolava la penetrazione torturando il tracciato stradale con incroci a baionetta ed artificiosi percorsi.
Risolti in fretta i problemi più strettamente tecnici, quali l’approvvigionamento idrico e la fognatura, la più grossa fetta della relazione era destinata a preoccupazioni estetiche. Nessuno dei dettagli da manuale veniva trascurato. Giovannoni sosteneva che la via rettilinea doveva essere ravvivata con la visuale monumentale o naturale del fondo, un grande edificio, un obelisco ovvero un monte o un bosco. E l’effetto panoramico era puntualmente ricercato nei pochi punti emergenti in quella piatta pianura. I monti sullo sfondo erano inquadrati da terrazze o slarghi panoramici, su cui era disegnato il cono di prospettiva; e la ricerca dei fondali di visuale al termine delle rettilinee vie di penetrazione era puntualmente segnalata: ora gli alti edifici delle chiese con i loro campanili svettanti come obelischi, ora le moli delle torri comunali e littorie ben riconoscibili fin da lontano come indicatori dell’abitato.
Naturalmente, in risposta alle richieste dei bandi, l’impegno per creare un ambiente piacevole da viversi era concentrato nella piazza, la cui soluzione sembrava monopolizzare in ogni modo la fantasia dei progettisti. La maggior varietà di disegni dei fabbricati che vi si affacciavano e le relativamente meno forti restrizioni in fatto di materiali invitavano a tentare un gioco di composizione, anche se il ventaglio di elementi utilizzabili rimaneva sempre molto limitato: così in quell’unico spazio quasi sempre articolato si contrapponevano masse e volumi, si accostavano materiali di colori diversi, si sottolineava la plastica dell’arredo architettonico; ed il passaggio porticato diveniva spesso l’elemento chiave per la sua doppia valenza di elemento di chiusura architettonica, ma di apertura spaziale verso quadri più ampi.
Quanto alle residenze, questo non appare nelle relazioni come un problema fondamentale o qualificante ai fini del concorso. Ne vengono genericamente indicati i tipi edilizi (generalmente tre: edifici a filo stradale, case a schiera, case isolate o binate disposte in gerarchia secondo la loro destinazione sociale) e si rimanda tutto direttamente alla fase esecutiva.
Questo tipo di zonizzazione, intesa come selezione degli spazi urbani e dei tipi edilizi, fu invece attuato in forma molto rigida nella città operaia di Carbonia, città dove l’estensione della residenza superava di molto la parte pubblica della città. Così la coesistenza pacifica delle diverse categorie sociali era assicurata dalla rigida separazione di zone abitate; ma, in compenso, proprio perché si trattava di una città dormitorio per gli addetti al primario, il problema della residenza era stato accuratamente studiato nelle due soluzioni che successivamente furono adottate; estensiva prima, intensiva poi, quando l’immigrazione massiccia minacciava di far dilatare troppo l’abitato.
Vale la pena di segnalare infine come la zonizzazione, intesa come suddivisione dello spazio urbano in aree destinate a funzioni diverse, compaia quasi in caricatura in uno schema riguardante Pontinia: nel quadrato della maglia di bonifica attorno ai piatti segni degli edifici centrali vennero segnate in punti opposti le indicazioni di «zona dei villini» e «zona industriale».
Mentre la maggior parte dei progetti erano stati stesi in adesione totale alle richieste della committenza, da parte di alcuni, fosse disattenzione o polemica, o disprezzo per gli orientamenti espressi nei bandi, erano state formulate proposte ispirate a modelli di ben diversa estrazione. I loro limiti e l’inadeguatezza delle soluzioni prospettate di fronte al problema reale erano forse anche più forti: ora la funzionalità era sacrificata ad un calligrafismo esasperato, ad un rigorismo geometrico che rivelava come il piano prima di tutto rimanesse un oggetto destinato alla pura contemplazione formale; ora si trasferivano alle borgate rurali schemi adatti piuttosto all’ampliamento di un quartiere urbano.
Ma oltre il sospetto, molto incriminante in quegli anni, di essere tributari a culture straniere, era proprio l’aver eluso le regole del gioco che escludeva immediatamente quei progetti dalla valutazione delle commissioni.
Questa mancanza di contatto con la committenza si verificò in modo ancora più netto nell’episodio del progetto per Pontinia firmato da Le Corbusier.
La vicenda si inserisce da un lato nella storia dei rapporti spesso a senso unico, tra Le Corbusier e committenza, dall’altro in quella dei rapporti tra Le Corbusier e la progettazione.
Pontinia e l’Agro come luogo di attuazione sono due variabili del tutto marginali rispetto al progetto stesso. L’abbozzo relativo a Pontinia non era infatti assolutamente originale, ma derivava da un altro precedentemente studiato per la regione agricola della Sarthe.
Durante il suo soggiorno romano, l’architetto aveva visitato la zona bonificata dove le prime due città erano ormai compiute. L’operazione gli era parsa di così vasta scala da ritenerla adeguata ad un proprio intervento.
Era questo il terzo spazio che individuava in Italia: dopo Marghera, città industriale, e Roma, la capitale, Pontinia rappresentava il modello di ricostruzione della campagna.
Da quel momento iniziava la ricerca di contatti con l’autorità, gestita dall’amico italiano Fiorini; e l’autorità non si identificava solamente in Mussolini, ma m qualche influente tramite nelle alte gerarchie individuato dapprima nella persona di Bottai, poi con molto maggiore scetticismo in quella di Ciano. Il colpo d’occhio aveva suggerito le prime impressioni negative sulla bonifica annotate sul taccuino e ripetute in forma più organica in “Prélude”. Di Littoria pensava tutto il male possibile: «confusion», «laideur», «échec urbanistique» erano le prime parole che appuntava a proposito; quanto alla «razionale» Sabaudia, le sue riserve sotto un certo profilo erano ancora più forti: villaggio gradevole e in parte riuscito, ma sogno romantico, rivisitazione di una poeticità agreste ormai fuori tempo. Ma soprattutto riteneva dannoso lo sviluppo previsto dal piano, con l’invasione di basse casette che avrebbero finito per saccheggiare irrimediabilmente il paesaggio. Quello che l’occhio vedeva e quello che avrebbe voluto vedere erano due realtà urbanistiche contrapposte quasi specularmente. Fondazioni, tetti, strade, ingressi, abitazioni, tutto ridotto dalla moltitudine all’unità.
Al di fuori del volume occupato dall’unità di abitazione, il paesaggio sarebbe rimasto intatto; e quella libertà che l’occhio aveva nello spaziare sull’orizzonte tra montagna, pianura e mare si sarebbe tradotta all’interno con la centralizzazione degli impianti in libertà dai servizi più pesanti, dal caldo e dal freddo, dalle mosche e zanzare delle paludi.
Punto immediatamente qualificante dell’intero progetto era proprio la soluzione del problema residenza; e già in questo la distanza dalle richieste della committenza era incolmabile.
Gli edifici pubblici, precisi come funzioni, avrebbero forse potuto essere pensati per le esigenze della burocrazia e del partito fascista e perfino utilizzati per effetti scenografici.
Di due punti centrali all’operazione fascista delle città di bonifica Le Corbusier dimostrava di aver recepito pienamente l’importanza: la rapidità e il costo.
Su questi, poteva dichiarare la sua proposta nettamente vincente, valutando un risparmio da tre a quattro volte, un tempo di costruzione di 50 giorni contro i 265 di Sabaudia.
Ma la condizione indispensabile era che i nuovi centri rurali venissero inseriti nell’ingranaggio della grande industria del Nord: la città razionalmente smontata dal progettista in blocchi di serie da affidare alla produzione industriale sarebbe poi stata montata direttamente sul luogo. Come al solito, nel subordinare l’autorità al progetto, Le Corbusier aveva imboccato un vicolo cieco.
La bonifica dell’Agro ed il recupero di terreni non erano parte di un puro e semplice programma di rinnovamento agricolo. La politica della deurbanizzazione cui erano collegati e la scelta della mezzadria come patto agrario bastano già a rivelare l’ideologia che vi era sottintesa e che stava elaborando in quegli anni la propria immagine architettonica e urbanistica.
L’avrebbe trovata, come si è visto, nella dimensione individuata da «Strapaese», facendo «rivivere la grande tradizione italiana attraverso il filtro quotidiano, ma non meschino della propria terra».
Ogni singolo capitolo all’intemo di questa vicenda di fondazione è creato in questa scala ridotta, in questa misura modesta.
Ai contemporanei mancò la necessaria maturazione culturale per aprire un vero dibattito sul tema; ma lo stesso dibattito nel dopoguerra fu di fatto molto ritardato dalla mancanza d’interesse per quella modestia, apparentemente così poco qualificante, e dal fatto che non vi si poteva riconoscere né razionalismo né monumentalismo; poli antitetici in cui era d’obbligo inquadrare l’espressione urbanistico-architettonica del regime.
La ricerca di radici all’interno del regime da parte di una cultura che ostentava un retorico antifascismo portava ad un’operazione molto miope, al recupero delle minoranze emarginate e sconfitte e ad una loro rilettura in chiave antifascista.
Questo contribuì a prolungare per molto l’equivoco in cui quelle si erano mosse. Razionalismo e monumentalismo diventarono due ideologie di opposto segno politico; del primo si accettavano le opere, la letteratura, l’informazione.
Secondo i razionalisti la vicenda delle città nuove si ferma con Sabaudia, al momento della loro maggior fortuna che proprio allora, dopo aver toccato l’apice, inizierà la sua parabola discendente. Sabaudia rimase un nome, un simbolo di una battaglia che poi fu persa.
Eppure, a ben vedere, a parte l’organicità con cui il piano era stato steso, il progetto stesso non era esente da quei vizi di retorica ed in parte di monumentalismo che sulla piatta bidimensionalità della carta quasi scompaiono.
L’enfasi del complesso religioso, la dilatazione della piazza delle adunate, l’elevazione della torre: sono tutti elementi che denotano, in piena adesione alle richieste della committenza, un gigantismo della parte pubblica della città rispetto a quella privata.
Ma, filtrata dalla valutazione dei razionalisti, la vicenda rimase ancorata entro quei confini; e questo spiega come sia possibile che ancora nel 1964 il manuale del Benevolo fornisse sull’argomento questo giudizio critico: «I razionalisti tracciarono il piano di Sabaudia interrompendo la serie delle monumentali città di bonifica».
Non poteva trattarsi di serie perché Sabaudia era la seconda città, se si esclude il piccolo nucleo, ancora in gestazione, di Mussolinia. Littoria era dunque l’unico precedente ed il suo monumentalismo poteva essere giudicato tale soltanto quando la piatta frontalità degli edifici pubblici venne a delimitare la piazza disegnata nel deserto senza alcun coordinamento di piano. Dato lo sviluppo della città, essi risultarono poi pienamente dimensionati alle funzioni che dovevano svolgere.
Tra quei due poli opposti, razionalismo e monumentalismo, esiste anche questa componente strapaesana che non può essere ignorata né sottovalutata. E se le città nuove ne rappresentarono il campo di piena e completa affermazione, la sua presenza è evidentissima in tutti i centri urbani, nei medio-piccoli più che nei grandi, in quella serie di interventi condotti in sordina, m tono minore, che con la costanza e la facilità di diffusione dei loro moduli espressivi formano, prima di ogni grande opera monumentale o d’avanguardia, i caratteri distintivi dell’immagine urbana del fascismo.

Da: “Bollettino del Dipartimento di urbanistica”, Iuav, 1986, n. 4, pp.147-165.

(le foto sono dell’Autrice, Dipartimento di Storia delle Arti-Università degli Studi di Pisa).

 

Piano regolatore della Città di Carbonia: Schema di regolamento edilizio,  foto Nuti   Piano regolatore della Città di Carbonia.: Zonizzazione, foto Nuti   S.Muratori, progetto per Cortoghiana (particolare del plastico),  foto Nuti  Carbonia, progetto del «posto di soggiorno e ristoro», foto Nuti

 

1. Edifici pubblici. Costruzioni in massima a filo stradale con esclusione di spazi liberi chiusi. Ammessi negozi e portici. (Per edifici di particolare importanza architettonica saranno emanate norme caso per caso)

2. Zona intensiva. Come edifici pubblici

3. Zona semintensiva. Costruzioni isolate, anche a filo stradale (se in ritiro, allineate). Distacchi minimi dai confini: m. 8,00.

4. Zona estensiva. Costruzioni allineate in ritiro dal filo stradale del minimo di m. 3,00. Distacchi minimi dai confini di m. 8,00

5. Zona case a schiera. Costruzioni in ritiro dal filo stradale del minimo di m. 3,00. Raggruppamento minimo di n. 8 unità; massimo di n. 12 unità. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)

6. Zona case minatori. Costruzioni allineate, in ritiro dal filo stradale del minimo di mq. 300. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)

7. Zona verde. (Divieto assoluto di costruzione)

8. Zona ortofrutticola. Costruzioni di carattere accessorio, inerenti all'uso

9. Zona mineraria. Costruzioni inerenti all’uso. (Per questi edifici saranno emanate norme caso per caso)

 
La Nuova Sardegna - 10.04.2002
 

Quando il fascismo disseminava l'Italia di città metafisiche

Si apre a Roma una mostra dedicata ai nuovi centri urbani che vennero costruiti in quegli anni.

Prima c'erano paludi e deserto. Poi sorsero le "città di fondazione", patrimonio dell'Italia fascista e per questo rimosse e dimenticate nonostante il loro valore urbanistico e architettonico. A questi centri (ne sono stati contati 74) è dedicata la mostra "Metafisica costruita", fino al 30 Maggio all'ex carcere minorile di Roma.

Realizzata dall'assessorato alla Cultura della Regione Lazio in collaborazione con il Touring Club e presentata ieri in una conferenza stampa, la rassegna ha lo scopo di riportare in luce la straordinaria valenza culturale di città che ancora costituiscono un modello sia per le loro modalità di costruzione, sia per le soluzioni architettoniche tra le più suggestive del secolo scorso, evocative di atmosfere stranianti e irreali, che sembrano la materializzazione delle metafisiche piazze d'Italia di De Chirico (da qui il titolo della mostra). 

Nel Lazio, ha ricordato l'assessore Luigi Ciaramelletti, c'è forse la concentrazione più significativa delle città di fondazione. Sabaudia, Aprilia, Pontinia e Littoria (ora Latina), costruite nel giro di dieci anni nell'Agro Pontino appena bonificato. Mentre più vicino a Roma sorsero Pomezia e Guidonia. Per la valorizzazione di questo importante patrimonio culturale, ha detto Ciaramelletti, nel 2001 è stata varata una legge che permetterà di realizzare un Centro di documentazione modulare e un Museo, che saranno avviati questa estate. 

Le città di fondazione non furono costruite solo nel Lazio. In Sardegna sorse Arborea (già Mussolinia), Carbonia, Fertilia. Segezia nel Foggiano, Torviscosa in Friuli, Arsia e Pozzo Littorio nell'Istria, al tempo territorio italiano. Le tipologie edilizie e le rigorose architetture novecentiste-razionaliste furono esportate, sempre negli anni Trenta, nei territori dell'Africa italiana (Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia) e in quelli dell'Egeo. 

La mostra documenta questo fermento costruttivo (Sabaudia fu edificata in 253 giorni) che interessò per intero il territorio nazionale (coinvolse ben 27 province), grazie al vastissimo archivio storico-fotografico del Touring Club e ai curatori Renato Besana, Carlo Fabrizio Carli, Leonardo Devot, Luigi Prisco, che hanno messo a punto una prima schedatura dei centri. 

Nell'allestimento, realizzato negli ambienti dell'ex carcere minorile (ubicato nel complesso di San Michele, che per la prima volta, dopo il lungo ed efficace restauro ospita una mostra) sono ricostruite non solo le città più significative, ma anche le espressioni di quella cultura italiana dei primi decenni del '900, spesso accusata di provincialismo e invece aperta alle molteplici influenze europee. Città metafisiche perchè sorgono all'improvviso in mezzo alla natura (campagna o deserto), ha detto Renato Besana (autore dell'allestimento e del video che conclude il percorso espositivo), integrandosi perfettamente con essa, ma permeate dall'energia, dal movimento, del Futurismo in quegli anni provvidenzialmente dilagante. Molti architetti futuristi parteciparono alla realizzazione delle città di fondazione e la mostra espone bozzetti, disegni, nonché dipinti  e sculture che testimoniano il peso culturale di un'epoca. 

 

L'Unione Sarda 10-11-12 aprile 2002

Le tappe urbanistiche nell’Isola

Quali sono state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani, esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere che venivano realizzate.

La Sardegna è un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e Antonello Sanna in La città ricostruita. Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì). Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’urbanistica in Sardegna. Mc.M.

                                                                                                                        

L’utopia delle città giardino

"Dopo l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città".

Così Corrado Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p. 403).

Il giudizio riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato ancora troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza di tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli anni.
Abbandonate le velleità di costruire la nuova città in forma compiuta, come ideale concretizzazione di un’organizzazione sociale progettata nel sogno della qualità e della perfezione formale, quasi senza soluzione di continuità rispetto alla città dell’Ottocento, ci si lascia trasportare dalle mutevoli condizioni della natura e della socialità umana.

Liberando le spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno governato il tradizionale popolamento del territorio.

Il progetto dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione, programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto.

Scavando nel mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a farci apprezzare le loro qualità.

Sarebbe difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo, neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la città fu reinventata: estese porzioni di territorio sono state ripopolate con la fondazione di nuove città. Dopo la guerra, (negli anni cinquanta), erano le città sopravvissute (e il territorio con loro) a ritrovarsi a confermare la necessità della loro esistenza come luogo di costruzione della vita futura
L’entrata in guerra dell’Italia interrompe e modifica le strategie degli insediamenti nelle nuove città fondate durante gli anni del regime fascista. Se si fa un’eccezione per Arborea (che a case fatte aveva da fare la terra, e soprattutto il mercato dei suoi prodotti), Carbonia continuava ad assorbire spinte insediative consistenti, Fertilia vedeva completato il suo centro urbano proprio negli anni a ridosso del 1950.

Alcune esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione (anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche, dell’ideologia al potere prima della guerra.

Significative le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per piano).

L’invenzione della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di ballatoio, è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini "intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti portanti realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come fece Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana, composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani, come segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli edifici, rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana Francesco Saverio Muratori ha l’occasione di completare, con il fabbricato della chiesa, l’impianto urbano della cittadina con la definizione della grande piazza sul lato est. Intervento realizzato nel rispetto delle ipotesi di piano iniziali, ma con l’impiego di quel linguaggio nuovo, fatto di forme leggiadre, tese ad alleggerire e a smaterializzare gli elementi strutturali della fabbrica, forme e linguaggi che caratterizzarono questo periodo della produzione architettonica.

Nel caso della lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista, culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland).

Anche a Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del 1933 di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria, costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella linea delle coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è interessante l’esperienza dei Sottsass a Iglesias che con il loro Villaggio operaio del 1949, inaugurano una felice stagione di presenza in Sardegna, che li vedrà attivi anche a Quartu Sant’Elena, ad Arborea e nella stessa Cagliari. L’intervento progettato e realizzato ad Iglesias è un nucleo autosufficiente, proprio secondo la tradizione delle fondazioni, comprendendo, oltre agli alloggi, le scuole, le strutture per lo svago e il tempo libero, negozi, bar e ristoranti, la chiesa e tanto verde che permette un ombreggio diffuso, visto che "le famiglie operaie non possono evacuare nei mesi estivi ".

Si ritorna quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera, in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo piano di ampliamento di Carbonia.

(1 - continua)

 

Quando Cagliari ricostruì la via del commercio

A Cagliari il problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza di Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie dell’antica fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di reinventare lo spazio sacro da parte del progettista.
Questa costruzione offre in realtà gli spunti più convincenti nelle soluzioni adottate per lo spazio interno, segnato dal generoso intreccio delle nervature in calcestruzzo dell’aula, dalla rarefazione del segno nello spazio presbiterale cupolato, dal profilo articolato del piano del pavimento: una bella virtù dettata dalla necessità di accompagnare col nuovo gli spazi sottostanti del complesso medioevale. Meno efficace sembra essere invece il suo inserimento urbano, dove i diversi elementi con i loro affacci esterni (scalinata, torre campanaria, facciata, cupola e corpo della biblioteca del convento), dialogano con difficoltà tra di loro e con il contesto, pur essendo comunque pregevoli per il raffinato trattamento materico delle superfici, in continuità e in contrapposizione con le superfici delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di ragionamento fuori dalla mischia dei temi consueti, favorevole a quel "disgelo" rispetto ai rigori disciplinari e ideologici del ventennio che gli anni Cinquanta sembrano auspicare. La bella immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo della Chiesa Cattolica, Milano 1958) restituisce efficacemente il ruolo ricoperto da queste esperienze sul terreno delle forme costruite, oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività edificatoria nel largo Carlo Felice, centralissima strada di Cagliari. Questa grossa arteria continua a costruire la sua immagine di centro amministrativo e direzionale, sulla linea della trasformazione della città da piazzaforte a città mercantile e di commercio, avendo all’orizzonte il mare e la libertà di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo la costruzione della Banca Commerciale, della Camera di Commercio (su progetto di quel Luca Beltrami che ideo tra le altre cose anche la sede del Corriere della Sera a Milano), e l’insediamento del Banco di Napoli nel Palazzo Devoto, di fatto esaltavano il nuovo ruolo di questo spazio urbano di fronte al porto. La coppia di edifici della Banca d’Italia e della Banca Nazionale del Lavoro, su progetto dei romani Foschini e Del Debbio, edificati al posto del vecchio mercato, emulano con la loro presenza gli altri due edifici ottocenteschi di Luca Beltrami.

Allora fu il miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro.

L’edificio della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data all’architettura, durante il ventennio, nel rappresentare l’istituzione, per parlare con la voce del potere dello Stato. L’ingresso centrale sottolineato da poderosi stipiti, il grande basamento in cantoni di granito a bugnatura accentuata, la verticalità sottolineata dal taglio delle finestrature, la fitta serie delle stesse al piano alto come coronamento, danno la misura dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del Lavoro, che con sottili lesene continua a dare la trama verticale dei partiti di facciata, privilegia la presenza dei vuoti sulla linea orizzontale, sottolineata anche dal brise-soleil che sembra proiettare il piano di facciata in avanti sulla terza dimensione.

Questo serrato dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua capacità progettuale.

Costruito su un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della storia.

Non si può negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento, sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf Loos).
Poco distante lo stesso Badas si comporta in modo più prudente e, forse costretto dalle particolari dimensioni del lotto a disposizione, affaccia l’edificio del negozio Costa Marras (fine anni Cinquanta) su una traversa del Largo, offrendo a quest’ultimo il fianco. Questa è comunque un’occasione che Badas sfrutta magistralmente per mettere in evidenza il suo amore per l’artigianato, non secondo certo a quello per l’architettura. Lo stretto affaccio sul Largo ospita infatti delle decorazioni ceramiche di Giuseppe Silecchia: l’architettura si afferma nel dubbio e lascia il campo all’ornamento (che non è più delitto).

Non altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della traversa.

Vascellari ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari), proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola però in qualche formalismo.

Poco distante, sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55) di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni (purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico con il rosa delle trachiti della muratura).

Meno appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello (1949-1950).

Anche sul fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante, e importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma. Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel quartiere di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova architettura, disegna un intervento che rompe con la tradizione dell’allineamento sul fronte strada, dell’isolato a blocco, del primato dell’impianto urbano che a Cagliari, nelle zone di espansione, ricalca ancora gli schemi della città ottocentesca.
La sua città giardino, nelle maglie più larghe di uno standard più generoso, si pone come momento innovativo rispetto alla coeva edilizia economica e popolare, potendo interpretare la città in maniera meno intensiva. La felice disposizione urbanistica, l’aspetto esteriore sobrio, la curata distribuzione interna, sono i pregi principali di una prassi progettuale, che fa proprie le ragioni del funzionalismo." (F. Masala, in "Arte, architettura, ambiente", n. 1, anno 2000).

Libera è noto a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali.

(2 - continua)

 

Idee nuove in periferia

Ultima parte del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione sarda dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da Lino, da Alessandra Casu e Antonello Sanna.

Ad Oristano ha occasione di affrontare un tema importante l’architetto Vico Mossa, studioso riconosciuto dell’architettura domestica tradizionale, con un edificio che gli consente di cimentarsi con un’altra delle ambizioni di quegli anni, lo sviluppo in altezza. Su una pertinenza della vecchia cinta muraria, a fianco della torre giudicale di Mariano, dirimpetto alla grande Piazza Roma, sorge il palazzo Sotico, testimonianza notevole di quella ansia di crescita e di ricerca di un nuovo centro che, nel dopoguerra coinvolge anche Oristano.

Il palazzo è la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei tempi.

A Bosa invece, nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la destinazione degli spazi interni.

Quasi un abaco di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego di doghe in legno per ombreggiare).

Una sorta di regional style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto (suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato insieme a Marco Zanuso,.

E’ doveroso ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit. Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città, l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico, comincia a realizzare strutture a destinazione turistica.

Numerosi alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli nel mondo.

Dice Richard Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare, formato secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua sensibilità e della patria di origine.
A Sassari troviamo all’opera Fernando Clemente che sembra seguire, in Sardegna, le orme di quel Piero Bottoni che tanta parte ha avuto per lo sviluppo dell’architettura a Milano. Oltre i suoi grattacieli, oltre le sue università e ospedali, ci porta a questa convinzione la sua attività nelle campagne e nelle periferie, che sono i veri teatri del sociale in questi anni ricchi di speranze. Il quartiere di Latte Dolce, progettato da Fernando Clemente, Enrico Mandolesi, Mario Fiorentino e altri, è una palestra di formazione di questo gruppo di giovani architetti e di sperimentazione dei nuovi linguaggi.

Linguaggi che opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare. I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo però nella direzione della ricerca di una nuova regola.

Sempre a Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico (emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea, attua quel programma su una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una piazza, una piazza coperta, come denunciano chiaramente gli elementi architettonici più importanti: le nobili pilastrate interne rivestite di marmo bianco venato e divisi in due da un "bassofondo", che li percorre per tutta l’altezza rendendoli immateriali, pilastri che inclinano la loro linea verticale a una certa quota e sembrano non sostenere la copertura in liste di legno accostate, che quasi galleggia nello spazio come elemento sospeso e con una morbida linea.

L’esperienza maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di fabbrica.

I corpi scala sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto, la loro rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una gradevole compenetrazione di interno ed esterno.
Il taglio degli alloggi è medio-piccolo, tanto che oggi i residenti stanno via via recuperando superfici utili proprio da queste logge. Questo fatto dimostra come gli standard che erano ottimali cinquanta anni fa si rivelano purtroppo insufficienti rispetto agli attuali bisogni.

Alla fine di questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna, bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa, della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò.

Sul numero 74 della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel mondo.

L’edificio sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città, nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari alta".

Efficace la descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana, a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento.

In forme però completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni, con la maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici cerniere, quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a Milano.
Il palazzo della Società Elettrica Sarda idealmente conclude con positiva ambizione il percorso faticosamente iniziato dall’architettura in Sardegna con la ricostruzione. Percorso che, comunemente e correntemente, viene ancora oggi giudicato in maniera negativa. Ma come abbiamo visto, fra le campagne aggredite dalla città che cresce con assordante gracidar di rane, si è sentito molto spesso il canto dell’usignolo.

(3 - fine)  Aldo Lino

Un articolo dall'Unione Sarda del 19 aprile 2002

Parla il curatore della mostra Carlo Fabrizio Carli

Un'architettura a misura di campo

Carlo Fabrizio Carli è il curatore della mostra romana assieme a Renato Besana, Leonardo Devoti, Luigi Prisco e - per la parte sarda - Giorgio Pellegrini. L’esposizione è promossa dalla Regione Lazio e sponsorizzata dal Touring Club. Che in qualche caso ha ovviato alle diffidenze di alcune città sarde («non Arborea, ma le altre», dice Pellegrini) stupidamente diffidenti nel mettere a disposizione il loro patrimonio fotografico, affinché la mostra romana potesse essere più completa.
«Per troppi anni - dice Carli - il discorso sul patrimonio architettonico del fascismo è stato rimosso. Una damnatio memoriae alla quale è seguita un’ovvia riscoperta. Anche perché quel che l’architettura produceva in Italia all’inizio nei primi decenni del Novecento era di assoluto interesse internazionale.
Non a caso Terragni è studiato dai maggiori esperti come una dlele punte massime della qualità architettonica del Novecento. Non tutte le città di fondazione restituiscono lo stesso fascino ma Sabaudia, subito dopo Brasilia è la città più studiata dagli esperti del Novecento».
«E in Sardegna, Mussolinia Arborea è un caso palpitante di questa realtà. Un architetto come Giovan Battista Ceas è un personaggio ancora poco noto in Italia. Ma geniale, straordinario, a lui si debbono alcune realizzazioni come la casa del fascio di Arborea, edifici di impianto circolare che paradossalmente non trovano posto nei manuali d’architettura».
Qual era l’idea base delle città di fondazione?
«Le città nuove create dal fascismo non hanno senso se non si tien conto che servivano a bonificare enormi porzioni del territorio italiano. Il fascismo liberò dalle paludi circa tre milioni di ettari. Un intervento colossale che fece nascere ex novo settantaquattro città».
«Un’insieme di palazzine e verde pubblico costruite su spazi strappati a pianure malariche. Anche per questo infastidisce che si diano false valutazioni di quel che è stato fatto. In Italia e all’estero (nelle colonie d’oltremare) sorsero città e villaggi omogei, che avevano uniformità di altezze nelle costruzioni, palazzine incastonate nel verde, città armoniche che subito dopo la guerra vennero accrechiate, in qualche caso sommerse dalla speculazione edilizia. Interventi furi scala a Latina e Carbonia, nessun piano regolatore, ogni standard violato.
In quali anni?
«Anni Sessantaa. E nel caso di Latina vennero addirittura approvati piani regolatori che permisero la distruzione delle testimonaianze architettoniche di fondazione. Poi la città si pentì ma è servito a poco».
Coincise con il fatto che dopo il fascismo smisero d’esser banditi concorsi d’architettura?
«Indubbiamente. Al di là dei significati politici che uno vuol dargli, le città di fondazione vennero realizzate con una grande qualità edilizia».
Quale fu la migliore tra le nuove città del regime?
«Mah, molti centri vennero letteralmente devastati dopo la guerra e ormai si può ragionare sulla qualità storica più che sull’attualità. Sabaudia e Arborea sono senza altro tra gli esempi più interessanti. A Carbonia invece accadde di tutto, anche perché la storia della città era legata al clima autarchico e allo sfruttamento di bacini minerari che poi si rivelarono pocoproduttivi. Ma intanto la citgtà prima della guerra aveva ormai cinquantamila abitanti».
E nelle citrtà d’oltremare?
«Anche lì le esperienze di ricerca architettonica ci sono. Rilevanti e misconosciute. Parlare di città d’oltremare significava Rodi dove venne restaurato l’insediamento medioevale e dove vennero inventate strutture alberghiere. Nel Dodecanneso c’è una città Porto Lago, che era di supporto alle basi militari italiane dove vennero l’architetto Ceas lavorò molto».
«C’è poi il discorso libico e nordafricano. Soprattutto sotto il governatorato di italo Balbo, sorsero decine di villaggi metafisici, alcun dei quali costruiti per la popolazione araba con tanto di moschea, minareto, mercato. Altri vennero costruiti per i coloni italiani che a decine di migliaia andarono a trovare i loro posto al sole. Non lo trovarono ma in quei paesi ci hanno spesdso lasciato la pelle e l’anima».
Cosa resta oggi?
«In Italia la speculazione edilizia ha compiuto veri e rpopri saccheggi. Nelle città d’oltremare i danni vennero fatti dal disinteresse e dall’incuria. Anche perché le città di fondazione d’oltremare erano un reperto coloniale non amato. Foprse oggi s’incomincia a rivalutare quel periodo. in Eritrea esistono già rapporti di collaborazione con l’Italia e in Etiopia (per quanto il governo italiano sia stato brevissimo, dal 1936 al 1940) si rivalutano i piani regolatori davvero ben fatti come quello di Addis Abeba e Gondhar».    Mc. M.

 

STORIE DI LIMES - Carbonia Hag   (Viaggio per le città del Duce - 3)
di Antonio PENNACCHI

A Carbonia fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Un caffè hag non nel senso di marca, ma di decaffeinato. La marca deve essere sicuramente una marca locale. Una marca sardegnola. In lingua italiana, a dire il vero, sardegnolo è solo l'asino. Tutto il resto è sardo. Ma nell'italiano che si parla intorno a Roma - l'italiano regionale del Lazio, a cui attiene anche Latina, la capitale delle città del Duce - è tutto sardegnolo. Senza distinzioni di sorta. Ma questa, come si vedrà, non è l'unica questione semantica.

Dice: “Vabbe'. Ma che sei andato fino a Carbonia solo per prendere un caffè?”. No. Che c'entra. Tutt'altro. Ma visto che stavo lì qualche caffè l'ho bevuto. E questa cosa l'ho notata. E non mi pare una cosa di secondaria importanza. Anzi. Mi sembra abbastanza rilevante. Non credo di essere l'unico nelle mie condizioni. E comunque, per quanto mi riguarda, io mi sono stufato di avere discussioni tutte le volte che entro in un bar. Chiedo un caffè hag - sempre inteso come decaffeinato: per la marca mi dessero pure quella che gli pare - e aggiungo inequivocabilmente: “Stretto. Molto stretto. Poche gocce”, perché poi lo so che mi fanno regolarmente dei brodi vegetali. E quelli, tutte le volte, mi guardano sempre strano, con sufficienza, come se fossi un minorato: “Scusi, ma perché non si prende un caffè normale?”, mi consigliano. “E se potevo prendermi il caffè buono venivo qua a chiedere un caffè hag?”, mi tocca di rispondergli ogni volta. Con la pressione che mi si alza come se avessi preso un bidone di caffè vero. Secondo loro, uno si prende il caffè hag perché non gli piace il gusto del caffè, mica perché gli fa male la caffeina. Così te lo fanno pure lungo. Dopo che glielo hai detto chiaro chiaro. E pensano d'avere fatto bene. E hanno pure un atteggiamento infastidito: “Ma guarda tu chi mi doveva capitare oggi”. Sti bastardi. Perché il caffè hag - sempre in senso generale e per sineddoche, naturalmente: ci mancherebbe pure che mi querelasse l'Hag - tutti sanno che fa schifo. Acqua calda. In tutta Italia. Del caffè non ha più manco il colore. Solo il nome. Non ti dico l'orzo: roba da suicidio. E tu ti metti pure a farlo lungo? Ma allora lo fai apposta.

A Carbonia no. Al Caffè Impero, specialmente. Fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Meglio di quello vero. E ne puoi prendere quanti te ne pare. Bello ristretto, cremoso. Pieno di sapore. Che t'accendi subito la sigaretta. Una appresso all'altra. Alla faccia del cardiologo. Che è peggio d'un barista.

Mi pareva una scoperta da dover socializzare.

A Carbonia c'è una torre. O meglio, non sarebbe proprio una torre, ma tutti la chiamano così: “Torre littoria”. E in effetti si chiama così fin dall'inizio, da quando la costruirono, nel 1938. Oramai era diventata un'abitudine. Non solo quella di fare le torri, ma proprio quella di fare le città. S'alzavano la mattina e ne fondavano una. Prima, all'inizio - ma all'inizio l'inizio, quello del fascismo - non ne volevano proprio sentir parlare: il Duce era per la ruralizzazione, e il primo nemico da abbattere era l'urbanesimo. Era quella la fonte d'ogni male: la gente lasciava le campagne, dove aveva lavorato in pace e per benino - ognuno per suo conto, senza dar fastidio a nessuno - e veniva in città, a fare gli scioperati. O i disoccupati. E a ubriacarsi pure nelle osterie. E, mezzi ubriachi, a parlare anche di politica. “Altro che urbanesimo”, aveva detto Mussolini, “tutti in campagna!” e fece pure chiudere le osterie. Venticinquemila mila, in tutta Italia: “... a rompere i coglioni”, pare che abbia detto mentre firmava lo storico decreto. Che lavoro si siano poi messi a fare gli osti, rimane tuttora un mistero. E in quelle poche che restarono aperte fece attaccare un cartello con tanto di marca da bollo: “Qui non si parla di politica”. È storia, mica chiacchiere. Lo dice pure De Felice.

E intanto, con la fissa della ruralizzazione, sono andati avanti per una decina d'anni. “Tutti in campagna”, continuavano a ripetersi: “Questa è la vera mistica fascista”. E la gente, in campagna, ce la tenevano con la forza. Dovevano costruire - diceva la mistica - l'uomo nuovo, mica scherzi. E lo dovevano fare con le buone e le cattive. Per spostarsi ci voleva l'autorizzazione, una specie di passaporto. Da città a campagna. E viceversa. Proprio come in Siberia. O Pol Pot. E i khmer rossi. Poi uno dice che non ci capisce più niente. E dov'è che comincia una cosa e che ne finisce un'altra. Hai voglia a leggere Destra e sinistra di Norberto Bobbio. Secondo me, non ci ha capito niente neanche lui. Mi spiegasse - se è capace - chi sta più a sinistra, adesso. Se Gianfranco Fini o Massimo D'Alema. Non parliamo di Giuseppe Rauti, detto Pino. Come per il Kosovo. E chi svolge, per davvero, un ruolo oggettivamente progressista, antimperialista e rivoluzionario. Almeno secondo la “teoria dei quattro mondi” del compianto Hua Quofeng. Ma mi sa che con le storie di Carbonia tutto questo non “ciazzecchi molto”, come dice un altro che tra la destra e la sinistra fa qualche confusione. Più di me.

Fatto sta che di città non ne volevano sapere. Poi si ritrovarono Littoria, all'improvviso: fu una pensata autonoma del conte Valentino Orsolini Cencelli, che comandava da proconsole l'Opera combattenti e la bonifica delle Paludi Pontine. Il conte Cencelli si credeva d'avere fatto chissà che cosa, e per il 30 giugno 1932 - quando doveva mettere la prima pietra - invitò alla cerimonia il Duce. Quello, invece, si incazzò come una bestia. Per poco non gli mette le mani addosso. E c'è proprio un suo documento autografo (Acs, Segr. part. duce, Autografi del duce, 7.X.D. - 29 giugno 1932) che proibisce a tutti i giornali di darne la minima notizia: “Tutta quella rettorica a proposito di Littoria, semplice comune e niente affatto città, est in assoluto contrasto colla politica antiurbanistica del Regime Stop Anche la cerimonia della posa della prima pietra est un reliquato di altri tempi Stop Non tornare più sull'argomento - Mussolini”.

Cencelli, però, oramai era andato troppo avanti, con le imprese e con gli appalti; si mise la coda tra le gambe e tirò dritto per la sua strada: “Male che va, mi manderanno al confino”. E fece Littoria. E, mentre la faceva, lo venne a sapere la stampa estera. E la notizia rimbalzò per tutto il mondo: “Questi fanno le città!”, dicevano ammirati. E cominciarono a venire - a miracol guardare - dall'America. E soprattutto dalla Russia. Per davvero. Ministri sovietici. E presidenti dei kolchoz. In fila per uno. Per vedere come si faceva. (Destra o sinistra? Boh.) E allora il Duce ci prese gusto. E si prese tutto il merito. Il 18 dicembre 1932 - sei mesi dopo - ci venne lui a inaugurare Littoria. E dopo ne fece fondare altre. A tutta gallara. Una appresso all'altra. Altro che “cerimonie e reliquati d'altri tempi”. Dalla mattina alla sera non faceva che mettere prime pietre. A Aprilia, addirittura, si mise sul trattore a tracciare il solco sacro, come facevano gli àuguri etruschi, e come aveva fatto Romolo, il giorno che per scherzo, prima di scannare per davvero suo fratello, s'era messo a sfotterlo: “Mo' ti faccio vedere che fondo Roma”. E quello gli aveva risposto. E una parola tira l'altra. Proprio come al derby (pare che Remo fosse pure laziale). E quando s'è ritrovato - Romolo - con la coratella in mano, non s'è più potuto tirare indietro. Che figura ci faceva con gli ultras? E ha fatto Roma.

Alla fine ne hanno fatte 21 - i fascisti, non gli ultras; e città, non coratelle - tra grandi e piccole. In tutta Italia. Senza contare i villaggi coloniali in Libia. In tutta Italia, dall'Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno: Istria, Friuli, Sardegna, Agro Pontino, Puglia. In soli 10 anni. Dal '32 al '43. E meno male che hanno perso la guerra. E hanno dovuto smettere. Se no non lasciavano più un metro di campagna nemmeno in Valpadana. Pure sopra le Dolomiti.

All'inizio, come detto, erano partiti alla chetichella, coi disegnini dei geometri dell'Opera combattenti (non parliamo di Mussolinia, ora Arborea, che ci si erano messi gli elettrotecnici). Poi man mano hanno dato spazio agli architetti, e a tutta la grancassa. E ognuno andava a guardare quello che aveva fatto quell'altro. E trovava, naturalmente, da ridire: “Madonna che schifo”. Ma copiava quello che c'era da copiare. E così, passin passino, tra uno “schifo” e l'altro, alla fine è venuto fuori uno stile, con la sua bella regula. E se tu vai, appunto, dall'Alpi alle piramidi dal Manzanarre al Reno, le riconosci tutte quante, appena annusi l'aria: “So' le città del Duce”. E mica solo per gli eucalyptus. Ma proprio per lo stile, per la regula. Come quella della “Torre littoria”.

Ha cominciato Frezzotti - a Littoria, appunto - con la torre del Comune. Poi Sabaudia, Pontinia, e così via, con queste torri più alte del campanile della chiesa. L'idea, evidentemente, era quella di ricollegarsi all'età dei Comuni medievali: la torre municipale come segno del potere comunitario e laico, primo fra tutti gli altri, pure quello religioso. Il segno dello Stato. Stato etico, peraltro. Difatti, sotto a quella di Littoria ci appesero anche una lapide, con le parole che il Duce aveva detto il giorno dell'inaugurazione (l'iscrizione sulla lapide fu cancellata a mazzetta e scalpello, a damnatio memoriae, nel 1946, ma il mitico Finestra adesso l'ha fatta rifare e riappendere, monumentum perenne, e i verdi - come detto in altro numero - lo hanno denunciato per apologia di fascismo e ci hanno lanciato contro della vernice nera, senza però riuscire a prenderla): “I contadini ed i rurali / debbono guardare / a questa torre che domina la pianura / e che è un simbolo della potenza fascista / Convergendo verso di essa / troveranno quando occorra / aiuto e giustizia / Mussolini”. Vedi un po' se non la facevano pure dalle altre parti. E così l'hanno fatta anche a Carbonia.

Carbonia, però, è del 1938. Littoria del '32. Sei anni. Che sono sei anni? Niente. Un battito d'ali, nel flusso del tempo. Ma quasi un terzo sano dell'intera Era Fascista. Hai detto niente. In sei anni - in quei sei anni - è successo di tutto. Non solo nell'architettura e urbanistica razionalista, ma nell'intero fascismo: in quel periodo è racchiusa, in nuce, l'intera e specifica esperienza. Ne è il fulcro: c'è l'epigenesi e la teleologia. Tutto quello che è avvenuto prima, e tutto quello che avverrà dopo non ha, in termini strutturali, molta importanza: tutto s'è giocato là. Lì s'è raggiunto l'acme e s'è fatto il giro di boa. Dalla carta del lavoro, l'Inps e le bonifiche si è passati all'autarchia, alla conquista dell'impero, alla politica di potenza. Dagli anni del consenso alle leggi razziali. E dalla torre di Littoria a quella di Carbonia.

A Carbonia difatti, come detto, c'è una torre. O, almeno, tutti la chiamano così. È un affare in trachite, una pietra di quelle parti che loro dicono che è rosa. A me sembra grigia, ma io sono daltonico e non faccio testo. È un affare, comunque, imponente. Che si vede da lontano. Suddivisa in cinque piani, è alta quasi 28 metri (27,50 per la precisione), e alcune fonti dicono che è a base quadrata, con lati di 12 metri e mezzo, quasi metà dell'altezza. L'ingegner Paolo Costa invece, con la pianta sotto il naso e misurando con la squadra, sostiene che è a base rettangolare: 11 metri per 15 (la prossima volta mi porto la fettuccia. E finisce la questione). Sia in un caso che nell'altro, comunque, resta che questa cavolo di base è intorno ai 150 metri quadri, metro più metro meno. Base troppo larga, per un corpo di soli 4 mila metri cubi ed alto meno di 28 metri. In termini armonici, come “torre” è nana. Mozza. Tagliata a metà. Avrebbe dovuto essere alta almeno il doppio. Altrimenti è come la differenza che c'è tra un leone e la gatta di mia figlia, che dice: “Sempre felini sono”. Sì, vabbe'. Una torre, per essere tale, deve protendersi notevolmente in altezza - almeno secondo il vocabolario e tutti i testi di storia dell'architettura - avendo anche, possibilmente, il carattere della “snellezza”: sottigliezza proporzionata di forme. L'altezza, in parole povere, deve avere una nettissima prevalenza su tutto il resto delle dimensioni, ed in particolare sulla base. Se no tutti i palazzi di cinque piani, a questo punto, diventano “torri”. Di pieno diritto. Questa di Carbonia, quindi, non è una torre. È alta, grossa, massiccia e imponente. È sicuramente bella. E resta infissa nella memoria. Ma non è una torre. È una “mole”. Se almeno l'italiano non è solo un'opinione.

Ma adesso chi glielo va a dire, a quelli di Carbonia, che debbono - da un momento all'altro - smettere di chiamarla “Torre”, e chiamarla invece “Mole littoria”? Adesso, poi, che il sindaco vuole profanarla e metterci pure l'ascensore.

Se fosse stata per davvero una torre, non le sarebbe mai servito un ascensore. Che le serviva a fare? In una torre, al massimo, c'è spazio per una scala. O una stanzetta ad ogni piano. Serve per guardare dall'alto, o suonare le campane, o aggiustare l'orologio. Chi ci sale? Al massimo una persona al giorno. A meno che non si stia a Siena. Coi turisti. Ma mica stiamo a Siena, qua. Mica c'è il Palio. Se era una torre, il problema non si poneva proprio. Infatti a Latina (già Littoria) - che è una torre per davvero - nemmeno al mitico Finestra gli è mai venuto in mente di farci l'ascensore. Adesso però, se legge questa cosa, non sarei più disposto a metterci la mano sopra al fuoco.

A Carbonia no. A Carbonia l'ascensore serve. Proprio perché non è una torre. Ma una mole. Una mole di cinque piani. Di 150 metri quadri l'uno. Nel '38, oramai, le “torri littorie” non erano più le torri campanarie del Comune. Non stava più lì il simbolo comunitario del potere. E dello Stato. Quella era l'ideologia urbanistica di prima, del '32, che si rifaceva all'“Italia dei Comuni”, con l'automatica identificazione, e giustapposizione, di Comune, fascismo e Stato regio. Nel '38, invece, i giochi sono cambiati ed anche l'ideologia urbanistica s'è radicalizzata: il Comune è una cosa, la monarchia un'altra, il fascismo e lo Stato un'altra ancora. Il fascismo è lo Stato (almeno nelle intenzioni. Poi, sul piano storico-fattuale, la Democrazia cristiana lo ha fregato di parecchio). Stato etico, del resto. E Stato nazionale del lavoro. Il potere vero è là. Centrale. Centralizzato. E unificatore. Pure corporativo (ma anche questo nelle sole intenzioni). E il simbolo del potere vero - la Torre littoria - saluta il municipio e passa alla Casa del fascio. Armi e bagagli. È lì che si comanda. È lì che si rappresenta - sia sul piano formale che su quello dei contenuti - la civitas tutta. Così, a Carbonia, la Torre - pardon - la Mole littoria non è che la Casa del fascio: un edificio appunto imponente, di cinque piani, con tutti gli uffici, le sale riunioni, i bagni, il deposito di armi e tutto quanto occorra alla bisogna. Pure - già pronta - la stanza per il Federale, quando Carbonia diverrà provincia.

Poi Carbonia non è più diventata provincia. E il Federale non è mai arrivato. Anzi, dopo pochi anni - neanche sette - è sparito pure il fascio. E, sparendo, non ha evidentemente avuto più bisogno d'una casa. Che però è rimasta là. E il Comune - che sta sulla stessa piazza, ma di fronte: da un'altra parte - ci ha messo i suoi, di uffici. E adesso, però, ci deve mettere pure l'ascensore. Perché gli impiegati - nell'anno 2000 - si sono stufati di farsi cinque piani di scale. Del resto, mica fanno più il sabato fascista con tutti gli esercizi ginnici e i salti dentro il cerchio di fuoco. Quelli erano allenati. E poi adesso ci sono pure le leggi europee sulle barriere architettoniche. Finché se li dovevano fare gli impiegati - i cinque piani di scale - poteva pure andare. In fin dei conti è sempre pubblico impiego (anche se gli danno la zappa...). Ma dentro gli uffici ci debbono andare pure le vecchiette. E quindi mi pare giusto che il sindaco Càsula - sinistra doc, con tutto il dna a posto: Pci, Pds, Ds; come tutte le amministrazioni che ha avuto Carbonia dal dopoguerra ad oggi - ci voglia mettere l'ascensore. Anche se c'è il piccolo problema che per questioni tecnico-strutturali, e per non togliere eccessivo spazio agli uffici, l'ascensore non si potrà installare all'interno della torre, bensì all'esterno. Ma in fin dei conti non è una torre. È solo una Mole. Pure se Littoria. Che problema è? E c'è poco da scherzare: provateci voi a farvi cinque piani di scale. Pensa solo al ragazzo del bar - quello del Caffè Impero - che se li deve fare cinque o sei volte al giorno, coi cornetti e i cappuccini in collo. E il caffè hag. Quello è disposto a pagarlo tutto di tasca sua, l'ascensore.

Ma a Carbonia i verdi si sono messi a strillare per le strade. Mica Alleanza nazionale. I verdi: Italia Nostra e Wwf. “Questo attenta al centro storico! Distrugge la nostra identità. È come se Rutelli volesse smantellare il Colosseo”. Il Colosseo no, ma via dei Fori sì. Sti cazzo di verdi sono l'ira di Dio: a Latina mettono in croce il sindaco perché restaura, a Carbonia perché manomette.

Uno che viene da Latina, a Carbonia si sente proprio a casa sua. E non solo perché ci trova i verdi. E le zanzare. Ma proprio perché c'è la stessa aria, lo stesso climax: la gradazione cromatica; l'accostamento successivo e la giustapposizione degli stili; il passaggio per gradi, la progressione e la successione del “sentimento” delle cose. La sequenza ascendente. Sono le due città che si somigliano di più, tra tutte quelle del ventennio. Non c'è l'apostasia di Aprilia e di Pomezia, in cui tutto è nuovo, abnorme, transessuale. Nemmeno lo straniamento di Sabaudia e di Guidonia, in cui, da un momento all'altro, possono sbucare gli scenografi, e lo spettro di De Chirico, a smontare le facciate di cartone. Neanche l'habitat padano - tranquillo, polveroso, sonnolento e stratificato - di Pontinia, di Fertilia, di Arborea. E nemmeno la desolatio pompeiana di Segezia, Cervaro, Giardinetto, tolte alla vita - come dicevano le iscrizioni antiche - prima ancora che potessero iniziarla; belle anche morte, come un mondo scomparso di una copertina Urania di una volta.

Il tessuto delle strade è rimasto lo stesso. Pieno però di traffici, di vita. Latina è in piano, Carbonia è un monte. Ma la differenza non si coglie. La speculazione edilizia, nel dopoguerra, s'è data da fare. E i palazzi a più piani in cemento armato, coi balconi e la cortina di mattoni, hanno spesso preso il posto delle case basse e degli archi romani “a tutto sesto” dell'età del Duce. Ma non hanno obliterato tutto. S'aggiungono. Si susseguono. Si giustappongono. E sul corso, e sulle vie principali, non c'è più un negozio di alimentari, o una macelleria, un calzolaio, un ferramenta. O un'insegna vecchia. E arrugginita. Ma solo jeanserie, boutique, negozi di lusso. E i Volvo parcheggiati in doppia fila.

Ignazio Delogu (la principale fonte bibliografica di riferimento, per Carbonia, è costituita proprio dal suo Carbonia - Utopia e progetto, Roma 1988) sostiene che Carbonia è stata un'operazione di tipo coloniale, oggettivamente antisarda ed antipopolare, che ha letteralmente violentato la cultura e la civiltà sarda, le quali erano - pur con alcuni elementi di urbanizzazione - prevalentemente non-urbane: “Un'operazione, sul piano storico, assolutamente riprovevole”.

In tutto il Sulcis - il corno sud-occidentale della Sardegna - fino al 1936 c'erano non più di quattromila persone. Dopo Iglesias, appunto, veniva il deserto. Alture modeste, brulle e malariche. La poca gente viveva di pastorizia, ed era dispersa in modesti agglomerati. Lo stato di arretratezza e di primitività non aveva niente da invidiare alle zone più arretrate e primitive dell'Abissinia. Nell'Iglesiente invece - a nord e ad est del Sulcis - l'attività estrattivo-mineraria era nota da millenni. E - anche se oramai in via di esaurimento - continuava, e continua in parte tuttora, lo sfruttamento delle miniere di piombo, zinco, ferro, rame, antimonio, manganese, barite, talco e caolino. Poca roba comunque, assolutamente insufficiente a coprire il fabbisogno nazionale. E nel Sulcis, già nel secolo scorso, erano state trovate tracce di qualcosa che somigliava al carbone. Ma gli somigliava alla lontana. E i ricercatori erano scappati subito via. Senza rifarsi nemmeno delle spese.

Nel '35, però, conquistammo l'impero. E la Società della nazioni ci decretò le sanzioni: le potenze demo-plutocratiche ci avevano oramai accerchiato, con l'intento più che dichiarato di stringere alla gola la povera Italia proletaria e fascista. Nessuno avrebbe dovuto più venderci il carbone, che compravamo, naturalmente, tutto quanto all'estero: Belgio, Francia e soprattutto Inghilterra. Allora non c'era ancora, in giro, tutto il petrolio che c'è adesso, e l'unica fonte di energia - non solo per i treni e per il riscaldamento, ma soprattutto per l'apparato industriale - era proprio il carbone. Come ci mettevamo con questa storia delle sanzioni? “Con l'autarchia!”, rispose il Duce: “Facciamo tutto da soli”. E infatti inventammo il terital, il lanital e il caffè di cicoria, un antesignano del caffè hag. E tanta altra roba. Qualcuno si ricordò pure di quella specie di carbone del Sulcis. “Ma non è carbone”, gli dissero: “È lignite. Se era carbone lo avevamo già scavato allora. Ha una potenza calorica inferiore, costa molto di più e non rende come il carbone vero dell'Inghilterra”. “Lignite, carbone: che differenza fa? Questo abbiamo”.

Ignazio Delogu, per certi versi, non ha tutti i torti. Dice in sostanza: “Le sanzioni? Ma quelle te le hanno fatte perché hai occupato l'Abissinia. Che te lo aveva ordinato il dottore? E comunque, in ogni caso, se adesso stavi finalmente buono e caro te le levavano subito. Ma tu no. Tu già tenevi in mente di fargli guerra in casa loro, di impadronirti, col tuo compare, dell'Europa. E allora che fai? Ti inventi un carbone che non c'è, spendi sto mondo e quell'altro, e spremi pure un sacco di gente, per tirarlo fuori. Poi però devi portarlo in Italia, via mare, se no in Sardegna a che ti serve, se le fabbriche stanno tutte in continente? E come fai a portarlo se non t'assicuri il controllo delle rotte, che restano invece tutte in mano all'Inghilterra? Rimane una risorsa indisponibile”. E il discorso, messo così, non fa una grinza. Anche se il senno di poi eccetera eccetera. Lui, però, dice pure: “E tu vai a costruire una città, e a deportare popolazioni, per una risorsa a tempo (che prima o poi, cioè, finisce), oltre che indisponibile?”.

Comunque si misero a cercare la lignite dappertutto, in tutta Italia, pure in Umbria. E anche mio padre, insieme a zio Torello, scese in miniera a Ponte di Ferro, nella piana sotto Gualdo Cattaneo, a scavare la lignite per alimentare una centrale elettrica. Ma il Sulcis era pieno per davvero. Ed era quello che ci voleva. “Altro che lignite, ed altro che carbone inglese”, disse il Duce il 9 giugno 1935 dopo avere soppesato bene bene - in una visita ad hoc al pozzo di Bacu Abis - un pezzo di minerale, e averlo annusato, traguardato contro luce col braccio teso e riannusato un'altra volta: “Questo è il Carbone Sulcis, il potente carbone italiano!”. E il 26 luglio - un mese e mezzo dopo - venne costituita l'Acai (Azienda carboni italiani), una specie di Eni di adesso, piena di soldi e di poteri. A capo - proconsole unico, come il conte Valentino Orsolini Cencelli nelle Paludi Pontine - fu nominato il commendator Guido Segre, vero eroe eponimo di questa storia.

Guido Segre era nato a Torino nel 1881. Come dice il cognome, era di famiglia ebrea, da sempre impegnata nel mondo degli affari e strettamente imparentata, ad esempio, con i banchieri Ovazza. Parente stretto, quindi, anche di Ettore Ovazza, il futuro fondatore e direttore di La nostra bandiera, organo di punta dell'ebraismo fascista. Questi, che era già stato un fascista antemarcia e sansepolcrista, si batterà fino all'ultimo contro il sionismo, e per rivendicare fino in fondo la totale italianità e adesione all'“idea” dell'ebraismo italiano, fino ad abbandonare, insieme a tutti i suoi, la stessa Unione delle comunità ebraiche italiane.

Ed anche Guido Segre era un ebreo così: ebreo di famiglia e per tradizione, ma in sinagoga non ci aveva messo più piede da una vita. Il suo mondo erano gli affari, l'industria e la politica. Agli inizi si dava anche del “tu” con Mussolini. Veniva, difatti, dal nazionalismo di Federzoni e fu uno dei fondatori del fascismo. Nel 1915 - direttore generale della Fiat, oltre che proprietario di industrie proprie - gli sarebbe spettata l'esenzione dal servizio militare. Ma era un patriota interventista: rinunciò all'esonero, salutò Giovanni Agnelli e si arruolò volontario nella Grande Guerra. Un eroe: partito come tenente del Genio, fu promosso per meriti di guerra e congedato nel '18 come tenente colonnello, decorato di medaglia d'argento al valor militare, croce di guerra italiana, croce di guerra con palme francese, e croce del DSO inglese.

Tornato dal fronte, gli ambienti nazionalisti e l'alta finanza - Fiat, Comit, Credito italiano e così via - si riunirono a conciliabolo: chi, meglio di lui, avrebbe potuto garantire, a capo dell'apposito ufficio del Regio governatorato militare, la italianizzazione dei capitali e delle società triestine, ancora fortemente in mano crucca? E lo spedirono a Trieste. Dove, in poco tempo, si infilò come nelle proprie scarpe, e portò tanto a buon fine l'operazione che il vero padrone dell'economia della città divenne lui, come testimoniano i pacchi di lettere anonime dei suoi nemici - che lo accusavano delle peggiori infamie - e i rapporti di polizia al Duce.

Possedeva già, di suo, l'Arsa, società estrattiva che aveva miniere di carbone - leggermente migliore di quello sardo, ma in un bacino più piccolo - nell'Istria. L'Arsa e le sue miniere confluiranno nell'Acai (l'Azienda carboni italiani), affidata appunto a lui che - con operazione parallela a quella di Carbonia - ne organizzerà lo sfruttamento intensivo con la fondazione anche della città di Arsia (oggi Rasa), posta a metà strada tra Pola e Fiume. A Trieste sposò pure, tardi, un'avvenente austro-ungherese - molto più giovane di lui - cattolica, da cui ebbe un maschio e una femmina, che furono allevati anch'essi con educazione cattolica. I rapporti - e le lettere - dicono che la moglie fosse stata una ballerina, già sposata e divorziata due volte. Anzi, il secondo marito sarebbe stato convinto da Segre con i soldi, a togliersi di torno. E un altro fine informatore dice: “... è una spia austriaca, di dubbia fama”. Ma a Trieste, si sa, le male lingue.

Per la legge, a dire il vero, sarebbe bastato un 51% italiano, nel capitale d'ogni società. Ma questo in tutta Italia. A Trieste e nell'Istria no: la regola minima divenne il 66%. “Così siamo più sicuri della italianità”, diceva Segre. Ma le lettere anonime - e i rapporti di polizia - dicevano che il 15% in più era per lui. Del resto, mica stiamo parlando di Francesco d'Assisi: stiamo a parlare di un capitano d'industria, che è naturale che avesse un po' di pelo sullo stomaco. E questo lo sapeva pure il Duce, che difatti i rapporti e le lettere li leggeva e li metteva da una parte, senza dargli nessunissima importanza: quello che gli importava erano i risultati. E Segre glieli dava. Ed era di sicura fede, oltre che collegato a Beneduce, quello dell'Iri, e garantito, a Trieste, da Alessi, il direttore di Il Piccolo, organo della federazione dei Fasci. E questo Rino Alessi non era un semplice giornalista, ma un amico da sempre del Duce: erano stati ragazzi insieme nel collegio di Forlimpopoli, dove avevano studiato da maestro e da dove, poi, Alessi aveva seguito il Duce in ogni sua ulteriore avventura.

Altro che carbone. Segre fece faville. Prima perlustrazioni e sondaggi a tutto spiano, poi, nel giro di un anno e mezzo, l'apertura di sette-otto pozzi che arrivarono, alla fine, ad un numero complessivo di 22, disseminati nell'intero medio-Sulcis. Dalle 78 mila tonnellate di carbone estratte nel 1935 si passò alle 160 mila nel '36, 308 nel '37, 465 nel '38, 911 nel '39, 1 milione e 295 mila nel 1940. Che sarà stato pure carbone Sulcis, ma che era comunque tanto.

Il carbone, però, non si tira fuori con le chiacchiere. O solo con i soldi. Ci vuole la gente. Da mandare in miniera. E ce ne vuole tanta. Nel Sulcis non ce n'era. Arrivò da tutta Italia, oltre che da tutta la Sardegna. E Segre decise la costruzione di una città, Carbonia, con relative borgate intorno: Cortoghiana, Portoscuso, e così via. Volle propriamente “città a pozzo di miniera”, costruite, cioè, il più possibile vicino ai pozzi, per evitare al massimo gli spostamenti. Agli inizi c'era gente che si faceva - dopo le otto ore di miniera - anche quattro ore di strada per andare a dormire a Iglesias, o chissà dove. E ci voleva gente - naturalmente - pure per i lavori edili, impiantati ex novo. E che lui seguì personalmente. Tutto, anche il più piccolo lavoro, faceva capo all'Acai. E direttamente a lui.

Per la redazione del Piano regolatore (Prg), da Roma gli imposero l'ingegner Cesare Valle e l'architetto Ignazio Guidi. Valle era fratello del sottosegretario - poi ministro - dell'Aeronautica, generale Valle, sardo, trasvolatore atlantico. E difatti i disegni del primo Prg di Carbonia - sulla base dei quali fu posta la prima pietra e dato inizio ai lavori - portano la firma di Valle e Guidi. Ma Segre non abbozzò del tutto: gli affiancò il suo amico Gustavo Pulitzer Finali, architetto triestino, anche lui di origine ebraica. Chi stette sempre sul posto e seguì tutti i lavori fu proprio questo Pulitzer. Valle e Guidi, difatti, si fecero vedere a Carbonia un paio di volte in tutto. Per il primo sopraluogo s'incontrarono con Pulitzer sul treno - prima non si conoscevano nemmeno - da Roma verso Civitavecchia. Lui voleva attaccare subito discorso: “Che idee avete? Avete già fatto qualche schizzo? Io ho buttato giù qualcosa”, ma loro lo trattarono piuttosto freddamente, da pariolini a provinciale. E appena arrivati a Cagliari andarono da Segre: “Ma quello s'impiccia, s'intromette”. “Se vi va è così”, gli rispose. “Se no aria. Mica faccio gli apparecchi, io”. Poi, subito dopo, Valle e Guidi vinsero il concorso - pare grazie a Bottai - per il Prg di Addis Abeba, che era pagato meglio e dava più rinomanza: partirono per l'Abissinia ed a Carbonia se ne persero le tracce. Tutti gli aggiustamenti, gli esecutivi e la direzione furono fatti dal Pulitzer. E da lui solo, difatti, risulta firmata la Relazione tecnica del primo Prg di Carbonia.

Era prevista una città per 12 mila abitanti, ma fin dall'inizio ci si rese conto che non sarebbe stata sufficiente, e si pensò a una struttura modulare, che avrebbe consentito, volendo, l'ampliamento fino a 50 mila. Tanto è vero che già nel 1938 ci fu la redazione del secondo e definitivo Prg, che porta la firma dell'architetto Eugenio Montuori, per una città da 30 mila abitanti. Perché Montuori? Erano scattate le leggi razziali, ecco perché. E Pulitzer, ebreo, non poteva più firmare. Ma pare che Montuori si sia sostanzialmente mosso di concerto con Gustavo Pulitzer.

Sul colle Fossone (m 111) vennero costruiti per primi gli edifici pubblici: la torre, la chiesa, il municipio, il teatro, il dopolavoro e le poste. Poco più in là, la sede dell'Azienda. Segre, inoltre, volle ad ogni costo che il campanile della chiesa somigliasse in tutto a quello di Aquileia, nel Friuli. Era un suo omaggio personale ai caduti e ai combattenti sardi - pare soprattutto della brigata Sassari - che per lunghi mesi avevano dovuto contemplarlo, meta agognata e irraggiungibile, dalla riva destra del Piave: “Adesso se lo godranno in pace”. E lo volle tale e quale; solo un po' più basso: 46 metri invece di 73, per non far sfigurare troppo la Torre littoria. La città venne inaugurata dal Duce il 18 dicembre 1938, lo stesso giorno in cui era stata inaugurata Littoria: 18 dicembre 1932. Dal '37 al '43 vennero costruiti 1.376 edifici, di cui 6.324 alloggi per operai ed impiegati, per complessivi 25.434 vani. C'erano anche 18 case-albergo per operai scapoli o senza famiglia al seguito, per complessivi 2.300 posti letto.

La città - secondo i più - aveva una struttura rigidamente gerarchica: era una città-azienda. Gli unici punti di riferimento sarebbero la miniera, la casa e il centro, con la palazzina dell'azienda. Tutt'attorno, a fasce, la case per i dirigenti, i quartieri degli impiegati e quelli degli operai. “Il sistema di comunicazioni funziona unicamente in due sensi: alloggi-miniera e alloggi-centro. Le strade che attraversano i quartieri di abitazione conducono direttamente, senza pause spaziali, alla piazza centrale, attorno a cui gravitano le diverse zone residenziali, con una distanza adeguata alla dignità sociale e aziendale dei residenti. In nessun'altra delle città nuove si riscontra una zonizzazione così rigorosa: un vero e proprio apartheid, una garanzia di non mescolarsi se non ai pari. La città coincide, dunque, con l'Azienda o, meglio ancora, le è totalmente subordinata. Proprietaria dei suoli, delle case e delle infrastrutture, l'Azienda detta la sua legge, disconoscendo completamente l'autonomia amministrativa del comune, e riducendolo a un semplice paravento burocratico” (Delogu, cit., p. 117). Questa invadenza aziendale, peraltro, resisterà ancora per molti anni, dopo la caduta del fascismo: fino almeno a tutti gli anni Sessanta. E questo non è il giudizio del solo Delogu, ma è il giudizio dei più. A me, tutto sommato, a vederla adesso non dà un'immagine così rigida. Anzi, il centro - più che il centro geometrico-gerarchico di zonizzazioni stagne ad anello circolare, non comunicanti e non integrabili tra loro - mi pare proprio, invece, una cerniera, su cui fanno perno, e confluiscono, due porzioni perfettamente integrate di città. Ma questo è il parere di un geometra. Diplomato, per di più, al “Vittorio Veneto” di Littoria.

Al 31 dicembre 1937 il Comune di Serbariu - inglobato poi interamente in quello di Carbonia - contava 3 mila abitanti, a fronte di circa 6 mila persone che già lavoravano nelle miniere carbonifere della zona. Nel 1940 i residenti di Carbonia saranno circa 29 mila - i dimoranti molti di più - fino ad arrivare ai quasi 37 mila del 1942. A luglio del 1949 si conteranno 49 mila residenti su circa 60 mila dimoranti reali. Poi inizierà il deflusso.

L'epopea di Carbonia, però, non è l'arcadia epico-pastorale - pardon: rurale - di Littoria e dell'Agro Pontino, in cui prima erano venute le masse fluttuanti degli operai e dei terrazzieri, che avevano bonificato le paludi e costruito le città. Finita l'opera se ne erano andati. E solo dopo erano arrivati i coloni, dal Veneto e dall'Emilia. Famiglie intere, dal nonno ai nipotini ed alle donne incinte, con oche, attrezzi e galline al seguito. Alloggiati subito - il giorno stesso - nelle case coloniche e nei poderi tinti di fresco. A dar vita, ipso facto, a un mondo nuovo: “La Merica xè in Pisinara” (“L'America è in Piscinara”). Mondo rurale, per l'appunto. Mitico. E anche un po' ideologizzato.

A Carbonia era un altro conto. Non c'era una donna a pagarla a peso d'oro. Neanche a guardarla da lontano. E fin da subito si cominciò a lavorare sia in miniera che ai cantieri edili. Anzi, prima in miniera; e la gente dormiva in baracche, o all'addiaccio. Ed era elevatissimo il flusso della gente che arrivava attratta dalla possibilità di guadagno ma, dopo un po' di tempo di lavoro in quell'inferno, preferiva tornare di corsa a fare la fame a casa propria, nel resto della Sardegna e nel resto di tutta Italia: Sicilia, Marche, Veneto, Abruzzi, Toscana, Emilia, Lazio, Lombardia, Umbria, Basilicata. Ma ne arrivava sempre di nuova. A migliaia e migliaia. E qualcuno finiva per fermarsi. Ma solo uomini. E non certo dei più ripuliti. La miniera, del resto, non è lavoro da signorine. Ci va solo chi è preso per la gola. Secondo i rapporti di polizia, oltre il 50% della popolazione dimorante a Carbonia - tra miniere e cantieri - era formato da pregiudicati. E ogni giorno c'erano accoltellamenti. Era una città di frontiera. Peggio di un film western.

Il pugno di Segre era ferreo. Controllava tutto, non gli sfuggiva niente. Non solo sulle carte e sui bilanci, ma proprio dentro i pozzi, e sui cantieri, a controllare la qualità delle malte e i tempi di consegna. A ogni ora del giorno e della notte. Come Berlusconi da giovane, quando andava a controllare, alle 5 di mattina, se il giardiniere avesse annaffiato l'erbetta a Milano 2. Non faceva respirare nessuno. E aveva sempre Carbonia in mente, pure quando doveva andare a Roma, o a Milano, o dove gli pareva a lui. In un recente convegno a Carbonia la figlia, Etta Segre, imprenditrice, ha raccontato che da piccola non giocava con le costruzioni di legno come gli altri ragazzini, ma giocava con il plastico di Carbonia e di tutti gli edifici: “Stava nello studio di papà, e vedevo lui che spostava, per ore, le case e la torre da una parte e dall'altra. Credevo proprio che giocasse pure lui”.

Le imprese, a Carbonia, hanno finito per lavorare più che bene, ma nessuna pare che si sia arricchita. Anzi, quattro o cinque imprenditori fecero fallimento, perché Segre aveva fatto fare le gare al ribasso e li aveva strozzati sui prezzi. Poi, però, li aveva strozzati pure sui tempi di consegna. Pretese assolutamente che venissero rispettati quelli previsti dai contratti: “Sono soldi dello Stato, mica miei. Dovevate pensarci prima: che ve l'ha ordinato il dottore di prendere i lavori a tutti i costi?”. Il fatto che a lavorare ci fosse un 50% di pregiudicati, con la totale mobilità della manodopera e la scarsa professionalità - i più bravi, essendo pochi, erano contesi a fior di quattrini da tutte le imprese - a lui non importava molto: “Bisogna fare presto e bene: questo è l'ordine indiscutibile del Duce! Sono in gioco i destini dell'Italia imperiale e fascista”. E a un impresario fallito non restò che suicidarsi; per i prezzi, non per l'Italia imperiale e fascista. E il Duce era più che contento di Guido Segre. Contentissimo. “Bel lavoro, camerata!”, gli diceva ogni volta. E continuava a non dare retta - e neanche gli diceva niente: non ne ha mai fatta una parola - a tutti i rapporti e le letteracce che avevano ripreso ad arrivare a fiumi da Trieste: “Tutta invidia”, e li ricacciava in un cassetto. Non c'era sempre Alessi, e Il Piccolo, e il suo personale pedigree, a garantire per Segre? Non si davano del tu?

Il 6 ottobre 1937 intanto, per gli ebrei italiani - fin allora considerati cittadini comuni, senza alcuna discriminazione - aveva cominciato a suonare tutta un'altra musica. Ma Segre non se n'era accorto. A lui non lo riguardava. E il cugino Ovazza, su La nostra bandiera, continuava a dire che erano italiani come tutti gli altri, e fascisti veri, fino in fondo, senza nulla da imparare da Roberto Farinacci. La moglie - di Segre, ma probabilmente anche quella di Ovazza - aveva provato a dirgli, più di qualche volta: “Ma non sarà il caso che cambiamo aria?”. Lui s'era pure incazzato: “Ma che vuoi capire tu che sei pure ungherese. Vuoi che tocchino me? Ma stai scherzando? Stiamo dentro una botte di ferro: Mussolini mi porta in palmo di mano”. Del resto, non erano passati che soli quattro mesi dalla posa della prima pietra di Carbonia - 9 giugno 1937 - e Segre era in piena attività. Nessuno gli ha mai detto niente. Nessuno ha mai messo in discussione la sua autorità. E il Duce continuava a dirgli: “Bel lavoro, camerata!”. “Hai visto?”, faceva lui alla moglie: “Che t'ho detto? Stiamo dentro una botte di ferro”. “Sì, quella di Attilio Regolo”, diceva l'ungherese fra sé e sé. E lui continuava a lavorare come un negro. Aveva quasi sessant'anni e non ne dimostrava che quaranta. Era un cane mastino. E continuava a far scoppiare quelle migliaia di poveri disgraziati. Peggio degli schiavi alle piramidi nel film I dieci comandamenti.

Poi, lungo il corso del '38, la spirale antiebraica prese ad accelerare sempre più. Non c'era un giorno che la stampa non se la prendesse con i figli di Giuda. “Ma non vedi che aria tira?”, insisteva la moglie. “Ma vuoi che tocchino me?”, lui rinsisteva più di lei. E continuò imperterrito a scavare miniere e costruire Carbonia fino ai primi di novembre. Come se niente fosse. La consegnò bella che finita. Carbonia. Che difatti fu inaugurata il 18 dicembre. Del '38. Dal Duce in persona. Ma Segre non c'era, all'inaugurazione.

Il 6 ottobre c'era stata la grande dichiarazione del Gran Consiglio, e il 17 novembre le cosiddette “leggi razziali”. Gli ebrei erano out. Dappertutto. Due giorni prima, il 15, era uscito un comunicato sui giornali: “Il nuovo presidente dell'Acai è l'avvocato Giovanni Vaselli”. Punto e basta. A lui lo avevano fatto dimettere: “Sei ebreo”. “Ma io sono italiano e sono pure medaglia d'argento”. “Non fa niente”, gli ha detto il Duce: “Guarda qua”, e gli ha tirato fuori dal cassetto tutti i pacchi delle spie e delle lettere anonime: “Ringrazia pure Dio che non ti faccio fucilare”. Mussolini era così, dice G.B. Guerri: “Aveva un'opinione talmente alta di sé da essere sinceramente convinto che le sue idee e i suoi fini fossero superiori, o più funzionali, rispetto a qualsiasi schema ideologico o regola morale” (Fascisti, Milano 1996-2, p. 21).

Poi le cose, in Italia, si misero sempre peggio. Per gli ebrei. Pure per gli italiani, come tutti sanno. Ma per gli ebrei era proprio peggio. La moglie di Segre continuava a dire: “Andiamocene”. E pure Pulitzer, che erano amici di famiglia. Le mogli dicevano proprio: “Andiamo in Svizzera”. Pulitzer, invece: “Andiamo un po' più in là, che pure in Svizzera non mi sento tanto tranquillo”. “Ma siete matti?”, continuava a dire Segre: “Volete che tocchino me, con tutti i meriti e gli amici che ho?”. Per un po', difatti, s'era schierato a sua difesa - e a difesa degli ebrei triestini - Il Piccolo di Alessi. Ma poi s'era dovuto allineare pure lui. Come s'erano allineati - anzi, sembravano i più azzannati contro gli ebrei - Bottai e Federzoni. E tutti gli altri. L'unico che tentò una resistenza fu Italo Balbo, che poi fece la fine che fece. E De Bono. E ancora nel '43 - il 14 luglio, per la precisione - Guido Segre era in giro a chiedere che gli dessero il privilegio di andare a combattere, pure da soldato semplice, senza gradi e senza medaglie, che del resto gli avevano già tolto: basta che lo riconoscessero come italiano. Aveva sessantadue anni ma ne dimostrava ottanta. E già si affacciavano i dolori di angina pectoris.

La moglie intanto, per non sapere né leggere né scrivere, s'era presa i figli e s'era andata a nascondere in campagna, nel ferrarese, sotto la protezione condiscendente di agrari balbiani. Pulitzer non ci aveva pensato troppo neanche lui: poco prima dello scoppio della guerra aveva imbarcato la famiglia ed era partito per l'America.

Segre continuò a vagare, cercando qualcuno che gli regolarizzasse la situazione: che lo “arianizzasse”, come si diceva allora. L'8 settembre lo colse a Roma proprio in uno di questi giri. E fece appena in tempo a scappare dalle mani della Gestapo, che era andata a cercarlo in albergo. Riparò in Vaticano, dove fu accolto in un convento ed ospitato alcuni mesi. Ma deperiva sempre più. Non ha più rivisto la moglie e i figli. È morto in Vaticano nel 1944, un paio di mesi prima della Liberazione. Pare che sia morto d'infarto mentre, al portone del convento, una pattuglia di SS chiedeva di lui.

Il suo parente Ettore Ovazza, invece, già direttore dell'ebraico e fascistissimo La nostra bandiera, s'era rifugiato a Gressoney, in Val d'Aosta, con la famiglia composta “dalla moglie e dalla figlia quindicenne (un altro figlio era stato ucciso e derubato da una guida che si era assunta l'incarico di farlo passare in Svizzera e che pare abbia anche denunciato ai tedeschi il rifugio del resto della famiglia). Il 9 ottobre 1943 i tedeschi piombarono sugli Ovazza, li arrestarono e li tradussero nei locali della scuola del paese, dove due giorni dopo li uccisero e ne bruciarono i corpi, forse non ancora completamente privi di vita, nella caldaia del termosifone”. Questo, almeno, è quello che scrive De Felice (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1997-4, p. 466).

Ma Carbonia continuava a vivere. Che doveva fare? E continuava a crescere. E a scavare carbone. Un milione e 136 mila tonnellate nel 1942. Nel '43 e '44, invece, la produzione calò rispettivamente a 300 e 376 mila, perché il predominio inglese sui mari - come analizzato, anche se post eventum, da Delogu - non consentiva il rifornimento dei materiali necessari alle gallerie e, soprattutto, non consentiva di spedire il carbone in continente, dove serviva. E - se scavato - sarebbe rimasto tutto sulle banchine, ad ossidarsi e poi a bruciare per autocombustione. Finita la guerra, però, il carbone Sulcis rifulse di nuovo - ma per poco tempo - in tutta la sua gloria.

La ricostruzione richiedeva fonti d'energia. I tradizionali produttori - Francia, Belgio, Inghilterra - non erano ancora in grado di poterci rifornire. Ma la Fiat e le altre fabbriche avevano - per ripartire - assoluto bisogno di carbone. E le miniere del Sulcis si riempirono come formicai: notte e giorno, senza alcuna interruzione. Con la dedizione di tutti, evidentemente - come fu, del resto, la ricostruzione in tutta Italia - e con creatività e sforzi sovrumani. Nel convegno di cui sopra, ad esempio, Rossana Bossaglia, una storica dell'arte, si chiedeva che fine avessero fatto i due stupendi leoni in bronzo, opera di Marcello Mascherini, che erano collocati alla base della torre. Qualcuno del Comune ha assicurato: “Faremo ricerche”. Ma poi si è alzato uno del pubblico, un vecchio minatore di origine friulana, che ha confessato: “Li abbiamo fusi. Nel '45. Per far ripartire le miniere. Servivano delle bronzine speciali. E non c'era nessun altro materiale disponibile. Mi dispiace”. “Non fa niente”, ha detto la Bossaglia: “Pure Mascherini sarebbe stato più contento così”.

A quel convegno, però, c'era pure Natasha Pulitzer, la figlia di Gustavo Pulitzer Finali, architetto pure lei. Ma quando siamo usciti dal salone del municipio per andare alla Torre littoria - dopo che anche lei aveva finito la sua relazione - proprio sotto la torre, mentre attraversava sulle strisce pedonali, un pirata della strada l'ha ficcata sotto. A tutta velocità. E le ha spaccato una gamba. L'hanno dovuta ricoverare. E l'hanno poi rimandata a Bassano del Grappa, dove abita, tutta ingessata. Giuro che è vero, non me lo sono inventato. E pare che il padre gliel'avesse pure detto, tanti anni fa: “Mi sa che a noi non ci porta tanto bene sta Carbonia”.

Si ricominciò, quindi, a scavare carbone. A rotta di collo. Una galleria appresso all'altra. Per 1 milione circa di tonnellate all'anno, dal '46 al '49. E Carbonia, proprio nel 1949, arrivò, come detto, al suo massimo storico: 49 mila iscritti all'anagrafe, su oltre 60 mila dimoranti reali. Dove si mettesse tutta questa gente - quando le strutture erano state costruite per 30 mila abitanti - rimane tuttora un mistero. O meglio, non è un mistero per niente: s'arrangiavano.

Ma, da un giorno all'altro, la musica cambia all'improvviso. Dall'estero riprende ad arrivare il carbone vero. A volontà. E nessuno vuole più il carbone Sulcis. Quello inglese è migliore, e costa meno. “Il vostro è carbone hag”, dicono adesso tutti quanti, in continente. E si cominciano a chiudere le miniere. Le sinistre e i sindacati - ma soprattutto i minatori e la popolazione - tenteranno di difenderle in tutti i modi. Scioperi, occupazioni, manifestazioni. Per vent'anni il governo centrale farà promesse e varerà piani di rilancio. Ma è tutto inutile: piani finti. E soluzioni tampone. Anche assistenziali. Del resto, dopo il carbone belga e inglese è arrivato il petrolio, a fiumi. E regalato - come prezzo - rispetto alla migliore antracite. Figùrati il carbone d'orzo. Man mano si chiudono i pozzi. Man mano si tacciono le illusioni e le lotte. L'ultima volta, qualche anno fa, un gruppo di minatori si chiude in un pozzo, per mesi, e fa lo sciopero della fame, dopo avere minato le volte. Adesso, in tutto il Sulcis, c'è un solo pozzo in funzione. Per onore di firma, pare. E 200 minatori in tutto. Nel '49 ce n'erano quasi 20 mila. È finita. La risorsa “a tempo” - come la chiama Delogu - è finita.

Ma non è finita la città. La città sta lì. Viva e vegeta. E non pare per niente una città in crisi. Anzi. Ha 34 mila abitanti. Tutta la gente del '49 pian piano se ne è andata via. È sfollata. Defluita. Tornata a casa sua. E Carbonia si è assestata al suo regime. Anzi, da qualche anno si registra un costante tasso di crescita. Ma di che campa tutta sta gente? Non erano carbone-dipendenti? Dove li trovano i soldi per i jeans, i Volvo e le discoteche? Questo, del resto, è un mistero irrisolvibile - almeno per me - ma comune a tutta Italia, soprattutto da Latina alla Calabria: come cavolo faranno, sti ragazzi, ad andare in giro sui fuoristrada da 40 milioni, che io non ce la faccio nemmeno a pagarmi la Punto? Ma questo è un altro discorso. Circa 6 mila, a Carbonia, lavorano nel polo industriale di Portovesme, altri in agricoltura e pastorizia, con 40 mila ovini e, nel 1994, 600 ettari di vigneti, più frutteti vari. E poi c'è il terziario. Che non è poca cosa: è l'essenza stessa del concetto di città.

Una città non è semplicemente un posto dove abita della gente. E dove dorme. Come le stie per i polli. O i campi di concentramento. La città è il posto - l'incrocio, la cerniera - dove si svolgono i traffici, gli scambi e le comunicazioni. D'ogni tipo. Economico, sociale, culturale. Ed è per questo che una città non è un museo, almeno se non è morta. Se è viva si trasforma. Inevitabilmente. “La città del passato”, dice Paolo Costa, “non vive nella stratificazione, ma vive nell'adattamento alle esigenze. Il passato della città vive nel suo futuro. È un dato di fatto”. E Carbonia è il centro dei traffici dell'intero Sulcis-iglesiente. Chi vuole far masterizzare un cd, per esempio, non può non venire a Carbonia. È la città che serve all'intera Sardegna sud-occidentale. E può anche essere che l'Isola avesse struttura non-urbana - o, meglio, pre-urbana - ma, carbone o non carbone, per garantire ai suoi abitanti gli stessi standard di vita del mondo sviluppato, evidentemente occorrono, oggi, anche strutture urbane. Come Carbonia. La risorsa a tempo è finita ma, d'improvviso, è Carbonia stessa che diviene una risorsa. Col suo solo “essere”.

Certo ha tutti i retaggi (ma perché: Parigi non ce n'ha?) della sua crescita tumultuosa, dei cambi di destinazione d'uso di parecchi edifici, delle speculazioni e delle giustapposizioni edilizie. E soprattutto delle incertezze sulle vocazioni economiche. Che hanno quasi i caratteri di una crisi di identità. Le incertezze, non le vocazioni. Una sorta di dipendenza psicologica - di carattere mitico e collettivo - da quella specie di carbone. Dipendenza che supererà negli anni, quando sarà riuscita a “elaborarlo”. Proprio in termini analitici. Non rimuoverlo. Non è possibile. È un costituente inalienabile della sua identità. Proprio sul piano mitico. Non foss'altro perché ci sta letteralmente sopra.

Carbonia sta sopra alle sue miniere. Le gallerie s'infilano e s'intersecano nel sottosuolo. Quelle gallerie in cui hanno perso la vita decine e decine di minatori - 25 solo nel biennio 1937-'38 - per lo scoppio di mine, grisou, allagamenti, crolli di volte. Morti per guadagnarsi il pane. Ma morti pure per la costruzione d'una città. Vittime sacrificali. Quasi indispensabili ad ogni rito di fondazione. Come Remo. Immolato da Romolo agli dei.

Le gallerie abbandonate s'infilano dappertutto. Pare che non ci sia una mappa completa dell'intera rete. È un dedalo oramai inestricabile. E alcune salgono fino in superficie. Sotto i palazzoni Iacp di via Ospedale - secondo il racconto di un vecchio minatore - stanno a non più di 25 metri di profondità. E ogni tanto s'aprono voragini, specie d'inverno, che inghiottono ogni volta fiumi d'acqua, come a fianco alla statale 126, o vicino al bivio per l'ospedale, dietro la stalla abbandonata. Nei palazzi di via Dalmazia si sarebbero già aperte vistose crepe nei muri. E a volte, sempre d'inverno, si sente l'urlo del vento che entra dalle bocche d'aria e corre pei cunicoli, senza fermarsi mai, sbattendo sulle pareti delle volte, e frangendosi contro altri flussi, agli incroci con altre e diverse gallerie. Urla quasi umane. Dicono. E l'ossigeno infiltratosi dall'esterno, infine, avrebbe prodotto l'ossidazione dei banchi carboniosi. In alcuni punti sarebbero già cominciati fenomeni di autocombustione. Il braciere, posto a decine di metri di profondità, starebbe via via emergendo e, ogni tanto, si vedrebbero colonne di fumo. Una decina d'anni fa, nei pressi della vecchia miniera di Serbariu, un raccoglitore di funghi riportò ustioni agli arti inferiori. In località Schisorgiu, invece, un intero eucalypteto sta per essere inghiottito dal braciere sottostante le radici. Se uno tocca gli eucalypti si scotta. E da tutto il terreno s'alza un puzzo di bruciato, che uno non sa se è puzza di carbone o di eucalyptus.

Ma la vecchina che ha il banco di frutta vicino l'ospedale - coprendosi, furtiva, la bocca con la mano, per paura che possa sentire chi non ha da sentire - dice piano piano: “In sa minera b'ant sos irribios” (“Nella miniera ci sono delle entità”), e subito corre, con la stessa mano, a farsi il segno della croce. Spiriti. Non autocombustione. E qualcun altro sostiene che si tratti dello spirito di Segre. Un fantasma che s'aggira senza posa. Vagando per le sue miniere. Abbandonate. Da Dio e dagli uomini. Ma non da lui. E soffia, soffia e soffia sopra la brace.

NOTA A MARGINE

Pure al convegno di Carbonia c'era - e come ti sbagli? - il noto studioso di architettura razionalista Giorgio Muratore, di cui s'è già parlato per Aprilia. Roba che uno dice: “Ma se stai sempre in giro per convegni, mi spieghi quand'è che studieresti?”. Ma questi sono affari suoi. Pure a Carbonia, però, se ne è uscito fuori con la storia che la più bella di tutte - tra le città del Duce - sarebbe Sabaudia: “Quello sì che è un bel progetto, fatto da gente che ci capiva; no Littoria, che è una roba mediocre”, ha detto sostanzialmente. Io, a quel punto, mi sono permesso di far notare - con i modi urbani ed indiretti che mi contraddistinguono, e senza prendere di petto chicchessia - che era una cazzata: è Littoria che è un'opera d'arte, e proprio le sue trasformazioni dimostrano che è perfetta identità, in termini desanctisiani, di forma e contenuto. Sabaudia, invece, è uno scenario di cartone, buono solo per Cinecittà: un'operazione intellettualistica, che prescinde totalmente da ruolo e da funzione. È cerebrale, solipsistica, masturbatoria. Tutto qua. Ma quello ha preso cappello e non ha risposto niente sullo specifico, ha detto solo: “Sono le solite beghe di campanile. Ciò che desta stupore è che questa volta vengano giocate pure fuoricasa”. Speriamo di non trovarlo a qualche altro convegno. Se no a questo, prima o poi, mi tocca di mandargli i padrini. Specialmente adesso, che il duello lo hanno pure depenalizzato.

Ma se gli è riuscito di sfuggire a me - in quel convegno - a Giorgio Muratore non è riuscito di sfuggire ai verdi. Italia Nostra e Wwf. Lo hanno messo in mezzo, con la storia dell'ascensore. A dire il vero hanno messo in mezzo tutti, e menavano come cani, peggio di Antonio Carlos Zago. Chiunque parlasse - Delogu, la Pulitzer, la Bossaglia, Etta Segre - e di qualunque cosa stessero parlando, pure della qabbalà o della teodicea di Leibniz, quelli interrompevano e andavano dritti al sodo: “Vabbe'. Ma l'ascensore?”. E così hanno fatto pure con Giorgio Muratore. Anzi, pure peggio. Lui cercava di prenderla alla lontana, ma quelli lo hanno stretto: “Non esci da questa stanza, se prima non ci hai detto che pensi tu dell'ascensore”. Non ha avuto scampo. Gli ha dovuto rispondere. Col sindaco Càsula che lo guardava storto e preoccupato, seduto sulla sedia a fianco a lui. Ma ammetto che gli ha risposto bene, con un dribbling e un colpo di tacco che nemmeno Falcao: “Il problema non è se fare o non fare l'ascensore, ma è solo come lo si fa”. E li ha stoppati. Tutti. Sia i verdi che il sindaco Càsula. Che facevano tutti finta - sia Càsula che i verdi - di essere più che soddisfatti, e che avesse dato, in fin dei conti, ragione a loro. Ma, dentro, gli rodeva a tutti i due. E sulla risposta di Muratore hanno fatto giustamente eco pure gli altri: Bossaglia, Delogu, Pulitzer e Segre. E faccio eco pure io: l'ascensore s'ha da fare, perché serve, ma facciamolo in un modo che sia estremamente rispettoso delle linee, dello stile e dell'ambiente, inteso come habitat storico-architettonico. Non un pugno nell'occhio, come lo scatolone di cemento grigio sbattuto addosso all'edificio delle poste di Latina. E la soluzione migliore, a questo punto, è bandire un concorso nazionale d'idee: qualcosa di buono uscirà. Per l'intanto, però, è venuta qualche idea pure a me. E la prospetto per il concorso. In fin dei conti sono geometra.

All'inizio avevo pensato ad una soluzione tipo Sant'Elia: un bel semicilindro d'alluminio attaccato a un fianco della mole, pressappoco come fece Mazzoni per le poste succitate di Littoria. Ma non l'alluminio anodizzato d'adesso: l'alluminio d'allora, degli anni Trenta, quello delle pentole di mia madre, per capirci. Un bel cilindrone argenteo, tutto compatto.

Poi, però, m'è venuta in mente una soluzione migliore: una cabina totalmente esterna, che vada su e giù, sul fianco della torre, senza che si vedano altri impedimenti. Né funi, né strutture, né tralicci. Deve poter scorrere libera e gioconda. A sbalzo. E tutto l'armamentario di imbracatura, funi e cremagliere deve essere attaccato alla parete. La cabina deve poter salire e scendere come se si movesse da sola. Sarà, come logico, interamente d'alluminio. L'alluminio argenteo di cui sopra, naturalmente, che oltre ad essere un “materiale d'epoca” garantisce un giusto contrasto cromatico con la trachite grigia - pardon - rosa della mole. E la forma sarà chiaramente a scure. Tale da consentire, da lontano, una vista che nessuno - nemmeno il verde più strafatto ed accannato - potrà mai definire meno che rispettosa, adeguata e simpatetica allo spirito e allo stile dell'epoca. L'uovo di Colombo. Mi pare.

P.S. Venendo via, per rappacificarci, siamo andati a prendere un caffè tutti quanti insieme, al bar Impero. Che adesso, non si sa perché, gli hanno cambiato nome: si chiama “Caffè Im...pero”, coi puntini di sospensione in mezzo. Che cavolo vuol dire: che stanno sopra un pero? Fossero diventati verdi pure loro. A me piaceva di più “Impero”. Comunque, ho chiesto come al solito un caffè hag: “Ma me lo faccia stretto. Molto stretto. Poche gocce”. E Giorgio Muratore, che stava vicino a me, m'ha detto: “Scusi, ma perché non si prende un caffè vero?”. Giorgio Muratore. Non il barista.

“All'ultimo sangue lo voglio”, debbo dire ai padrini.

Articolo sulla Mostra dedicata alle Città di Fondazione (Roma - Aprile 2002 )

 

Le avventure d'un cercatore di "oro nero" nel sud-ovest dell'Isola

Carbone sardo e successo, un'equazione industriale difficile

Nella seconda metà dell'Ottocento 
l'ingegnere piemontese Anselmo Roux aveva sfidato la sorte 
investendo tutti i suoi capitali nelle ligniti di Bacu Abis, 
allettato dalla grande diffusione delle macchine a vapore. 
Le sue vicende sarde sono ricordate 
più per le difficoltà incontrate che per i successi ottenuti.

di Maria Dolores Dessì

Anselmo Roux, un giovane ingegnere ferroviario piemontese, era giunto in Sardegna, ad Iglesias, alla fine degli anni 60 dell'Ottocento, chiamatovi dalla società di Monteponi per sovrintendere ai lavori di costruzione della ferrovia che avrebbe dovuto trasportare i minerali al porto d'imbarco.

Uno dei primi e più gravi problemi che la società dovette risolvere fu quello del trasporto del minerale. Infatti, in attesa del completamento della rete ferroviaria pubblica, in grave ritardo, diverse miniere si erano dovute dotare di un servizio ferroviario privato: dal 1864 era in esercizio quello di proprietà di Luigi Gouin, da San Leone al mare. Poi era stata realizzata la ferrovia di Montevecchio, per collegare la miniera con San Gavino; dal 1873 era entrata in funzione quella della miniera di Gennamari, da Gennamari al mare.

Nella società di Monteponi molti soci si erano dimostrati contrari alla realizzazione del progetto, a causa dei costi troppo elevati per una giovane azienda. La scoperta di vasti giacimenti di calamina, e l'aumento delle produzioni, aveva convinto il conte Carlo Baudi di Vesme, allora presidente della società, a dover realizzare almeno un primo tratto di strada ferrata, da Gonnesa a Portoscuso.

Così il 1° luglio del 1871, trainata da cavalli, sarebbe entrata in funzione la ferrovia Monteponi, che oltre a trasportare minerali per l'imbarco era destinata anche al servizio pubblico.

Durante quei lavori il giovane Roux ebbe modo di osservare come tutto il territorio attraversato fosse divenuto oggetto di ricerche minerarie, poiché si era individuato la presenza di importanti giacimenti di lignite. Questo era divenuto, in quegli anni, un minerale importante, in quanto con la diffusione delle macchine alimentate dall''energia a vapore, questo minerale aveva assunto una grande importanza. Occorre quindi fare un piccolo passo indietro.

Il 18 luglio del 1851, l'ingegnere del Reale Corpo delle Miniere, Poletti - accompagnato dal signor Garau, procuratore del signor Millo, e assistito dai testimoni Francesco Riva, segretario delle Regie Miniere e Nicolò Massidda, proprietario terriero a Gonnesa - si era recato in visita a Bacu Abis, per verificare la dichiarazione di scoperta mineraria del signor Ubaldo Millo e soci e constatare lo stato dei lavori effettuati in una miniera di carbon fossile.

L'anno seguente, il genovese Millo, entrato in società con un suo conterraneo, tale Montani, aveva chiesto e ottenuto tre concessioni per lo sfruttamento delle ligniti di Funtanamare, Terras de Collu e Bacu Abis. Il 29 maggio del 1853, i due soci avevano costituito una regolare società di capitali, la "Tirsi Po", per lo sfruttamento industriale delle concessioni minerarie richieste, contando sulle commesse delle vicine miniere metallifere e di alcune fonderie.

Un'altra parte della concessione di Terras de Collu apparteneva dal 19 maggio 1853 al signor Antonio Timon, che aveva costituito la società "Timon Varsi" già dal settembre 1851. Andrebbe ricordato che il Timon era una singolare figura di imprenditore cagliaritano, impegnato in vari campi di attività, il più importante dei quali era l'arte tipografica.

Il pionierismo di Anselmo Roux negli scritti di De Francesco

Nel ricostruire queste vicende, che ci riportano alla Sardegna del pionierismo minerario, ci siamo fatti guidare da un'abile e documentata guida: gli scritti di Giovanni De Francesco, il prolifico e brillante giornalista, allora direttore e fondatore del quotidiano cagliaritano "L'Avvenire di Sardegna".

"Nel 1857 il carbone di Bacu Abis - scriveva nel 1902, ricordando proprio la figura di Roux - era stato sperimentato dai principali industriali di Genova con buon esito; se n'erano ripetute le prove a bordo del piroscafo Sardegna e sulla ferrovia Vittorio Emanuele, e posteriormente lo si era usato nella ceramica di Oristano ed in quella di Cagliari, nella fonderia di Domusnovas e nell'altra di Cagliari, sorta presso il colle di Bonaria".

I lavori di sfruttamento di quelle ligniti furono poi abbandonati fino all'inizio del 1860, quando la società provvide all'estrazione di qualche piccola partita di carbone, senza però (così rilevava un nota dell'Ufficio delle Miniere) che l'impianto avesse una coltivazione regolare e continuativa.

Proseguiva poi nel dire, esaminando il settore delle ligniti, che "i soli combustibili fossili che abbiano dato luogo a tentativi di coltivazione industriale sono le ligniti terziarie del bacino di Gonnesa a sud ovest di Iglesias; le antraciti del terreno carbonifero e le ligniti del giurassico non hanno dato luogo che a semplici ricerche, senza alcun risultato".

Erano questi gli antefatti che avrebbero convinto il giovane Roux sul futuro delle ligniti, per l'impiego nella trazione ferroviaria e per l'utilizzo più generale della forza vapore. Occorreva quindi mettersi dentro quell'affare che riteneva ricco di prospettive ed a tal fine raccolse tra familiari ed amici piemontesi dei capitali per costituire una società mineraria per lo sfruttamento dei giacimenti sardi.

Costituì a Torino, con un capitale di 150 mila lire, la Società Anonima per la Miniera di Bacu Abis, il 20 aprile 1873 con atto presso il notaio Domenico Battagliotti. Presidente ne fu nominato Carlo Paventa e la sede sociale fissata in Torino.

La gestione dei lavori minerari venne assunta dalla società Anselmo Roux e Compagni. Nella fase di coltivazione furono operati grandi cambiamenti nella zona, che suscitarono non poche lamentele tra i proprietari dei fondi attigui ai cantieri. Ma a poco valsero i reclami della signora Luigia Puddu, che sollecitò anche l'intervento del direttore del Corpo delle Miniere. L'ingegner Roux ebbe rapporti poco sereni anche con altri vicini. Tant'è che, come direttore della miniera, si era dovuto rivolgere al Prefetto d'Iglesias, poiché il proprietario del terreno contiguo si era opposto alla realizzazione di un tracciato rettilineo e più ampio del canale di scolo delle acque che dovevano fuoriuscire dalle gallerie.

Le sue difficoltà in questo campo furono tante, da indurlo a fare ricorso affinché quei terreni fossero dichiarati di pubblica utilità. Sosteneva infatti che dovessero essere utilizzati per la costruzione di un canale servente ai lavori minerari. Richiese, inoltre, che fosse stabilità l'indennità da corrispondere al proprietario del suolo per l'acquisizione di vari appezzamenti attraverso un'espropriazione forzata.

I tanti ostacoli incontrati per completare gli impianti

Dalla relazione del Regio Corpo delle Miniere si rileva come "lungo la vallata nella quale si sviluppa la strada di Cortoghiana e la ferrovia che va al piazzale principale della miniera si lavora attualmente allo scavo di una galleria destinata a raggiungere per quanto lo consente la topografia della località, la parte più bassa del giacimento lignitifero. In seguito a tale galleria un profondo canale di scolo che è segnato in nero sul piano firmato a Bacu Abis il 1° aprile 1883 e che è annesso alla sua domanda. Tale canale scorre nella proprietà del signor Roux fino al ponticello dell'antica strada di Bacu Abis, da questo punto entra nella proprietà del signor Desogus Antonio, e facendo delle curve... lungo l'argine della ferrovia di servizio a Bacu Abis viene a raggiungere la soglia di un ponticello della ferrovia Monteponi-Porto Vesme. In vista delle tortuosità di detto canale ed avuto riguardo alla poca pendenza... per prosciugare una maggior altezza del giacimento l'ingegner Roux domanda l'esproprio del predetto appezzamento di terreno di proprietà del signor Desogus Antonio e posto nel giacimento della concessione di Terras De Collu...".

Quest'impegno, così tenacemente svolto contro tutte le contrarietà, fece sì che Roux riuscisse nel suo intento di dare luogo alle opere necessarie per una buona conduzione della miniera.

Fece costruire anche altre strutture, tra cui una laveria che doveva cernire i pezzi superiori a 80 mm. di grossezza, attraverso dei macchinari Ratter, mentre il resto del materiale doveva passare a tre griglie disposte in colonna, la prima delle quali era a due tele e doveva dare carbone sopra i 40 e 20 mm., mentre dalle altre due dovevano ottenersi prodotti dai 10 ai 5 mm. di volume.

Ancora grazie alla testimonianza di De Francesco, si conoscono gli indirizzi commerciali perseguiti. I primi tre prodotti dovevano andare direttamente in commercio, mentre il quarto avrebbe dovuto passare alla lavatura e poi in una coppia di cilindri acconciatori e quindi ad una macchina per essere trasformato in formelle da vendere alle ferrovie isolane. Il principale cliente della miniera era comunque la società di Monteponi.

Dall'esame dei libri di produzione e dai verbali di ispezione si può affermare che la lavorazione presentava serie difficoltà nella stagione invernale, in quanto aumentava la richiesta e diminuiva la produzione per diversi fattori ambientali, tra i quali l'impraticabilità di alcune strade. La miniera raggiunse, come massimo traguardo, la produzione di 30 mila tonnellate.

Con la Monteponi - cliente preferenziale delle ligniti - si aprì, poi, un contenzioso, in quanto il direttore della miniera, ingegner Adolfo Pellegrini, nel 1872 aveva accusato Roux di non rispettare la consegna delle 150 tonnellate settimanali pattuite, perché privilegiava la fornitura ad altre miniere della zona, imbarcando il minerale a Funtanamare.

La lunga controversia giudiziaria con la società di Monteponi

Questo "scorretto" atteggiamento, con il non rispetto dei contratti di fornitura, aveva causato l'arresto della pompa di eduzione delle acque di Monteponi e con essa i lavori del pozzo di preparazione per la campagna di lavori, creando un danno gravissimo alla società. Ne seguì una vertenza legale: il 4 giugno del 1872 venne recapitato l'atto di protesto al signor Giovanni Melis, impiegato presso la miniera di Bacu Abis. La società di Monteponi aveva quantificato i danni in almeno mille lire al giorno ed aveva comunicato che il carbone inglese "sarebbe stato acquistato a sue spese, per non lasciare la pompa inattiva".

Davanti al Tribunale di commercio di Cagliari venne aperto il procedimento tra la società del Roux e la Monteponi. Essa ebbe diversi risvolti, anche curiosi, proprio perché il rappresentante legale della Monteponi, Baudi di Vesme, non si presentava alle udienze. Ad una prima sentenza di condanna, il Roux aveva comunque presentato appello, e la Corte d'appello riesaminati tutti gli atti, assolse Roux, con sentenza del 29 luglio 1873.

La Monteponi fece opposizione sostenendo la nullità dell'atto d'appello, della notificazione della sentenza e del precetto, perché consegnati fuori della sede della società in Torino. La società notificò un ulteriore ricorso, in Corte d'Appello, all'avvocato Doneddu, legale del Roux, chiedendo anche l'irrevocabilità della sentenza del Tribunale di Commercio poiché ormai passata in giudicato.

In una nota custodita ora nell'archivio storico della Monteponi, emergono gli estremi di quel contendere. E si evince ancora come la società di Bacu Abis si fosse ben inserita nel mercato, avendo acquisito anche altri acquirenti come la ditta P. Laurenti & Company ed altre importanti imprese continentali e sarde. Scriverà De Francesco che "le traversie del Roux si confondono nella storia economica della sua patria d'elezione (la Sardegna). Produrre e non vendere, continuare a produrre all'ombra del credito concesso sotto la forma d'una esclusiva, significa correre alla rovina". In buona sostanza, per poter far progredire la sua impresa, Roux doveva cercare altri clienti, perché con l'esclusività pretesa dalla Monteponi, avrebbe ben presto sentito "un nodo scorsoio attorno al collo".

Gli affari del Roux furono, comunque, alterni; tanto che l'occupazione operaia ne risentiva pesantemente. L'Amministrazione comunale di Gonnesa aveva rilevato come da 300 operai si fosse passati a solo 15 uomini, perché molte aziende sarde bruciavano ancora carbone inglese, in quanto più facilmente ottenibile rispetto alla lignite di Bacu Abis.

Alle difficoltà commerciali s'erano aggiunti anche problemi tecnici che portarono ad uno scontro tra la società di Roux e l'amministrazione di Gonnesa per l'intorbidameno delle acque di un piccolo fiume che attraversava il territorio comunale.

L'intervento del Corpo delle Miniere accertò le responsabilità della miniera ed impose al Roux interventi correttivi, in modo da evitare l'inquinamento. Tutto ciò impose fermi e rallentamenti nei cantieri di estrazione, procurando perdite e difficoltà allo stesso esercizio economico.

La viticoltura come salvagente per le difficoltà dei cantieri minerari

Per cercare di compensare le difficoltà industriali, Roux introdusse nei gradini di coltivazione nei quali era esaurita la vena mineraria una piantagione di viti, precorrendo i tempi del ripristino ambientale e della riconversione del territorio.

Nonostante vagheggiasse grandiosi progetti, i lavori, a fine secolo, furono, comunque, limitati: perché le zone più profonde non erano in lavorazione, a causa della presenza dell'acqua, per la quale aveva ritenuto necessario costruire una galleria di scolo, denominata Torino.

Secondo le note reperibili presso l'ufficio delle miniere, i lavori minerari attivati dal Roux non sempre sembravano rispondenti alla buona e razionale tecnica, in quanto, per rispondere alle esigenze di mercato si erano condotti dei lavori poco rispondenti ad un buon andamento delle coltivazioni successive. Con un grave pregiudizio alla stessa stabilità e sicurezza degli impianti. Tutto questo avrebbe portato ad una controversia tra quell'ufficio e la società mineraria, tant'è che nel 1879 fu stesa una relazione di visita ed estimo del valore degli stabili esistenti ed annessi alla miniera di Bacu Abis, "...acciò di liquidare le ragioni fra la Compagnia generale delle miniere in Sardegna e l'ingegner Anselmo Roux...".

I membri della commissione - dopo aver valutato i beni annessi alla miniera in 89.127 lire e non dovendo "...però tacere... delle fenditure e crepacci più o meno gravi in diversi muri della casa della Direzione, della casa Caprera e del laboratorio..." - dedussero dall'ammontare dei beni 10 mila lire, riducendone il valore a poco più di 80 mila lire.

Alle concessioni minerarie utilizzate dalla società (Bacu Abis e Cortoghiana) erano annesse anche case coloniche e terreni, in parte aratori, in parte da pascolo ed in parte coltivati a vigna, di proprietà del Roux. Gli andamenti economici della società erano comunque sempre assai precari e le difficoltà facevano premio sulle soddisfazioni, le preoccupazioni alle gioie.

La scomparsa quando ancora lottava contro la sfortuna per il successo

La morte lo colse, improvvisamente, a Tortolì, il 26 giugno 1899, dove aveva acquistato una miniera di piombo argentifero, per cercare di diversificare la produzione con un prodotto minerario che desse introiti maggiori.

La sua avventura sarda era stata, quindi, assai tormentata, anche se, ripercorrendone le vicende, non sembra gli fosse mai mancato il coraggio e l'impegno "di fare". Forse c'era stata anche molta improvvisazione in talune sue imprese; forse aveva sopravalutato il valore commerciale di quelle ligniti; forse aveva ritenuto di poter camminare speditamente, senza che ad ogni passo incontrare difficoltà e invidie. Forse tante altre cose ancora. Certo, la sua non era stata una vita facile, sorte d'altra parte comune a quei tanti pionieri, più coraggiosi che avveduti, che s'impegnarono in ogni capo del mondo.

Ha scritto Paolo Fadda in un suo fortunato libro ("Alla ricerca di capitali coraggiosi") che l'ingegner Roux viene ricordato come "un ingegnaccio di ottima preparazione tecnica ma di fallaci esperienze finanziarie, tanto da costringerlo - per riuscire ad affermare la sua impresa - ad attraversare periodi molto travagliati, finendo anche in mano di spietati usurai".

Dopo la sua morte, il figlio Lorenzo si assunse l'incarico di portare avanti i progetti paterni, lungimiranti non solo nella impostazione dell'azienda mineraria, ma anche nella diversificazione attuata con l'impresa agricola destinata a supportare, con i suoi rendimenti, le alterne sorti di mercato di un prodotto forse troppo debole.

[questo articolo è stato pubblicato sul numero 6/2000 di "Sardegna Economica"]

Arsia
Antonio PENNACCHI

da Limes

Quando da Trieste s'entra nell'Istria sembra di fare un salto nel tempo: si torna indietro. Già è un'impresa entrarci, quasi ai limiti del possibile. Dice: "No, la colpa è tua che in macchina devi essere un po' imbranato". Hai capito male, la colpa è di Trieste e di tutto quel bailamme di tangenziali che hanno fatto. Viadotti su viadotti e nemmeno un cartello che ti spieghi per bene le cose come stanno. Adesso ne trovi uno per la Slovenia subito a destra, dieci metri dopo ce n'è un altro che te la piazza a venti chilometri. Tu dici: "Vabbe', vediamo il prossimo" e invece il prossimo non c'è più. È sparita, cancellata dalla carta geografica. E tu continui a fare avanti e indietro su sta madonna di tangenziale. Tua moglie, a fianco, non la smette di ripetere: "Te l'avevo detto di girare". Alla fine però, in un modo o nell'altro, siamo riusciti a passare: ecco l'Istria, la frontiera - la Slovenia per adesso, subito dopo Muggia - Stargate, o Ai confini della realtà. Era tutta roba nostra da queste parti, adesso è Slovenia e più avanti Croazia. Ci hanno cacciato a bastonate ai fianchi. Dice: "Vabbe', ma noi eravamo fascisti". Ho capito, ma sempre bastonate erano: quello che hanno fatto i serbi in Kosovo è niente in confronto a quello che hanno fatto sloveni e croati a noi. E poi - quando sarebbe stata l'ora di rifarsi - invece di mandare i Tornado in Croazia e Slovenia li abbiamo mandati proprio in Serbia, che erano sempre stati gli unici dalla parte nostra. Tedeschi e austriaci no, loro sono sempre stati con Croazia e Slovenia. Ai danni nostri. Poi dice Milosevic´. Ma tu guarda come siamo furbi. Perché Tudjman era un signore? E le foibe? Che sono andate in prescrizione?

Comunque era tutto nostro, almeno amministrativamente e sulla carta. In realtà erano interamente italiane le coste, mentre i paesini dell'interno erano a stragrande maggioranza slava. Le città costiere no, sempre state italiane, fin dai tempi dei romani, di Venezia e sotto gli Asburgo. Nell'interno, loro. E non ci hanno mai visto troppo bene. La differenza non era solo etnica, era sociale e di classe. Gli italiani più ricchi, più colti; professionisti, borghesi, intellettuali. Loro pastori e contadini. Ma erano pure di più. Secondo Petacco nel 1914 - quando la regione stava tutta ancora sotto l'impero austro-ungarico - nella sola Venezia-Giulia c'erano 350 mila italiani e 470 mila slavi. Nel 1921 invece - dopo nemmeno tre anni dall'annessione - gli slavi residenti erano scesi al 39% e gli italiani saliti al 58%. Qualche forzaturina dobbiamo averla fatta. E anche dopo, sotto il fascio, qualche caduta di stile dobbiamo averla avuta. Gli abbiamo chiuso tutte le scuole sloveno-croate. Giornali neanche a parlarne. Bisognava parlare solo italiano. Pure i cori folkloristici dovevano adeguare il repertorio. Guai a chi parlava slavo. Pure all'osteria: dappertutto c'era il cartello che te lo vietava. Pure ai preti loro - che avevano sempre predicato in croato - gli abbiamo imposto di predicare in italiano. E gli abbiamo italianizzato tutti i cognomi: italiani per forza. Impieghi per loro negli uffici pubblici nemmeno a parlarne: solo pastori e contadini poveri, e qualche minatore nei pozzi più profondi, giusto quando non c'erano più italiani. E guai a chi fiata. Dice: "Ma scusa, c'era la dittatura in tutta Italia, vuoi che a loro gli facessimo lo sconto? E che erano più belli?". No, anzi: i fascisti di là erano "fascisti di confine" e quindi mi pare pure ovvio che il manganello fosse più robusto e l'olio di ricino più a buon mercato. Ma quello che ci hanno fatto loro dopo, Dio ne scampi e liberi. Ci hanno cacciato con il Ddt. Sterminato come le zanzare, schiacciato come i bagarozzi. Dice: "Vabbe', ma avevi perso la guerra, e da che mondo è mondo chi perde paga". D'accordo, ma c'è modo e modo. Ci hanno cacciato in 350 mila (più le varie migliaia buttate nelle foibe). Dispersi come gli Ebrei per tutti gli angoli d'Italia, quella democratica, che s'è rifiutata - come pure era stato chiesto - di concentrarli in un unico posto, in un'unica zona. Nell'Istria di adesso - 500 mila abitanti circa, portati da tutta la Jugoslavia a ficcarsi nelle case nostre - gli italofoni non raggiungono i trentamila. Poi ridice Milosevic´. Altro che pulizia etnica: Mastro Lindo. E noi mo' li facciamo pure entrare nell'Unione Europea e gli diamo gli aiuti economici. Va' che teste.

Comunque passi la frontiera e torni indietro nel tempo. Noi abbiamo pure risbagliato strada. Ne ho presa una che sulla carta sembrava una statale, tutta segnata per benino in rosso. Invece mi sono ritrovato nell'interno, sali e scendi per le montagne, stretta, tutta curve, non c'era un cane in giro; mia moglie che insisteva: "Dove m'hai portato". Al ritorno abbiamo preso l'altra più a est, la diretta Rijeka-Trieste (Rijeka che sarebbe Fiume), e mia moglie sbandierava la carta: "Vedi? Era questa che dovevi prendere l'altra volta". Invece era tale e quale a quella là, quella dell'interno. Strade degli anni Sessanta. Con le toppe per terra, la carreggiata stretta, le curve a corto raggio - a novanta gradi - e l'asfalto bianchiccio. Una macchina ogni tanto. Proprio come da noi negli anni Sessanta - con gli alberi di qua e di là - quando guidare era un piacere. Derapavi, acceleravi, tagliavi le curve, sorpassavi i camion a passo d'uomo sulle salite. Facevi quello che ti pareva. Così è adesso ancora là, come sulla Pontina d'una volta, sui saliscendi tra Aprilia e Pomezia. E vedi solo macchine d'allora: 128, 850, un sacco di Seicento. La Fiat aveva una fabbrica in Jugoslavia, appena gli finiva un modello qua, smontava le linee e le portava là: vai col tango. Come l'Innocenti, che le linee di montaggio nostre le hanno vendute all'India, e ancora sfornano Lambrette e tutti gli Api che fanno avanti e indietro per l'Afghanistan. Ci hanno fatto la guerra i taliban con le Lambrette nostre.

Arrivati comunque a Fiume (Rijeka) abbiamo ridisceso la costa verso sud, verso Pola. A metà strada tra Fiume e Pola c'è Arsia, e vicino a lei Albona, con Pozzo Littorio. Naturalmente questi nomi non ci stanno più, né sulla carta geografica né tantomeno sui cartelli stradali. Se ti provi a chiedere "Pozzo Littorio?" ti sparano dietro. Non c'è più il comunismo di Tito - e gli infoibatori - oramai dovrebbero essere morti, anche se di vecchiaia - ma da queste parti non si sa mai, continuano ad essere piuttosto permalosi. Comunque adesso Arsia si chiama Ras ¡a (pronuncia Rascia) e Albona Labin (pronuncia Labìn). Pozzo Littorio invece ha perso del tutto anche l'individualità della denominazione: adesso è sic et simpliciter Labin, tutt'uno con Albona; solo sui catastali al 1:2000 c'è scritto "Podlabin", che sarebbe Pié d'Albona.

Dice: "Ma perché siamo venuti a fare delle città da queste parti? Allora avevano ragione loro a dire che ci volevamo impadronire del territorio e italianizzarlo, facendoci pure le città nuove". No. A parte il fatto che queste sono città costiere - e la costa come detto è sempre stata etnicamente italiana - qua c'era il carbone e ci abbiamo fatto le città per scavare il carbone, mica per bellezza.

Le miniere dell'Arsa erano di Guido Segre , il fascistissimo imprenditore ebreo già medaglia d'argento della Grande Guerra, cui il Duce delegò la creazione ex novo di una grande industria estrattiva nazionale che potesse far fronte alle sanzioni e garantire un minimo di autarchia carbonifera. Segre fu un gigante. Fornì al Duce su un piatto d'argento esattamente quello che gli era stato chiesto. Certo ci fece la cresta. Certo ci fu un sacco di gente che si lamentò: i rapporti di polizia e le denunce anonime fioccavano sul tavolo del Duce peggio che la neve in Russia, e specie da Trieste, dove era una specie di boss. Ma Segre gli fece il miracolo. Gli inventò il "carbone italiano" e tutta una serie di città minerarie per scavarlo, comprese Cortoghiana e Carbonia in Sardegna. Poi, come si sa, a quello vennero in mente le leggi razziali e nel '38 cacciò Segre a zampate. Finì per morire nel '43 in Vaticano, di crepacuore, coi tedeschi e la Gestapo che lo aspettavano fuori dalla porta. Certe volte il Duce è stato peggio degli slavi.

In realtà non era carbone-carbone nemmeno quello dell'Istria. Era una lignite pure questa, di qualità un po' migliore - anzi parecchio - rispetto a quella di Carbonia, ma sempre lignite era, carbone-hag, nemmeno da paragonarsi a quello inglese o belga. Però, come si dice, questo avevamo. Si trattava di scavarlo. Fin che i belgi e gli inglesi ci portavano il loro - litantrace, coke ed antracite a buon mercato e con incomparabile potenza calorifera - il nostro non valeva la pena nemmeno di guardarlo. E difatti quello sardo nemmeno lo avevamo mai cercato. Quello dell'Arsa - nell'albonese - ci si era fino allora rimessa qualche penna. Avevano cominciato a utilizzarlo i veneziani alla fine del Settecento, nella zona di Carpano. Lo sviluppo si ebbe sotto la dominazione austriaca, soprattutto tra la fine dell'Ottocento e la grande guerra. Poi, vivacchiando vivacchiando, con l'italianizzazione forzata di tutte le imprese ex austriache le miniere passarono alla Società anonima carbonifera Arsa, sotto il controllo di Segre, e quando arrivarono le sanzioni ci fu il nuovo e decisivo impulso. Segre si mise a cercare dappertutto - in tutta Italia - qualunque cosa assomigliasse al carbone e l'Arsa diventò Acai (Azienda carboni italiani) conglobando anche la Sardegna, dove si fece Carbonia. Nell'Istria si aprirono nuovi e grandiosi pozzi: a questo punto conveniva, poiché quelli non solo t'avevano messo le sanzioni per l'Abissinia, ma tu già tenevi fisso in testa che prima o poi gli dichiaravi pure guerra; mica ti potevi aspettare che ti portavano il carbone. Bisognava per forza che t'arrangiavi con la lignite tua, specie quella un po' più pregiata dell'Istria. Ma, come si sa, non basta aprire un pozzo: il carbone, per quanto d'infima qualità, non è che esce da solo, ci vogliono i minatori. E quanto più carbone ti serve tanti più minatori gli devi mettere appresso. E da qualche parte li devi pure far dormire. Ti sei inventato una miniera nuova? Gli devi fare una città vicino. Mica ci vuole l'architetto per capirlo. Dice: "Ma il Duce non aveva detto al discorso dell'Ascensione che lui era contro l'urbanesimo, contro le città?". Ancora con l'Ascensione? Ma quello quando gli serviva la campagna era contro le città, quando gli servivano le città le faceva dalla sera alla mattina, con uno schiocco di dita, senza pensarci un minuto. Gli fregava assai, a lui, dell'Ascensione. A quella hanno abboccato solo gli storici dell'architettura.

Arsia nasce nel Comune di Albona. Albona sta sulla cima di un colle, quasi una montagna. Da lì si vede il mare e l'isola di Cherso. Da lì s'avvistavano i pirati ancora ai tempi dei romani e gli albonesi - a seconda del rapporto di forze - scendevano alla spiaggia (a Rabac, dove adesso ci sono decine e decine d'alberghi, con qualcosa come 12 mila posti letto) ad affrontarli, oppure si rintanavano nelle loro mura aspettando che se ne andassero. È tutta bianca di pietra, la pietra carsica, e è tutta veneziana: su ogni palazzo c'è ancora il leone di S. Marco. Arsia invece sta a un po' più di sei chilometri, al fondo d'una valle, un po' internata: dove comincia il promontorio. Anzi, più che una valle è proprio una gola, dove scorre il Carpano, un torrente. In alcuni tratti non è più larga di trecento metri. E lì s'adagia Arsia; stretta nella gola, stesa lungo il torrente, fra le due montagne che le nascono di fianco, piene di carbone. L'hanno fatta lì, proprio all'imbocco delle miniere, attaccata ai pozzi. La gente usciva di casa e andava a lavorare, senza bisogno di corriere o biciclette. Si infilavano nella montagna e la scavavano come groviera. Poi uscivano e tornavano a casa. Guido Segre aveva pensato a tutto. (Qualche volta però non uscivano più, ci restavano sotto, come il 28 febbraio 1940, quando per lo scoppio del grisou morirono in 186. Altrettanti - altri 186 - morirono nei giorni seguenti, per gli effetti dello scoppio e delle esalazioni. Un'altra esplosione ci fu nel '48, quando oramai era Jugoslavia, 86 minatori morti. Altri ancora invece - e alcuni non erano nemmeno minatori - ce li portarono apposta a morire gli slavi, a Pozzo Littorio, nel '45; giustiziati e buttati là, nei pozzi più profondi e abbandonati. Perché italiani).

Arsia è proprio bella. Adesso hanno smesso di scavare carbone, non conviene più nemmeno alla Croazia. Ma non da molto, l'ultimo pozzo è stato chiuso tra il 1990 e il 1992. La città è rimasta quella che era allora, dal fascio ad oggi è stato costruito un fabbricato solo. Naturalmente la Jugoslavia socialista rimosse subito tutti i simboli del regime, a partire dalla statua al minatore-soldato che troneggiava sotto la casa del fascio. L'aveva fatta Marcello Mascherini, ma somigliava troppo a Mussolini. Rimane solo un pezzo della gamba, semisepolto in uno sgabuzzino in cima al campanile della chiesa. La indica sottovoce I.S., una delle poche italiane rimaste - i genitori erano del vicentino, vennero nel '36 per la miniera - e la chiama "la gamba del Duce".

Ci abitano ancora quattromila persone. In maggioranza croati, con un 40% di musulmani, "bosniàcchi", come dice I.S. Li fecero venire da tutte le parti. Quelli che ancora parlano italiano sono cento in tutto. Ma parla italiano la città: le mura, le pietre, l'architettura. Anche il colore - che pure gli slavi hanno profuso sugli intonaci a volontà, dal celeste al giallo al verde al rosso - non fa che aumentare il tono chiassoso e di "mediterraneità" dell'insieme. Eppure la progetta Gustavo Pulitzer Finali, l'architetto triestino amico di Segre, ebreo pure lui, e che Segre si porterà appresso anche a Carbonia a collaborare e sovrintendere ai lavori di Valle e Guidi (però Pulitzer, a differenza di Segre, capirà in tempo l'antifona delle leggi razziali e riparerà prima in Svizzera e poi in America). Pulitzer è triestino, mitteleuropeo. In Arsia profonde una ricchezza di repertori architettonici che non sembra avere paragoni: ogni forma è diversa dall'altra, ogni stilema è un discorso compiuto. Ci sono archi, colonne, ma anche travi, piattabande. Tutto il cemento armato che ti pare. E perfino due bifamiliari col tetto ad una falda, lati a trapezio rettangolo, senza una cornice, scarne, scabre: in Italia si vedranno solo negli anni Settanta e lui le ha fatte nel 1936. Muratore direbbe: "È mitteleuropeo: si vede Tizio e pure Caio". Io non l'ho capito bene che vuol dire mitteleuropeo. Ci sono i bravi e ci sono gli asini. Dappertutto. E questo non è un asino.

La costruzione di Arsia comincia nel 1936. All'inizio non si pensa nemmeno che se ne farà un Comune, tanto è vero che manca il municipio. È a soli sei chilometri da Albona, il Comune è quello, sarà solo un "villaggio per i minatori". Viene inaugurata il 4 novembre 1937. Il Duce ha già visitato i lavori in pompa magna con Segre nell'agosto del '36. È sceso in miniera ed è andato anche a controllare il gigantesco porto che si sta costruendo a quattro chilometri, Porto d'Arsia ora Luka Ras¡a: il carbone verrà avviato qui con le decauville e imbarcato sulle navi. Da lì andrà a rifornire le fabbriche e le centrali elettriche della Patria. Ma già s'è capito che non basta. Il Duce e Segre hanno l'occhio fino: ci vuole ben altro. Allora, per l'intanto, facciamo un po' più grossa questa, poi ne faremo un'altra nuova, ancora più grossa, e nuovi pozzi di scavo, proprio sotto Albona (sarà Pozzo Littorio). Vai col tango, e Pulitzer si rimette a progettare l'ampliamento.

Stavolta ci fanno il Comune. Prima Segre pensava non servisse: "Che lo faccio a fare? A me mi serve il carbone". Ma poi s'è accorto pure lui della necessità - comune, come vedremo, a tutte le "città nuove" - di essere l'unico a comandare in casa propria: "Io me la sono fatta ed io ci comando. E che mi ci metto, l'inquilino?". Anzi dopo - a Pozzo Littorio - hanno fatto pure peggio (nel '40 Segre lo avevano oramai bello che cacciato, ma l'Acai continuava tranquilla con quell'impronta). Se Arsia all'inizio doveva essere solo una frazione del Comune di Albona - e stava a sei chilometri - Pozzo Littorio, poi, fin da subito è destinato a divenire Comune, e da Albona dista solo 500 metri, meno di mezzo chilometro: Albona sta sulla collina e lui sta sotto. Ma deve diventare Comune. Per conto suo. E per l'intanto - fin che non è tutto pronto - viene inserito come frazione nel nuovo Comune di Arsia, non quello d'Albona. Come a dire: "Qui è la miniera che comanda. Pure sui vigili urbani". La Jugoslavia, poi, ridisegnerà tutte le carte: Arsia con Arsia, e Pozzo Littorio con Albona. Negli anni dopo la guerra Podlabin (il vecchio Pozzo Littorio) cresce sempre di più, mentre Albona decresce. Man mano che scavano il carbone traforano la montagnola di Albona da tutte le parti. La scavano di sotto e di sopra. E cominciano a cadere le case. E tutti gli albonesi scappano di sotto. I due insediamenti oggi si confondono, sono un tutt'uno. Sopra è rimasta la città vecchia. Ma la città vera è quella sotto, Pozzo Littorio, e fa più di 10 mila abitanti, anche se nessuno di loro sa che si chiama così. Per loro è Albona-Labin, al massimo Podlabin.

Dice: "Vabbe', ma che c'entra il carbone coi vigili urbani? Tu sei un'azienda, il Comune è un'altra cosa". Non è così. Il potere è potere, e il gioco dei veti incrociati non esiste solo in democrazia. Pure in uno Stato totalitario c'è sempre il rischio che un burocrate o un papavero locale - con una lettera raccomandata e una carta da bollo - ti mandano per aria un piano di produzione. Stalin li metteva al muro.

Il nesso "città/azienda", peraltro, è già stato rilevato in tutte le "città dell'autarchia" - ovvero quelle legate all'industria, specialmente Carbonia e Torviscosa anche se con una connotazione di carattere negativo: "città del padrone, finalizzate allo sfruttamento e alla società divisa in classi". La relazione "città/azienda" appare però in realtà essere molto più che un semplice "carattere" delle città industriali dell'autarchia. Essa è comune e va allargata all'intero fenomeno delle città nuove, a partire proprio dal suo sorgere, a partire da quelle di bonifica. Carbonia e Torviscosa difatti sono solo del 1937-'38. Mussolinia (poi Arborea) viene costruita da Dolcetta (Comit) già nel 1928 perché serve alla bonifica di Terralba, e chi la comanda e la gestisce - anche amministrativamente - è nei fatti fino a tutti gli anni Sessanta, e forse oltre, il personale dell'azienda. I borghi di servizio dell'Agro Pontino (1931) nascono esattamente come "centri aziendali" dell'Onc (Opera combattenti). Quando si fonda Littoria (1932) una delle piazze principali - quella da cui parte l'asse decumano - è quella dove c'è la sede dell'Opera e il primo podestà è proprio Cencelli. Cencelli sarà anche il primo podestà di Sabaudia (1934) in cui - ancora una volta - il gruppo di edifici sicuramente più imponente è la piazzaforte dell'Onc, vera piazza fortificata. Le stesse spese amministrative del Comune saranno a lungo sostenute in proprio dall'Opera combattenti, il cui locale direttore tecnico avrà identico se non maggiore peso politico del podestà o del commissario prefettizio. Lo stesso varrà per Pontinia (1935), per Aprilia (1937) e per Pomezia (1938).

La città nuova, quindi, come funzione dell'azienda, a partire dal momento stesso del suo concepimento. Nasce e si pone assolutamente - ed in maniera quasi esclusiva - in una logica manageriale o protomanageriale dell'efficienza e dell'efficacia produttiva. Dice: "Vabbe', è la città corporativa". No, questa è un'altra teorizzazione che rimane per aria, poiché non contestualizza, è omologante e non fa le opportune distinzioni - che pure esistono e sono fortissime - tra città nuove di bonifica e città dell'autarchia. Mentre alle prime, difatti, corrisponde un vero e proprio scontro di classe che porta a una riforma di struttura con la modifica dei rapporti di produzione - in un processo che vede, come avanguardia rivoluzionaria, una sorta di "fascismo rosso" dell'Onc contro il fascismo bianco degli agrari - in quelle industriali, invece, la mobilità di classe è estremamente irrigidita e il controllo sociale, anche attraverso il fascio, è saldamente in mano al capitalismo dominante. Ma la città nuova è comunque legata alla produzione. È la città moderna, pure a Magnitogorsk fanno così: non è che un elemento del lay-out, della "planimetria di produzione", sia che l'azienda debba poi sfornare fibre tessili o carbone, sia che debba produrre grano o bestiame da latte. E non c'è niente di più "fisico" di questo. Tutte le "sovrastrutture" arrivano post eventum, come l'accademia e gli architetti stessi. Arrivano dopo. A mettere l'ornato. A disegnare gli edifici. Ma non c'è una sola città di cui abbiano scelto loro il sito. Non ce n'è una sola che abbiano "disegnato" loro. Le hanno disegnate i tecnici: i direttori di produzione per quelle dell'autarchia, i geometri gli agronomi e gli ingegneri idraulici - quando non direttamente il Duce - per quelle di bonifica. Loro stavano a pensare al Ciam (i congressi internazionali degli architetti moderni). Per fortuna. E si sono persi la cosa più importante fatta nel Novecento dal nostro paese. La cosa migliore.

(Arsia 1 - continua)

Pozzo Littorio

Antonio PENNACCHI

da Limes

La volta scorsa dicevamo che Arsia è proprio bella. È un posto dove uno arriva e dice: "Qui mi piacerebbe vivere", un buon posto per crescere i figli. È sostanzialmente una città-giardino, una di quelle città che l'architettura moderna dice che fanno schifo. A loro piacciono i grattacieli, le torri, la città verticale. E non è da dire che gli piacciano adesso, gli piacevano già allora, negli anni Trenta, e non solo in America o in Germania, pure in Italia, pure nell'Italia fascista. Anzi, nell'Italia fascista pure di più. Non facevano che parlare d'altro. C'era uno - Pagano - che voleva fare i grattacieli all'Eur (allora si chiamava E 42) e quando Piacentini gli ha detto di no e lo ha cacciato dal progetto s'è rotolato per terra fino al '43, strillava: "Ma che state a fa'? Questa non è architettura moderna, questa non è architettura fascista". Lui poi, poveraccio, è diventato antifascista, ha fatto la Resistenza, è stato torturato dalla banda Koch ed è morto a Mauthausen. Ma quando strillava d'architettura era ancora fascista, pienamente fascista anzi, diceva che l'unica architettura veramente fascista era la sua e quella degli amici suoi, tutti gli altri erano anti o afascisti, opportunisti che non avevano capito niente del fascismo vero, Piacentini in testa. S'approfittavano. Dice: "Ma che c'entra Pagano? Ma come ti permetti? Un eroe della Resistenza". Ah, sul fatto che sia stato un eroe della Resistenza non si discute. Non tanto di cappello, ma onore al merito e alla memoria per omnia saecula saeculorum. Ci voleva del coraggio. Ma il fatto che sia stato un eroe della Resistenza non vuol dire che avesse anche ragione in fatto di architettura, e nemmeno fa diventare l'architettura sua un'architettura antifascista. Lui antifascista c'è diventato dopo, quando faceva l'architetto era fascista come e più degli altri, checché ne pensi De Seta. Dice: "Sì vabbe', ma mica era l'unico". Certo: e che t'ho detto io? Dice: "No, pure pei grattacieli". Appunto: Le Corbusier li voleva fare a Pontinia. Pare che è stato il Duce a dire a Bottai: "Ma mandalo a quel paese: l'hanno cacciato in Russia lo debbo prendere io?". E un'altra banda di matti (Fariello, Muratori, Quaroni, Tedeschi e Libera) voleva fare i grattacieli a Aprilia. Erano architetti "moderni". E fascisti. In Italia, come si sa, almeno fino al 25 luglio, "italiano e fascista" erano sinonimi o, meglio, era una tautologia: la ripetizione dello stesso concetto. Però erano "moderni". E quando poi sono diventati antifascisti - come tutti noi del resto - in forza della modernità e dei grattacieli la storia dell'architettura (vedi Zevi e De Seta) hanno detto che erano già antifascisti prima: in nuce. Guarda quello che hanno fatto con Piccinato, e poi vatti a sfogliare tutte le annate di Urbanistica e Architettura, dal '32 al '43. Dice: "Vabbe', ma che c'entra con Arsia?".

Ecco, a questi le città-giardino non gli piacevano: gli venivano gli sbocchi di stomaco solo a sentirle nominare. Non le andavano nemmeno a guardare. In tanti anni di articoli e polemiche su Casabella, Pagano delle città di fondazione, dei nuovi borghi e di tutto quel po' po' di radicale modifica del paesaggio agrario italiano che si stava facendo, lui non s'occupa mai. È importante solo quello che si fa all'estero, e soprattutto è fatto male tutto quello che fanno gli altri. Ma sto po' po' di Casamicciola lui non se ne accorge per niente (è un anacoluto, lo so). In tanti anni scrive di due sole cose (1): un articolo lungo e velenosissimo contro la Pontinia che aveva fatto Frezzotti (al posto di Le Corbusier) e una citazione brevissima, en passant, su Arsia: "Le inabitabili case di Arsia" (2) scrive, punto e basta. Di più non merita. Ma che ti venisse un colpo - sempre facendo salvo l'eroe della Resistenza naturalmente (specie di questi tempi non vorrei passare per cortigiano del Polo pure io) - ma che ci sei mai stato ad Arsia? Ma che le hai mai viste quelle case? Gli devi fare tanto di cappello, tu, a Pulitzer Finali. Che era pure ebreo.

Arsia è un bel posto, un posto ideale per crescerci i figli (peccato solo che adesso sia all'estero, e un po' fuori mano). C'è questa grande piazza, che è subito all'accesso dalla statale Fiume-Pola. Larga, soleggiata, sfalsata su più piani. Svetta la chiesa a paraboloide (chissà se a Calza Bini figlio gli era venuta da qua l'idea per quel monstrum di Incoronata, ma sicuramente è venuta quella di Ciucci per la chiesa di Borgo Podgora) coi costoni in cemento armato - Segre l'acciaio ce lo aveva di suo - che reggono la volta. Pare che il motivo riprenda i vagoncini della miniera, che servivano a portare il carbone su e giù per i pozzi. E difatti, a fianco alla chiesa, c'è un trenino a bella posta, anche se arrugginito. Nella canonica - il culto naturalmente lo amministra un prete croato - c'è anche il museo della miniera, ora chiusa. Nella piazza il municipio, la banca, le poste, il bar ed il cinema nell'ex dopolavoro e la vecchia casa del fascio. Senza più fascio, ma con iscrizioni su marmo - in croato - che celebrano l'avvenuta liberazione (e per tutto il paese, ogni tanto, scritte sui muri: "W Tito"). Restano i porticati però, inconfondibili - anche quelli a piattabanda che dalla piazza introducono alle residenze - il frontone della Gil e soprattutto l'arengario: una mensola rotonda, a sbalzo su un angolo della casa del fascio, identica ad un balcone di Borgo Hermada. Non si capisce cosa faccia, lì, sopra la lapide di Tito e il basamento vuoto della statua al minatore, che somigliava troppo al Duce. Chi ci si affaccia più, ad infiammare la folla? Manco Milosevic´.

Poi s'esce dalla piazza ed incominciano le stradette, lungo il corso del torrente, con le casette articolate su due piani. Da una parte - verso sud, verso Pola - sono tutte bifamiliari. Ma non con unica tipologia: si alternano in tutta la città almeno sei o sette diverse tipologie, con un effetto di brio e varietà che non troverà riscontro nella piatta uniformità della successiva Carbonia. Qui sono a due piani, con porticati, verande, loggette e pergolati giocati sia sul motivo dell'arco che su quello della trave a piattabanda. E muretti di recinzione in pietra bianca squadrata, a faccia vista. Ogni abitazione ha orto e giardino, davanti e di dietro, nel più puro spirito dell'homo novus fascista: anche se minatore, quando torna a casa non deve perdere il contatto con la terra (a parte il fatto che due galline e un po' di pomodori non erano, almeno a quel tempo, un optional del tutto superfluo). Dall'altra parte - a nord, verso Fiume - ci sono anche le quadrifamiliari, sempre con orto e giardino, che travalicano anche dall'altra parte del torrente. Ma ci sono anche fabbricati più grossi - tre piani fuori terra - che oltre al centro urbano e alla direzione della miniera sono dedicati alle case-albergo per i lavoratori scapoli. Particolare cura è destinata all'asilo, alla Gil, alle scuole, al dopolavoro e agli impianti sportivi. Ci sono perfino le piscine: oggi ci gracidano le rane, ma il trampolino in cemento armato è ancora pronto ad aspettare che qualcuno si tuffi. Gran parte della città era dotata di impianti di riscaldamento centralizzato, con le tubature che correvano verso la centrale termica della miniera, coibentate sotto tutte le 312 strade. Pulitzer pensa a tutto, pure agli arredi (lui del resto sarà un grande arredatore, soprattutto di transatlantici): le case verranno fornite agli operai complete di tutta la mobilia, disegnata da lui fin negli armadi e le sedie.

La piazza è piena di colori - celeste, giallo, rosso, verde - ed anche gli edifici più grandi. Le casette invece sono un po' scrostate, qualche pezzo di intonaco è caduto, la manutenzione è carente. Ma dappertutto ci sono le antenne paraboliche, bande di ragazzini che corrono, panni stesi all'aria ad asciugare, e macchine parcheggiate su tutti e due i lati delle stradette: 128 rosse, vecchie 600 gialle, 124, 131 Mirafiori. E la città è linda. Forse quando ancora funzionava la miniera - pochi anni fa - non doveva essere proprio così linda. Ma adesso lo è. E soleggiata, e piena di verde: alberi da tutte le parti, prati, il torrente, e alberi e boschi fitti fitti su tutti e due i versanti delle montagne che s'alzano a cornice e stringono nel fondo il lungo nastro di Arsia.

Pozzo Littorio invece è tutta diversa. Fu progettata dall'architetto Eugenio Montuori e realizzata nel 1940. Segre lo avevano già cacciato e Pulitzer Finali s'era già dato in Svizzera e poi in America. Ma il bisogno di carbone cresceva - nel 1942, tra Arsia e Pozzo Littorio verrà raggiunta la produzione record di 1.158.000 tonnellate di carbone - e allora s'erano messi a fare quest'altra, a 8 chilometri da Arsia ma a soli cinquecento metri da Albona. E ci hanno fatto subito gli uffici per la delegazione comunale - quella di Arsia naturalmente, non quella di Albona, perché chi comanda è la miniera - poi si vedrà. Ma non è una città-giardino, è città-città: verticale, con case a torre, pure quattro piani fuori terra e tutta una serie di blocchi di tre piani a pettine. E questa va su tutte le riviste, perché questa è fatta bene, perché Montuori sì che è uno bravo: non per niente è amico di Piccinato (però doveva essere amico pure di Pulitzer e di Segre, visto che lo fanno andare a Carbonia qualche anno prima ed è lui che ne firma l'ampliamento di Prg al posto di Pulitzer dopo le leggi razziali, ed anche a Pozzo Littorio, poi, riprende pari pari e costruisce - per la zona a casette - le tipologie di Pulitzer, sia ad arco che a piattabanda, per le bifamiliari di Arsia). A me pare però che Montuori - pure qui a Pozzo Littorio - conosca solo il rettangolo. Non lo so, forse non gli piace nessun'altra figura geometrica, o forse non gli viene bene, non la sa fare, gli si era rotto il compasso, spezzato il curvilinee: quando c'è un arco sembra copiato. Quelli delle casette li ha disegnati Pulitzer ad Arsia, e il porticato d'angolo della casa del fascio in piazza sembra proprio quello di Aprilia lato nordest (Petrucci): tale e quale. La chiesa - e soprattutto il campanile che fa da sfondo al cannocchiale d'accesso - è proprio Sabaudia. Dice: "Vabbe', ma a Sabaudia ci ha lavorato lui" (con Piccinato, Cancellotti e Scalpelli). D'accordo, ma anche i blocchi a pettine - con quelle prospettive di ballatoi che costituiscono la cosa bella di Pozzo Littorio, tutti verdi di tende e ringhiere: verdi perché è il colore dell'islam, e lì ci abitano tutti i musulmani e "bosniàcchi" che ci hanno portato al posto nostro, e tu vedi in giro pure un sacco di gente scura di pelle, quasi nera - sembrano proprio le Case popolari che ha fatto Nicolosi a Littoria. Anche il torrione della casa del fascio - la torre littoria nominale - tutto in pietra bugnata a faccia vista, è identico preciso a quello di Segezia (sempre Petrucci). La torre littoria vera, però, è la ciminiera della miniera - o meglio: della centrale termica della miniera, che anche qui porta il riscaldamento in tutte le abitazioni - e non a caso, visto che la torre deve simboleggiare il potere e il vero deus ex machina di questo organismo urbano (vedi numero precedente) è esattamente la miniera. La ciminiera è altissima, affusolata, imponente, originale, ma non a base circolare. Non è solo una ciminiera, è proprio una torre: sagomata, concava, persino con un simulacro d'arengo a un centinaio di metri d'altezza. È la torre littoria più grande di tutte. E questa la deve aver fatta lui.

Gli slavi hanno lasciato quasi tutto intatto. Hanno tolto i fasci naturalmente, pure dalla ciminiera, e hanno riempito dappertutto di lapidi in ricordo dei martiri della Resistenza loro. Hanno pure sopraelevato di un altro piano l'edificio della piazza, dove c'era la casa del fascio e la delegazione comunale di Arsia. Ora è tutto Labin, Albona. E hanno costruito anche dall'altra parte, fino sotto la montagna, fino a Albona, ma hanno costruito esattamente come sotto il fascio, soprattutto con casette a due piani come quelle di Pulitzer. Pozzo Littorio (Podlabin) è pieno di vita. Anche qui macchine degli anni Settanta - 124, 132 - ma c'è chiasso, clacson, città. C'è colore. Tutto è tenuto bene. Anche le casette. Meglio di Arsia. C'è più vita. È più città. Vicino c'è Rabac, con dodicimila posti letto per i tedeschi che vengono al mare d'estate. Nessuno va più in miniera. Anzi, a volte pare che nessuno lavori: fabbriche non ce ne stanno, campi lavorati in giro nemmeno - in tutta l'Istria non c'è più un campo lavorato, l'agricoltura è stata sradicata: l'economia di piano prevedeva che si facesse solo in Pannonia - e quando vedi qualcuno che lavora in giro, magari nei lavori edili sulle strade, lavora con certi ritmi che ti viene voglia di scendere dalla macchina e farlo tu al posto suo. In Fulgorcavi ti menavano. Roba che uno dice: "Ma come campa tutta questa gente? Va bene che hanno solo i 128 e le paraboliche attaccate a tutte le finestre, ma da qualche parte devono pure mangiare". Dall'Italia mangiano, dove vuoi che mangino? Partono in massa a primavera e vengono a lavorare a Iesolo, a fare i camerieri, e tornano dopo l'estate. Ma soprattutto l'Inps, le pensioni nostre. Tutti sti vecchi pigliano la pensione. Erano sotto lo Stato italiano, allora: anche se hanno lavorato solo un anno, adesso gli tocca la minima. Il milione di Berlusconi. E con quello campano. Campano coi vecchi e con le pensioni. Nostre. E a noi ci hanno cacciato a bastonate. Trecentocinquantamila (3) . Dieci o ventimila morti nelle foibe (il numero preciso non si sa). Fabrizia Ramondino (4) riporta la testimonianza di un sopravvissuto: "Addì 2 maggio 1945 vennero a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza, nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi e affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all'ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento, vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché non rinvennero e poi ripeterono il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col fil di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani e urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. A un certo momento della notte vennero a prelevarci uno a uno per portarci nella camera delle torture. Fui l'ultimo a essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena e in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabati da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e con la canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio, ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro a ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba". E per quelli che invece sono rimasti là sotto non c'è nemmeno una lapide in tutta l'Istria, anzi nemmeno una croce, tanto che i profughi giuliano-dalmati li chiamano ancora "morti senza croce". E Arsia adesso è Rasa, e Pozzo Littorio è Podlabin.

Nota a margine (5)

Nel numero precedente abbiamo presentato una "Ipotesi di catalogo delle città nuove italiane degli anni Trenta" che sommava 70 nuovi insediamenti, cifra che è sicuramente destinata a salire anche col contributo dei lettori (alcuni hanno già scritto). Manca difatti, allo stato, un Regesto completo delle fondazioni in Italia degli anni Trenta. Non sappiamo ancora, in pratica, esattamente quante erano: né quante, né quali, né come, né dove. Uno studio sistematico del fenomeno delle città nuove nel suo complesso non è mai stato fatto; pure De Felice lo bypassa tranquillamente. L'unica eccezione è rappresentata da Mariani (6) e Nuti-Martinelli (7) che - con tutti i limiti e i pregiudizi che è pure abbastanza facile riscontrare vent'anni dopo - finiscono per canonizzare un elenco di 12 città nuove italiane: Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Guidonia, Pomezia, Mussolinia, Carbonia, Fertilia, Torviscosa, Arsia, Pozzo Littorio. Questo elenco diventa vangelo e chiunque decide d'accostarsi in seguito alla questione - pure da oltreoceano (8) - lo assume come vero e proprio canone. Da lì non ci si scosta: 12 sono e 12 rimangono. È un canone, però, in cui sembra proprio che l'unico elemento omologante - l'unica valenza tassonomica - sia costituito dalla griffe dei progettisti o dalla notorietà dell'insediamento che, come si sa, pur se assai importanti non fanno scienza: la scienza è un'altra cosa. In quell'elenco stanno difatti, assieme a realtà fondate come villaggi ed evolutesi poi in comuni (Arsia e Mussolinia), sia comuni evolutisi in province (Littoria), sia province rimaste comuni (Carbonia), sia realtà concepite come centri comunali e realizzate come tali (Sabaudia, Aprilia, etc.), sia centri comunali rimasti poi per sempre semplici frazioni (Fertilia e Pozzo Littorio). Non appare quindi essere la funzione amministrativa - né quella di progetto, né quella di eventuale ed effettiva realizzazione - il carattere distintivo della città nuova; e comunque nelle stesse condizioni ce ne stanno tante altre: Segezia ed Icoronata, nate proprio come centri comunali, sono oggi piccole frazioni al pari di Fertilia, mentre San Cesàreo, nato come borgo rurale, è oggi un comune (al pari di Arsia e Mussolinia) con più di 7 mila abitanti. Se non è quello amministrativo, qual è quindi il criterio giusto? Forse quello delle grandezze (un borgo si distingue da una città perché è piccolo)? Ma Fertilia - poche centinaia d'abitanti - può dirsi grossa? Arborea già Mussolinia pure? Mentre Latina Scalo, già Littoria Stazione - nato come semplice borgo di servizio con esattamente quattro caseggiati agli angoli di un incrocio, ma che adesso fa 20 mila abitanti - è solo un "borgo"? Così pure Borgo Podgora, Borgo Hermada (4 mila), Lamezia Terme e tutti gli altri? Anche le "grandezze", quindi, non sono un criterio affidabile: quando si fonda una città è quasi sempre piccola all'inizio, poi può crescere, può anche morire subito, oppure può starsene tranquilla nel suo bozzolo chissà per quanti anni, e poi lussureggiare all'improvviso, come Incoronata che ha cominciato a svilupparsi solo adesso. La questione è quindi di definire con esattezza il concetto di città di fondazione in termini rigorosamente teoretico-qualitativi e non metrico-quantitativi: la specie e non il numero. A questo scopo appare ancora abbastanza esaustiva la definizione di Pierotti (9), secondo cui il "concetto discriminante che serve particolarmente nel caso delle città di fondazione [è] l'esistenza o meno di un problema-città. Un problema-città esiste quando la creazione di un nuovo insediamento ha come scopo esclusivo o prevalente la costituzione di un nuovo organismo urbano, pensato nelle sue specifiche articolazioni costruttive e funzionali". Questo esclude sia ogni insediamento sorto per sinecismo o aggregazione spontanea e poi razionalizzato, sia ogni lottizzazione - tipo Torvaianica o la costa del Circeo - che non preveda dal suo sorgere articolazioni funzionali e spazi pubblici e di socializzazione. Non è però tassativa la presenza ante quem di un piano regolatore. Anche a partire dall'antichistica - anzi, proprio a partire dall'antichistica e da Fustel de Coulanges - quello che caratterizza e definisce la città di fondazione è la presenza e constatazione di uno schema programmatico, che anziché su strade, come fa il piano regolatore, suddivida e attribuisca funzioni e spazi (pubblico dal privato, civile dal religioso, residenziale dal produttivo e aperto dal chiuso) per semplici linee, con squadro, paline e allineamenti. Questa è la città di fondazione a partire dai tempi di Ippodamo di Mileto (10) e sono quindi a pieno titolo città di fondazione tutti i borghi dell'Agro Pontino, embrioni di urbanizzazione pensati ab origine nelle specifiche articolazioni funzionali, sia pubbliche che private, ancora anni prima che si ipotizzi Littoria (11) . È su questi borghi inoltre - e non nelle aule universitarie o al Ciam - che i tecnici dell'Onc (Opera nazionale combattenti) costruiscono man mano e sul campo il modello progettuale complessivo della città di bonifica, che diverrà poi canonico e verrà esportato dappertutto, da Aprilia a Pomezia, alla Puglia, alla Sicilia, alla Libia. Accanto a questo, però, s'aggiunge un altro e fondamentale discrimine - non essendo data la città solo dagli edifici, vuoi pubblici o privati, e dal reticolo delle strade - per la corretta individuazione delle città di fondazione. La città è soprattutto un fatto antropologico: essa è data dalla gente che ci sta dentro, dalle relazioni che le persone intessono, dalla loro cultura, dal loro patrimonio condiviso di storie, di memorie, di miti e di riti che ne fanno, appunto, una communitas - piccola o grande che sia, e piccolo o grande che sia quel patrimonio condiviso - specifica ed individua, diversa da tutte le altre. La città è un organismo vivente, è un organismo biologico. E non solo perché di anno in anno cambia e muta negli edifici, cambia e muta nelle strade, ma soprattutto perché cambia e muta nelle persone, nella sua storia, nella communitas. Chi vive nelle città nuove finisce per partecipare del mito della fondazione, perché è da lì che nasce e trae comunque alimento la communitas di cui fa parte e la propria e specifica identità personale (senza gli altri, un uomo non è uomo; lo dice Aristotele). La città nuova è un organismo biologico; un nuovo organismo biologico, unico e individuo: prima non c'era e adesso c'è; una nuova comunità, una nuova scintilla di vita. È per questo che i decentramenti non sono città nuove. L'Eur è bellissimo, la Città universitaria pure ed anche il Tiburtino terzo. Ma sono Roma. Come è Roma Ostia Lido, e pure Acilia. Certo, hanno sicuramente caratteri che ne definiscono individualità sociale e collettiva, ma sono sottogruppi, communitas di quartiere. È una crescita di Roma: nuovi rami, che escono dalla stessa pianta e dalle stesse radici; partecipano del mito di Romolo. Lo stesso discorso vale per le cittadine ricostruite - anche se a fundamentis, come sembrerebbero Tresigallo, Corridonia, Predappio, Colleferro, etc. - su insediamenti preesistenti. La città nuova invece è una piantina - o solo un seme, come il Villaggio di Sessano poi Borgo Podgora - che viene piantata all'improvviso poi, se Dio vuole, cresce e s'assesta e diventa una pianta grossa, come Latina, Carbonia e tutte le altre; oppure rimane mingherlina, come Segezia e Borgo Cervaro, o proprio muore come Tavernola. Ma è una cosa nuova, una cosa che prima non c'era.

________

Note:

1. La notazione è di L. NUTI, "La città nuova nella cultura urbanistica e architettonica del fascismo", in G. ERNESTI (a cura di), La costruzione dell'Utopia. Architetti e Urbanisti nell'Italia Fascista, Roma 1988, pp. 231-246.

2. G. PAGANO, "Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle ossessioni monumentali?", Costruzioni-Casabella, n. 157, gennaio 1941, ora anche in ID., Architettura e città durante il fascismo,a cura di C. De SETA, Roma-Bari 1976, p. 131.

3. R. PUPO dice che sono 250 mila (cfr. ID., "L'esodo forzoso dall'Istria", in P. BEVILACQUA-A. DE CLEMENTI- E. FRANZINA, Storia dell'emigrazione italiana, Roma 2001, pp. 385-396), ma tutte le altre fonti (cfr. Limes, "Piccola grande Europa", n. 1/2002) si attestano su 350 mila.

4. F. RAMONDINO, Passaggio a Trieste, Torino 2000, pp. 204-205.

5. Parti di questo testo sono già state pubblicate in Metafisica costruita. Le Città di fondazione degli anni Trenta dall'Italia all'Oltremare, Tci, Milano 2002, pp. 162-163.

6. R. MARIANI, Fascismo e "città nuove", Milano 1976.

7. L. NUTI-R. MARTINELLI, Le città di Strapaese. La politica di "fondazione" nel ventennio, Milano 1981.

8. Cfr. D. GHIRARDO-K. FORSTER, "I modelli delle città di fondazione in epoca fascista", in Storia d'Italia Einaudi, Annali 8: Insediamenti e territorio, Torino 1985; D. GHIRARDO, Building New Communities. New Deal America and Fascist Italy, Princeton-Usa 1989.

9. P. PIEROTTI, "Le non-città della ragione", in R. MARTINELLI-L. NUTI (a cura di), Le città di fondazione, Venezia 1978, p. 120; ma cfr. pure ID., Urbanistica: storia e prassi, Firenze 1972.

10. Cfr. P. SOMMELLA, Corso di Topografia e urbanistica e del mondo classico, a.a. 1989-90; ID., Italia antica. L'urbanistica romana, Roma 1988; ma cfr. pure F. CASTAGNOLI, Ippodamo di Mileto e l'urbanistica a pianta ortogonale, Roma 1956; R. MARTIN, L'urbanisme dans la Grèce antique, Parigi 1956; A. GIULIANO, Urbanistica delle città greche, Milano 1966; M. TORELLI-E.GRECO, Storia dell'urbanistica. Il mondo greco, Bari 1983.

11. Sull'intera questione cfr. I Borghi dell'Agro Pontino, Latina 2001, pp. 35-61. Del resto la parola borgo - che fa il suo trionfale accesso nel lessico delle città nuove proprio nel Pontino, tra il '31 e il '32 ad opera dei vertici Onc (forse il duo Savoia-Todaro se non addirittura lo stesso Cencelli) - evidentemente tradisce una voluptas subliminale ed inconscia assai diversa ed opposta a quelli che forse erano i livelli razionali di decisione e consapevolezza. Per loro il borgo non avrebbe dovuto divenire una città come l'intendiamo noi - una vera e propria urbs - ma costituire solo il centro fisico della civitas, che oltre a fornire i servizi funzionasse da fulcro, da snodo e quindi da condensatore sociale di una communitas i cui partecipanti erano sparsi nel territorio. Il termine borgo, peraltro, ha subito un processo di desemantizzazione che lo ha portato solo in tempi relativamente recenti ad indicare insediamenti extra o non-urbani e quindi rurali, ai quali si sarebbe esteso partendo originariamente dall'indicazione di nuclei di fabbricati formatisi extra moenia - oltre le porte della città - e chiamati anche sobborghi. Il tardo-latino burgus invece - luogo fortificato - sarebbe una derivazione dal germanico burgs. In realtà in italiano, accanto al lemma sobborgo, persiste il suo sinonimo suburbio, evidente cultismo derivato da "sub urbs". È quindi da urbs che deriva lo stesso burgs, con un processo di metatesi (trasposizione di uno o più suoni nel corpo di una parola: in questo caso la b che si sposta all'inizio) assai comune nel parlato, come drento per dentro. La metatesi urbs-burgs - probabilmente già corrente durante la romanità - dev'essersi diffusa fra tardo-antico ed alto-medioevo, quando a causa degli spopolamenti la città s'è ristretta, con l'abbandono da parte degli abitanti delle zone periferiche e l'addensamento verso il centro o luoghi significativi e fortificabili della vecchia città romana (l'urbs), come l'anfiteatro nel caso di Lucca. È così e non altrimenti che s'è formata la città medievale: dal borgo, dall'urbs. Va però detto che questa etimologia è recisamente rifiutata - proprio in termini di epiglottide - da Luca Serianni: "E la g da dove uscirebbe?". Non lo so da dove esce la g, ce l'avranno aggiunta i germani, ma in ogni caso in latino c'è già suburra e, anche volendo accettare una mediazione loro (burgs=città, da cui Magdeburgo, Strasburgo, San Pietroburgo etc.), resta comunque da chiedersi quando costoro - i germani - avrebbero mai visto una città o una fortificazione prima di vedere i romani. Che se la sognavano? Sempre da urbs-città deriva. E borgo significa città, anche se Cencelli - o Savoia-Todaro - pensavano il contrario.

 

 

 www.globnet.it/carbonia - Online dal 19/07/2001
Webmasters Claudia, Serafino e Iride