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Architettura - Urbanistica:
Carbonia, "città di fondazione"
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Lucia Nuti (Docente di Storia
dell'architettura moderna nell’Università di
Pisa)
La politica di
fondazione fu varata dal regime fascista
all’inizio degli anni Trenta e condotta poi sino
alle soglie della guerra senza soluzione di
continuità, con una periodicità annuale quasi
costante. Aggregata di volta in volta a scelte
vincenti, la bonifica integrale prima,
l’autarchia poi, essa non fu mai comunque
abbandonata ed ancora dopo il 1940 sotto questo
segno veniva riorganizzato l’insediamento nei
nuovi grandi comprensori di bonifica del
Tavoliere e del Foggiano.
Si può indubbiamente obiettare che le città
nuove non erano città nel senso proprio del
termine, sia per l’estensione territoriale molto
modesta, sia per l’elementarità della
popolazione residente. Soltanto due di esse –
Littoria e Carbonia – superarono di molto
le soglie fissate sfuggendo alle stesse
previsioni dei costruttori, ma Carbonia
rimase ugualmente per la sua composizione
demografica qualcosa di sostanzialmente diverso
da una città.
Ed è ugualmente vero che le nuove fondazioni non
erano nate all’interno di un programma di
urbanizzazione delle popolazioni rurali. Si
cercava al contrario di favorire la
deurbanizzazione sottraendo manodopera eccedente
e potenzialità conflittuale nelle zone più calde
per trasferirla stabilmente sotto il controllo
di più idonei patti di lavoro. Ma la questione
città/non città appare presto superata da un
altro dato fondamentale: con l’immediata
elevazione a comune, i piccoli centri appena
sorti divenivano attivi nei confronti di una
porzione del territorio circostante come sede di
funzioni, sia pure elementari. Essi erano quindi
l’elemento base di un’organizzazione
verticistica del territorio che dal centro
raggiungeva la periferia attraverso una rete di
controlli; rete che in quegli anni si stava
appunto riorganizzando con una revisione delle
circoscrizioni amministrative, accorpamenti o
smembramenti, promozioni o declassamenti
gerarchici di capoluoghi.
È proprio questo in ultima analisi l’elemento
unificatore di una sequenza di interventi
altrimenti caratterizzata da settorialità, da
incertezze, da improvvisazioni, da episodicità;
e l’intera vicenda diviene in questo modo scelta
politica. Poiché però la fondazione non fu
gestita direttamente dagli organi statali, ma
passò attraverso il fìtto sottobosco di enti
parastatali o anche società private, i
meccanismi innescati non funzionavano poi così
direttamente in senso centripeto, ma furono
immediatamente bloccati dal filtro dell’Ente
costruttore. In tal modo l’Ente, in contrasto o
in sintonia con il potere centrale, diveniva il
primo vero detentore di quelle funzioni. Rimane
ancora da verificare quanto il termine «nuova»
si spinga al di là dell’ovvia novità della
presenza urbana su un territorio in precedenza
privo di insediamenti e in che misura sia
motivato da scelte culturali nuove.
Mussolini, nell’inaugurare Littoria, intendeva
questa novità nel rifiuto di un’identità e di
prerogative urbane e respingeva polemicamente
per i nuovi centri anche il nome città; ma le
esigenze di propaganda gli avrebbero fatto
presto cambiare idea. In seguito Piccinato,
nell’illustrare Sabaudia, ne sottolineava la
novità rifiutando ancora il termine città nel
senso ottocentesco, come qualcosa «di chiuso, di
murato, qualche cosa di contrapposto alla
campagna». Poco dopo però l’involuzione
culturale sempre più pesante doveva attenuare
queste polemiche affermazioni di novità e
reinserire le «moderne città di bonifica»
nell’alveo della tradizione nostrana.
Verifichiamo allora quale fu la risposta della
cultura contemporanea di fronte al tema, che in
quegli anni diveniva occasione concreta, della
tanto sognata progettazione globale che non
fosse vincolata da preesistenze storiche.
Quasi paradossalmente la città nuova sulla carta
stenta ad assumere una dimensione che non sia
quella ufficiale composta con le veline dei
comunicati stampa. E se questo silenzio agli
albori della vicenda, tra il 1928 e il 1932,
cioè tra il primo, incerto costituirsi di
Mussolinia e l’inaugurazione di Littoria, può
essere ancora imputato a disattenzione o
sottovalutazione del problema, la stessa
motivazione non è più sostenibile quando nel
giro di pochi anni la propaganda crea ed
alimenta, con un bombardamento di immagini e
notizie, il mito della città nuova, esportandolo
anche oltre i confini nazionali.
Per la seconda città pontina è bandito un
concorso nazionale che coinvolge attivamente
alcuni gruppi di tecnici e sul suo esito si
scatena addirittura una baruffa parlamentare.
Il nome di Sabaudia diviene immediatamente noto,
ma non serve ad aprire una riflessione critica
sulla città nuova. La realizzazione anzi
fornisce nuovi argomenti a favore del
razionalismo in un dibattito sull’architettura
che contemporaneamente dilaga sulle riviste,
trasformandosi spesso in una polemica
improduttiva.
“Casabella” – che pure costituì in tutti
quegli anni la voce di un dissenso o almeno di
una verifica critica sulle principali opere del
regime – esclude anche la semplice informazione
sulle città realizzate, con l’ovvia eccezione di
Sabaudia, per la quale Pensabene confeziona un
commento che non si discosta nemmeno troppo dai
comunicati ufficiali.
Pagano alla fine del 1942 poteva giustamente
vantarsi che la rivista in diverse occasioni si
era occupata di urbanistica, ma ciò era avvenuto
soltanto in relazione ai problemi della grande
città, sia sul tema degli scempi perpetrati nei
centri storici, sia su quello delle case
popolarissime nei nuovi quartieri operai. Pagano
era stato inoltre coinvolto in prima persona
nello studio per il raddoppiamento di un piccolo
centro, Portoscuso, a servizio delle
miniere di carbone del Sulcis.
Eppure soltanto a fatica e tra le righe dei suoi
scritti di quegli anni, relativi alla polemica
sull’architettura, si rintracciano due accenni
alle città nuove: uno diretto con l’abituale
sarcasmo contro i progetti architettonici del
Frezzotti per gli edifici pubblici di Pontinia e
l’altro, molto enigmatico, sulle inabitabili
case di Arsia.
“Quadrante” tra il 1934 e il 1935
diffonde con una raffica di brevi e confusi
articoli la teoria della città corporativa. Il
discorso coinvolge vecchie città e fondazioni
nuove nel quadro di una revisione totale
dell’urbanistica. Secondo la teoria soltanto la
formulazione di un piano regolatore nazionale
avrebbe consentito di stabilire preliminarmente,
nel quadro dell’interesse generale, le funzioni
da assegnare ad ogni singola città. La città
sarebbe quindi divenuta corporativa in quanto
espressione del carattere corporativo del regime
fascista, lontano dall’anarchismo liberale,
lontano dall’oppressivo collettivismo.
Perché, entro i limiti assegnati dall’alto, ogni
città avrebbe poi conservato l’individualità del
suo quadro formale, l’originalità del suo volto;
e a plasmarne armoniosamente l’anima era
chiamato appunto l’urbanista. Sboccata nel
vicolo cieco della coincidenza tra forma
architettonico-urbanistica ed espressione
politica, la teoria diventava inevitabilmente
ancora più vaga e confusa. Accettava l’equazione
linea retta/ordine nuovo e razionale ed
identificava la vera espressione del fascismo in
geometria, limpidità e chiarezza.
Ma nonostante questo, le prime città pontine
risultavano una cocente delusione, una moneta
falsa anche se nuova. Le strade diritte, le
facciate regolari erano solo il riassestamento
esteriore di una città vecchia nel contenuto.
L’occasione era stata sprecata, il principio
puro inquinato per incompetenza dei tecnici che
non si erano mostrati all’altezza del compito e
non avevano bene assimilato il concetto di città
fascista corporativa: fascista nell’impianto
urbanistico (conscia cioè della missione che nel
complesso lo Stato deve assolvere) e di
conseguenza nella sua organizzazione e nella sua
vita.
Era questa una nuova invocazione da parte degli
architetti perché l’architettura moderna, le cui
posizioni ormai progressivamente si
indebolivano, fosse salvata con un atto di forza
e fosse proclamata vincente dittatorialmente,
come architettura di Stato.
E l’equivoco di questa richiesta che
contraddiceva in pieno i princìpi stessi
dell’architettura moderna non poteva non
sfuggire a Persico, la cui sdegnata replica non
si fece attendere, mentre la teoria stessa
naufragava nell’indifferenza generale.
Ancora una volta, con Persico il dibattito
ritornava sull’architettura e sulla triste
condizione del razionalismo italiano,
esasperazione sentimentale senza fede, camuffato
ora, dopo la «romanità» e la «mediterraneità»,
in quest’ultimo travestimento.
Ma Persico nella sua amara requisitoria aveva
sottolineato le contraddizioni di fondo della
teoria, tralasciando altre importanti
indicazioni di carattere più propriamente
urbanistico che in essa erano contenute e che
consentono un’altra chiave di lettura: la prima
era un’indicazione di «piano» su scala nazionale
come strumento per una borghesia che intendesse
razionalizzare al massimo i propri interventi
sul territorio; la seconda un’individuazione
dell’organismo urbano attraverso le funzioni
svolte nei confronti del territorio; infine
l’esplicita richiesta di sventramento dei centri
storici, per riplasmare gli spazi adattandoli
alle nuove funzioni. Il ruolo dell’urbanista
veniva ancora pienamente confermato in quello
del tecnico, plasmatore di forme, strumento
della committenza.
Se le scelte operative del regime coincisero di
volta in volta con le ipotesi dei
«corporativisti», quelle culturali no. E la
proposta, nonostante fosse ampiamente ammantata
di piaggeria nei confronti del fascismo, cadde
nel vuoto.
Neanche il durissimo intervento di Piacentini su
“Architettura” a proposito del concorso
di Aprilia indicava una reale volontà di
revisione del problema o l’espressione di una
linea alternativa. Può sembrare certo
contraddittorio che da una rivista così
influente si desse ufficialmente voce a quel
coro di proteste e malcontenti suscitato dal
discutibile verdetto della commissione.
Piacentini criticava senza mezzi termini i
criteri di pianificazione adottati nell’Agro
dall’Opera nazionale combattenti (Onc) e
soprattutto il progetto prescelto
sottolineandone i numerosi difetti.
Contrapponeva allo schema monocentrico, come
generatore del nucleo urbano, lo schema
autoctono delle borgate laziali, costruite
attorno a una corte con elementi edilizi aperti
e lineari; di esse il progetto Calza
Bini-Nicolini produceva un’originale
interpretazione. Ma era questa l’alternativa?
In realtà Piacentini, aiutato dall’effettiva
mediocrità del progetto vincente, che prestava
benissimo il fianco alle critiche, intendeva
soltanto contrapporre clientela a clientela,
mirando soprattutto a colpire l’operato di
Giovannoni, esperto influente nella commissione
giudicatrice. E l’azione era pericolosa perché
l’accusa era lanciata proprio dalla tribuna di
“Architettura”, organo ufficiale del
Sindacato nazionale architetti, e scatenò come
era presumibile un piccolo terremoto; ma colpì
esattamente nel segno che aveva mirato. Non
provocò infatti nessuna reale revisione dei
sistemi dell’Onc, né tantomeno aprì un dibattito
sulla città nuova; ma solo doveva ottenere,
attraverso un compromesso, un assestamento
interno che non mettesse in discussione la
gerarchia. Giovannoni assieme ai progettisti
rielaborò totalmente il progetto che conservava
col primo una certa affinità formale; un
articolo successivo della redazione di
“Architettura” commentava con un tono neutro
il progetto attuato; Piacentini stesso infine
sostituì Giovannoni nel concorso relativo a
Pomezia, all’interno del quale combatté ancora
una volta la battaglia per la propria clientela.
Di fronte alla seconda sconfitta l’accomodamento
fu molto più rapido ed indolore.
Se un vero dibattito sulla città nuova non si
accese nonostante il moltiplicarsi delle
occasioni, quand’anche un solo arco o una sola
colonna comparsa nei nuovi edifici faceva
scorrere parole su parole, fu perché la
realizzazione era venuta prima che fosse
maturata una coscienza critica del problema e
trovava impreparato il fronte culturale. Il
nuovo architetto, uscito fresco fresco dalle
scuole di architettura appena costituite, fu
subito trascinato in vaste operazioni urbane e
territoriali in cui dar prova della capacità
operativa acquisita. L’adesione entusiastica ai
grandi programmi in cui veniva coinvolto e le
stesse lotte per non esserne escluso ritardarono
di fatto la valutazione critica delle scelte di
fondo e della dimensione in cui come tecnico
stava operando. La presa di coscienza doveva
venire soltanto molto più tardi, quando le
operazioni erano ormai compiute.
La costruzione delle città nuove fu così
condotta senza alcun confronto con indicazioni o
proposte che sarebbero potute derivare da un
parallelo dibattito culturale, e per tutta la
fase di pianificazione il tecnico non può
neppure rivendicare il ruolo, di cui spesso si
compiace, di suggeritore inascoltato.
Di pianificazione vera e propria non sarebbe
neppure il caso di parlare al di fuori
dell’unica, debole eccezione della bonifica
pontina. La fondazione della città, decisa in
tempi molto brevi, era infatti preceduta
soltanto da poche e rapide operazioni
preliminari, totalmente gestite dagli uffici
tecnici dei singoli Enti: delimitazione del
territorio comunale, scelta del luogo e
compilazione di quei dati di massima
indispensabili alla stesura del progetto (numero
degli abitanti, estensione dell’abitato, costo
massimo, ecc.). La scala regionale
dell’intervento pontino sembra suggerire invece
l’esistenza di un piano o almeno di un programma
organico su cui condurre le operazioni.
Ma la grande bonifica è da ricondursi
innanzitutto a due momenti diversi e a due
diversi comprensori, di cui il secondo non fu
che l’appendice, condotta quasi per inerzia, di
un’operazione che non era opportuno lasciar
cadere.
Quando, al termine della bonifica idraulica del
primo comprensorio, i funzionari dell’Onc si
trovarono ad affrontare il problema della
bonifica agraria e della forma da dare
all’insediamento, la pianificazione si risolse
in una scelta fondata più sull’elementarità che
sulla razionalità della figura geometrica: il
territorio scandito dalle linee delle migliare e
dei canali veniva suddiviso in maglie ortogonali
all’interno delle quali trovava posto l’unità
insediativa e produttiva, cioè la casa colonica
ed il podere. L’insediamento sparso, funzionale
alla scelta di un contratto di produzione – la
mezzadria – come cardine dell’intero sistema,
era di nuovo ricomposto nell’unità dei centri di
coordinamento, i borghi prima, le città di
bonifica poi. Ad un numero di poderi
corrispondeva un borgo, ad un numero di borghi
una città. Il territorio era così strutturato
gerarchicamente attraverso un sistema piramidale
di controlli burocratico-amministrativi, fissati
sulla base di una corrispondenza numerica
astratta. A conclusione della prima fase, mentre
già era bandito con grande clamore pubblicitario
il concorso per Aprilia, la prima città del
nuovo comprensorio, erano ampiamente valutabili
le inadeguatezze e i limiti del sistema
sperimentato con improvvisazione e
pressappochismo. Littoria, creata per una
piccola dimensione e divenuta poi capoluogo di
provincia, si stava sviluppando caoticamente con
un ritmo non previsto e necessitava di un nuovo
piano; Sabaudia, razionalmente progettata,
rimaneva una bella scenografia che si faticava a
riempire; Pontinia, destinata a centro
industriale dell’Agro, non era andata al di là
di pochi edifici pubblici e pochissime case. Ci
si accorgeva chiaramente insomma che i centri
urbani erano ormai più che sufficienti e che
sarebbero state utili più numerose borgate
rurali. S’imponeva a questo punto una
valutazione dei risultati per procedere ad una
pianificazione più attenta. «Ma – rispondeva di
Crollalanza a due commissari che gli parlavano
appunto di piano regionale – un piano regionale
anche sommario richiederebbe un periodo di tempo
che di fatto non si ha, essendo assai prossima
la data della fondazione di Aprilia».
In base a questi principî dunque, veniva
completato il programma e costruite le due
ultime città previste, del tutto inutili dal
punto di vista di un loro reale collegamento con
l’attività produttiva, ma funzionali al
prolungamento del miracolo della provincia
redenta fino alle soglie della capitale. Pomezia
in particolare nasceva già come borgata di
transito, porta d’ingresso per i visitatori di
ogni tipo nella regione bonificata. E quindi
l’accento della committenza si spostò, come mai
era avvenuto prima, sulla ricerca di un’immagine
urbana che qualificasse l’intera operazione
condotta e ne rappresentasse un chiaro,
leggibile simbolo. Dopo la tendenza alla
privatizzazione ed alla semiclandestinità con
cui fu gestita la prima fase, furono banditi e
pubblicizzati al massimo due concorsi nazionali.
Ed è appunto tra le righe dei bandi, in una
terminologia ambigua continuamente oscillante
tra modernità e tradizione, tra centro
cittadino, comune rurale e borgo fascista, che
s’intravede l’immagine della città nuova così
come, dopo la prima fase di rodaggio, si era
composta agli occhi dei responsabili della
bonifica; un’immagine che esprime tanto bene
l’ideologia della politica di fondazione da
essere accettata negli anni seguenti con poche
variazioni, anche per centri sorti in
circostanze molte diverse e che rurali non
erano. La modestia era il primo ingrediente di
quell’immagine; e non si trattava tanto di
modestia come limitata estensione spaziale,
quanto di una vera e propria categoria estetica
non disgiunta da considerazioni di carattere
economico. La necessità di costruire in economia
portava all’immediata esclusione del ferro e del
cemento armato ed alla riduzione degli elementi
metallici; si recuperavano dunque i materiali
poveri ed i sistemi costruttivi tradizionali
pienamente rispondenti alla modesta entità degli
edifìci pubblici. I privati sarebbero stati
ancora più modesti, per dare a quelli il dovuto
risalto, e la piazza principale di dimensioni
contenute per non far apparire meschini i
fabbricati circostanti. Altro requisito della
città era quello di offrire un ambiente armonico
e gradevole al suo interno, potenziato da un
abile sfruttamento degli effetti panoramici sul
paesaggio circostante.
Gli edifici pubblici da soli dovevano già
fornire una scenografìa accettabile.
E qui l’«armonico» e il «gradevole» rimandavano
a problemi di gusto: e la carta vincente era
anche questa volta l’italianità nella sua
filiazione più modesta, il «localismo», inteso
come rivisitazione di materiali, moduli
costruttivi e decorativi dell’architettura
locale.
Confluivano in quest’orientamento le suggestioni
della rivalutazione, compiuta da Pagano,
dell’architettura rurale in Italia, vissute in
un clima di autarchica ribellione alle servitù
straniere; ma ancor più gli echi che questa
riscoperta aveva suscitato nelle teorie di
Giovannoni. Anzi, non è affatto da escludere
quest’ultimo tra i possibili estensori del bando
per Aprilia, al cui concorso partecipò in veste
di commissario. Nel testo di una sua
contemporanea conferenza sul tema della
deurbanizzazione si leggono enunciati in modo
più completo ed esplicito quegli stessi principî
che qua e là traspaiono, nel bando, tra le
istruzioni per i concorrenti.
Dopo aver
studiato bene quello che si è fatto altrove,
dobbiamo tornare a casa nostra ed operare
col nostro bravo sentimento italiano.
E le nuove borgate dovranno essere tali da
non alterare il carattere dell’ambiente, pur
rispondendo a modernità ed a utilità
pratica. Abbiano un nucleo di case compatte,
pur non troppo alte, che contengano la
piazza principale, raccolta e tranquilla
come le piazze antiche, al di fuori del
movimento di passaggio; poi la fabbricazione
venga degradando in intensità verso
l’esterno, adattandosi al terreno, creando
armoniche associazioni di masse, ma non
seguendo troppo rigidi sistemi; e se mai, le
ispirazioni ne siano tipicamente locali,
[...] ed in ogni modo la formula del buon
senso e del buon gusto dovrebbe essere
semplice semplice ma italiano italiano.
Ed era infatti
questa l’immagine più aderente al ruolo che la
città nuova doveva svolgere nell’intera bonifica
negli intenti degli organizzatori. Essi erano
profondamente convinti infatti che la
colonizzazione stabile sarebbe probabilmente
fallita se fosse mancato quel punto di
riferimento urbano. Ai coloni dispersi e
confinati nella campagna, costretti alle
durissime fatiche per la sopravvivenza, la città
nuova doveva servire proprio a ricordare che la
civiltà nelle forme in cui l’avevano lasciata
nelle vecchie terre era presente anche lì vicino
a loro, e la civiltà cui facevano riferimento
era inequivocabilmente di matrice urbana. Città
era dunque un insieme di istituzioni entro cui
s’inquadrava il rurale, ma era, anche,
un’immagine. Per ricostruirla se ne ricercavano
i simboli più efficaci estraendoli dalla più
fiorente e significativa stagione urbana, quella
della città-Stato comunale: i suoi indicatori
verticali, torri e campanili, emergevano ancora
meglio sulla piatta pianura e sulle basse case.
Ricomposti e raggruppati attorno ad uno spazio
centrale, delimitavano un vano raccolto come
quello delle piazze antiche, la cui riscoperta,
compiuta dal Sitte alla fine del secolo
precedente, era destinata ad avere larga eco
entro un clima di recupero della tradizione
italiana.
Il tecnico, assente dalla fase di formulazione
teorica e di programmazione, era chiamato a
questo punto a plasmare queste forme, e la
competenza che gli si chiedeva nell’operazione
non andava al di là di quella di un architetto
calligrafo. Questo spiega perché, secondo
l’indice di gradimento dell’Ente costruttore,
l’incarico per un piano di città nuova aveva
potuto essere affidato anche a Oriolo Frezzotti,
architetto diplomato all’Accademia di belle
arti, o a Gustavo Pulitzer, raffinato architetto
specializzato in arredamento d’interni.
Quando però i concorsi nazionali chiamavano a
confrontarsi su uno stesso progetto un discreto
numero di concorrenti, si poteva allora
verificare quanto fossero incerte e
contraddittorie nella cultura contemporanea le
tendenze sul modo d’intendere e di fare
urbanistica. Per quanto il tema fosse molto
modesto e già rigidamente delimitato, è naturale
che nell’impostarlo i tecnici vi riversassero la
loro cultura sul problema città e sul come
operare in essa.
Muzio, commentando l’esito del concorso per
Aprilia, lamentava che di fronte a tale
disparità di soluzioni i problemi sembravano
ancor più in alto mare e per compiere un esame
critico delle diverse proposte finiva per
suddividerle in gruppi, adottando ancora una
volta una chiave di lettura grafica: piani a
schema semplice geometrico, a schema complesso
lineare o radiale, mistilinei.
La distinzione tra forme aperte e chiuse d’altra
parte era qualcosa che andava al di là di un
puro gusto grafico: nel primo caso vi era
riflessa la concezione di città come corpo
accentrato, privilegiato nei confronti del
territorio da cui lo separavano non cinte di
mura, ma molto più artificiosamente viali di
circonvallazione o anelli di verde alberato; nel
secondo caso la città era concepita come un
organismo dinamico, aperto verso i futuri
ampliamenti e quasi proiettato nel territorio
circostante con un rapporto paritetico. Dalle
relazioni allegate ai progetti dei concorsi –
progetti che sono peraltro quelli ritenuti degni
di qualche premio e quindi conservati negli
archivi dell’Onc –, si apprende meglio quali
fossero i meccanismi attorno a cui veniva
incardinato il funzionamento della città. Pochi
ed elementari erano i problemi, gli stessi che
avevano impegnato gli amministratori delle città
nei secoli precedenti: viabilità ed igiene.
Risolti questi, non restava che l’approccio
puramente estetico-architettonico e 1’urbanista
poteva finalmente ritornare architetto e
cimentarsi, pur nella più stretta economia,
nella composizione armonica di spazi e volumi,
ben sapendo che in fondo sarebbero stati proprio
i requisiti estetici a determinare il giudizio
della commissione.
Valutandoli così, disegnati sulla carta nella
loro piccola dimensione, i progetti per le città
nuove sembrano quasi il frutto di
un’esercitazione condotta sulla base di nozioni
appena apprese alle lezioni della scuola
d’architettura o tolte di peso dai pochi manuali
in circolazione. La letteratura manualistica si
stava diffondendo m Italia appena allora, e
della più matura produzione tedesca ricalcava
l’impostazione di fondo essenziamente
tecnico-pratica. Gli interrogativi sugli
obiettivi della disciplina o sulle motivazioni
di certe scelte rimanevano inevasi, soffocati
dalla amplissima casistica di esempi
contemporanei ed antichi, destinati a fornire
risposte immediate ad ogni problema operativo.
I punti di contatto tra i progetti e la cultura
urbanistica dispensata dai manuali sono
evidenziati dalle sottolineature stesse apposte
dai tecnici alle relazioni e alle tavole
grafiche. Consideriamo ad esempio il libro di
Gustavo Giovannoni Vecchie città edilizia
nuova apparso nel 1931 con stralci di
scritti precedenti dell’autore. Strutturato
secondo lo schema dei manuali d’oltralpe, esso è
però inequivocabilmente destinato ad urbanisti
italiani e la materia, anche nelle sue parti più
strettamente tecniche, è svolta con un filo
conduttore, che ne costituisce anche il limite:
lo spirito di recupero ed esaltazione di tutta
la tradizione nazionale, delle sue espressioni
storico-artistiche e la volontà di polemica
contro due culture massificanti per ragioni
opposte, l’americana e la bolscevica.
Tra i molti suoi suggerimenti pratici Giovannoni
raccomandava di cercare per l’abitato una
posizione che fosse elevata altimetricamente, in
modo da sfruttare al massimo i possibili effetti
di movimento; ed i progettisti, trovandosi di
fronte una pianura, rispondevano di avere
utilizzato anche i minimi movimenti del terreno
o di aver collocato il centro nel punto più alto
in modo che la nuova città si profilasse
dominante nel paesaggio.
Un corretto orientamento era ritenuto
preliminare indispensabile al tracciato delle
strade e dei blocchi edilizi. Era questo un tipo
di problematica da tempo sollevata dagli
igienisti nordici per assicurare la massima
insolazione alle case e alle zone più interne
dell’abitato stesso. Le soluzioni ottimali, già
codificate dai manuali, venivano però ridiscusse
dal momento che la regione mediterranea era
assai più soleggiata; l’attenzione si spostava
soprattutto sui venti dominanti, a cui doveva
essere impedito di penetrare senza alcun
ostacolo, d’infilata, attraverso le strade, fin
nelle zone centrali.
Ed ecco che sulle tavole dei piani regolatori
campeggiavano bussole a volte esageratamente
grandi e dettagliate con le direzioni dei venti,
e nelle relazioni si parlava diffusamente di
quinte edilizie e di sbarramenti opposti alle
principali correnti. Petrucci nel confutare le
accuse mosse da Piacentini al suo progetto per
Aprilia gli scriveva:
V.E. ha
dimenticato istantaneamente che fino a ieri
ha predicato nelle sue lezioni alla scuola
di Architettura di evitare le strade
Nord-Sud e Est-Ovest.
Oggi la moda d’oltralpe ritorna sugli schemi
a scacchiera con quegli orientamenti. Ciò
andrà bene per le regioni settentrionali
dove cercano affannosamente il sole, nelle
case, con le ampie finestre, nelle strade
con la orientazione N.S. o quasi. Ma in
Italia, Eccellenza, non si cammina per
quelle strade senza correre il rischio di
un’insolazione ed infatti V.E. raccomandava
qualche anno fa di evitare
quell’orientamento. Non se ne ricorda più?
Ora sono cambiate le condizioni del clima o
sono cambiate le sue opinioni?
Ed è sempre a difesa
del vento che Libera, incurante del ridicolo,
giustificava la rettangolare cortina di cipressi
che chiudeva tutto intorno l’elegantissimo
geroglifico che costituiva il suo progetto per
Aprilia.
Dopo l’orientazione la viabilità. Il principio
ormai concordemente accettato era quello di una
opportuna distinzione gerarchica tra diversi
tipi di traffico esterni o interni all’abitato e
tra diversi assi viari in cui essi venivano
incanalati. Dall’esterno la città risultava
imbrigliata in larghe maglie triangolari con gli
opportuni svincoli; ed all’interno, secondo
l’ormai classica soluzione di Sabaudia, la
piazza centrale era leggermente defilata
rispetto alle vie di penetrazione in modo da
rimanere appartata e tranquilla. Ma il principio
era stato frainteso; piuttosto che creare valide
premesse per un allontanamento del traffico dal
centro, se ne ostacolava la penetrazione
torturando il tracciato stradale con incroci a
baionetta ed artificiosi percorsi.
Risolti in fretta i problemi più strettamente
tecnici, quali l’approvvigionamento idrico e la
fognatura, la più grossa fetta della relazione
era destinata a preoccupazioni estetiche.
Nessuno dei dettagli da manuale veniva
trascurato. Giovannoni sosteneva che la via
rettilinea doveva essere ravvivata con la
visuale monumentale o naturale del fondo, un
grande edificio, un obelisco ovvero un monte o
un bosco. E l’effetto panoramico era
puntualmente ricercato nei pochi punti emergenti
in quella piatta pianura. I monti sullo sfondo
erano inquadrati da terrazze o slarghi
panoramici, su cui era disegnato il cono di
prospettiva; e la ricerca dei fondali di visuale
al termine delle rettilinee vie di penetrazione
era puntualmente segnalata: ora gli alti edifici
delle chiese con i loro campanili svettanti come
obelischi, ora le moli delle torri comunali e
littorie ben riconoscibili fin da lontano come
indicatori dell’abitato.
Naturalmente, in risposta alle richieste dei
bandi, l’impegno per creare un ambiente
piacevole da viversi era concentrato nella
piazza, la cui soluzione sembrava monopolizzare
in ogni modo la fantasia dei progettisti. La
maggior varietà di disegni dei fabbricati che vi
si affacciavano e le relativamente meno forti
restrizioni in fatto di materiali invitavano a
tentare un gioco di composizione, anche se il
ventaglio di elementi utilizzabili rimaneva
sempre molto limitato: così in quell’unico
spazio quasi sempre articolato si
contrapponevano masse e volumi, si accostavano
materiali di colori diversi, si sottolineava la
plastica dell’arredo architettonico; ed il
passaggio porticato diveniva spesso l’elemento
chiave per la sua doppia valenza di elemento di
chiusura architettonica, ma di apertura spaziale
verso quadri più ampi.
Quanto alle residenze, questo non appare nelle
relazioni come un problema fondamentale o
qualificante ai fini del concorso. Ne vengono
genericamente indicati i tipi edilizi
(generalmente tre: edifici a filo stradale, case
a schiera, case isolate o binate disposte in
gerarchia secondo la loro destinazione sociale)
e si rimanda tutto direttamente alla fase
esecutiva.
Questo tipo di zonizzazione, intesa come
selezione degli spazi urbani e dei tipi edilizi,
fu invece attuato in forma molto rigida nella
città operaia di Carbonia, città dove
l’estensione della residenza superava di molto
la parte pubblica della città. Così la
coesistenza pacifica delle diverse categorie
sociali era assicurata dalla rigida separazione
di zone abitate; ma, in compenso, proprio perché
si trattava di una città dormitorio per gli
addetti al primario, il problema della residenza
era stato accuratamente studiato nelle due
soluzioni che successivamente furono adottate;
estensiva prima, intensiva poi, quando
l’immigrazione massiccia minacciava di far
dilatare troppo l’abitato.
Vale la pena di segnalare infine come la
zonizzazione, intesa come suddivisione dello
spazio urbano in aree destinate a funzioni
diverse, compaia quasi in caricatura in uno
schema riguardante Pontinia: nel quadrato della
maglia di bonifica attorno ai piatti segni degli
edifici centrali vennero segnate in punti
opposti le indicazioni di «zona dei villini» e
«zona industriale».
Mentre la maggior parte dei progetti erano stati
stesi in adesione totale alle richieste della
committenza, da parte di alcuni, fosse
disattenzione o polemica, o disprezzo per gli
orientamenti espressi nei bandi, erano state
formulate proposte ispirate a modelli di ben
diversa estrazione. I loro limiti e
l’inadeguatezza delle soluzioni prospettate di
fronte al problema reale erano forse anche più
forti: ora la funzionalità era sacrificata ad un
calligrafismo esasperato, ad un rigorismo
geometrico che rivelava come il piano prima di
tutto rimanesse un oggetto destinato alla pura
contemplazione formale; ora si trasferivano alle
borgate rurali schemi adatti piuttosto
all’ampliamento di un quartiere urbano.
Ma oltre il sospetto, molto incriminante in
quegli anni, di essere tributari a culture
straniere, era proprio l’aver eluso le regole
del gioco che escludeva immediatamente quei
progetti dalla valutazione delle commissioni.
Questa mancanza di contatto con la committenza
si verificò in modo ancora più netto
nell’episodio del progetto per Pontinia firmato
da Le Corbusier.
La vicenda si inserisce da un lato nella storia
dei rapporti spesso a senso unico, tra Le
Corbusier e committenza, dall’altro in quella
dei rapporti tra Le Corbusier e la
progettazione.
Pontinia e l’Agro come luogo di attuazione sono
due variabili del tutto marginali rispetto al
progetto stesso. L’abbozzo relativo a Pontinia
non era infatti assolutamente originale, ma
derivava da un altro precedentemente studiato
per la regione agricola della Sarthe.
Durante il suo soggiorno romano, l’architetto
aveva visitato la zona bonificata dove le prime
due città erano ormai compiute. L’operazione gli
era parsa di così vasta scala da ritenerla
adeguata ad un proprio intervento.
Era questo il terzo spazio che individuava in
Italia: dopo Marghera, città industriale, e
Roma, la capitale, Pontinia rappresentava il
modello di ricostruzione della campagna.
Da quel momento iniziava la ricerca di contatti
con l’autorità, gestita dall’amico italiano
Fiorini; e l’autorità non si identificava
solamente in Mussolini, ma m qualche influente
tramite nelle alte gerarchie individuato
dapprima nella persona di Bottai, poi con molto
maggiore scetticismo in quella di Ciano. Il
colpo d’occhio aveva suggerito le prime
impressioni negative sulla bonifica annotate sul
taccuino e ripetute in forma più organica in
“Prélude”. Di Littoria pensava tutto il male
possibile: «confusion», «laideur», «échec
urbanistique» erano le prime parole che
appuntava a proposito; quanto alla «razionale»
Sabaudia, le sue riserve sotto un certo profilo
erano ancora più forti: villaggio gradevole e in
parte riuscito, ma sogno romantico,
rivisitazione di una poeticità agreste ormai
fuori tempo. Ma soprattutto riteneva dannoso lo
sviluppo previsto dal piano, con l’invasione di
basse casette che avrebbero finito per
saccheggiare irrimediabilmente il paesaggio.
Quello che l’occhio vedeva e quello che avrebbe
voluto vedere erano due realtà urbanistiche
contrapposte quasi specularmente. Fondazioni,
tetti, strade, ingressi, abitazioni, tutto
ridotto dalla moltitudine all’unità.
Al di fuori del volume occupato dall’unità di
abitazione, il paesaggio sarebbe rimasto
intatto; e quella libertà che l’occhio aveva
nello spaziare sull’orizzonte tra montagna,
pianura e mare si sarebbe tradotta all’interno
con la centralizzazione degli impianti in
libertà dai servizi più pesanti, dal caldo e dal
freddo, dalle mosche e zanzare delle paludi.
Punto immediatamente qualificante dell’intero
progetto era proprio la soluzione del problema
residenza; e già in questo la distanza dalle
richieste della committenza era incolmabile.
Gli edifici pubblici, precisi come funzioni,
avrebbero forse potuto essere pensati per le
esigenze della burocrazia e del partito fascista
e perfino utilizzati per effetti scenografici.
Di due punti centrali all’operazione fascista
delle città di bonifica Le Corbusier dimostrava
di aver recepito pienamente l’importanza: la
rapidità e il costo.
Su questi, poteva dichiarare la sua proposta
nettamente vincente, valutando un risparmio da
tre a quattro volte, un tempo di costruzione di
50 giorni contro i 265 di Sabaudia.
Ma la condizione indispensabile era che i nuovi
centri rurali venissero inseriti
nell’ingranaggio della grande industria del
Nord: la città razionalmente smontata dal
progettista in blocchi di serie da affidare alla
produzione industriale sarebbe poi stata montata
direttamente sul luogo. Come al solito, nel
subordinare l’autorità al progetto, Le Corbusier
aveva imboccato un vicolo cieco.
La bonifica dell’Agro ed il recupero di terreni
non erano parte di un puro e semplice programma
di rinnovamento agricolo. La politica della
deurbanizzazione cui erano collegati e la scelta
della mezzadria come patto agrario bastano già a
rivelare l’ideologia che vi era sottintesa e che
stava elaborando in quegli anni la propria
immagine architettonica e urbanistica.
L’avrebbe trovata, come si è visto, nella
dimensione individuata da «Strapaese», facendo
«rivivere la grande tradizione italiana
attraverso il filtro quotidiano, ma non meschino
della propria terra».
Ogni singolo capitolo all’intemo di questa
vicenda di fondazione è creato in questa scala
ridotta, in questa misura modesta.
Ai contemporanei mancò la necessaria maturazione
culturale per aprire un vero dibattito sul tema;
ma lo stesso dibattito nel dopoguerra fu di
fatto molto ritardato dalla mancanza d’interesse
per quella modestia, apparentemente così poco
qualificante, e dal fatto che non vi si poteva
riconoscere né razionalismo né monumentalismo;
poli antitetici in cui era d’obbligo inquadrare
l’espressione urbanistico-architettonica del
regime.
La ricerca di radici all’interno del regime da
parte di una cultura che ostentava un retorico
antifascismo portava ad un’operazione molto
miope, al recupero delle minoranze emarginate e
sconfitte e ad una loro rilettura in chiave
antifascista.
Questo contribuì a prolungare per molto
l’equivoco in cui quelle si erano mosse.
Razionalismo e monumentalismo diventarono due
ideologie di opposto segno politico; del primo
si accettavano le opere, la letteratura,
l’informazione.
Secondo i razionalisti la vicenda delle città
nuove si ferma con Sabaudia, al momento della
loro maggior fortuna che proprio allora, dopo
aver toccato l’apice, inizierà la sua parabola
discendente. Sabaudia rimase un nome, un simbolo
di una battaglia che poi fu persa.
Eppure, a ben vedere, a parte l’organicità con
cui il piano era stato steso, il progetto stesso
non era esente da quei vizi di retorica ed in
parte di monumentalismo che sulla piatta
bidimensionalità della carta quasi scompaiono.
L’enfasi del complesso religioso, la dilatazione
della piazza delle adunate, l’elevazione della
torre: sono tutti elementi che denotano, in
piena adesione alle richieste della committenza,
un gigantismo della parte pubblica della città
rispetto a quella privata.
Ma, filtrata dalla valutazione dei razionalisti,
la vicenda rimase ancorata entro quei confini; e
questo spiega come sia possibile che ancora nel
1964 il manuale del Benevolo fornisse
sull’argomento questo giudizio critico: «I
razionalisti tracciarono il piano di Sabaudia
interrompendo la serie delle monumentali città
di bonifica».
Non poteva trattarsi di serie perché Sabaudia
era la seconda città, se si esclude il piccolo
nucleo, ancora in gestazione, di Mussolinia.
Littoria era dunque l’unico precedente ed il suo
monumentalismo poteva essere giudicato tale
soltanto quando la piatta frontalità degli
edifici pubblici venne a delimitare la piazza
disegnata nel deserto senza alcun coordinamento
di piano. Dato lo sviluppo della città, essi
risultarono poi pienamente dimensionati alle
funzioni che dovevano svolgere.
Tra quei due poli opposti, razionalismo e
monumentalismo, esiste anche questa componente
strapaesana che non può essere ignorata né
sottovalutata. E se le città nuove ne
rappresentarono il campo di piena e completa
affermazione, la sua presenza è evidentissima in
tutti i centri urbani, nei medio-piccoli più che
nei grandi, in quella serie di interventi
condotti in sordina, m tono minore, che con la
costanza e la facilità di diffusione dei loro
moduli espressivi formano, prima di ogni grande
opera monumentale o d’avanguardia, i caratteri
distintivi dell’immagine urbana del fascismo.
Da: “Bollettino
del Dipartimento di urbanistica”, Iuav,
1986, n. 4, pp.147-165.
(le foto sono
dell’Autrice, Dipartimento di Storia delle
Arti-Università degli Studi di Pisa).

1.
Edifici pubblici.
Costruzioni in massima a filo stradale con
esclusione di spazi liberi chiusi. Ammessi
negozi e portici. (Per edifici di particolare
importanza architettonica saranno emanate norme
caso per caso)
2. Zona
intensiva. Come edifici pubblici
3. Zona
semintensiva. Costruzioni isolate, anche a
filo stradale (se in ritiro, allineate).
Distacchi minimi dai confini: m. 8,00.
4. Zona
estensiva. Costruzioni allineate in ritiro
dal filo stradale del minimo di m. 3,00.
Distacchi minimi dai confini di m. 8,00
5. Zona
case a schiera. Costruzioni in ritiro dal
filo stradale del minimo di m. 3,00.
Raggruppamento minimo di n. 8 unità; massimo di
n. 12 unità. (Ogni alloggio avrà un orto non
inferiore a mq. 300)
6. Zona
case minatori. Costruzioni allineate, in
ritiro dal filo stradale del minimo di mq. 300.
(Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq.
300)
7. Zona
verde. (Divieto assoluto di costruzione)
8. Zona
ortofrutticola. Costruzioni di carattere
accessorio, inerenti all'uso
9. Zona
mineraria. Costruzioni inerenti all’uso.
(Per questi edifici saranno emanate norme caso
per caso) |
La
Nuova Sardegna - 10.04.2002
Quando il fascismo disseminava l'Italia di
città metafisiche
Si apre a
Roma una mostra dedicata ai nuovi centri
urbani che vennero costruiti in quegli anni.
Prima c'erano
paludi e deserto. Poi sorsero le "città di
fondazione", patrimonio dell'Italia fascista
e per questo rimosse e dimenticate
nonostante il loro valore urbanistico e
architettonico. A questi centri (ne sono
stati contati 74) è dedicata la mostra
"Metafisica costruita", fino al 30 Maggio
all'ex carcere minorile di Roma.
Realizzata
dall'assessorato alla Cultura della Regione
Lazio in collaborazione con il Touring Club
e presentata ieri in una conferenza stampa,
la rassegna ha lo scopo di riportare in luce
la straordinaria valenza culturale di città
che ancora costituiscono un modello sia per
le loro modalità di costruzione, sia per le
soluzioni architettoniche tra le più
suggestive del secolo scorso, evocative di
atmosfere stranianti e irreali, che sembrano
la materializzazione delle metafisiche
piazze d'Italia di De Chirico (da qui il
titolo della mostra).
Nel Lazio, ha
ricordato l'assessore Luigi Ciaramelletti,
c'è forse la concentrazione più
significativa delle città di fondazione.
Sabaudia, Aprilia, Pontinia e Littoria (ora
Latina), costruite nel giro di dieci anni
nell'Agro Pontino appena bonificato. Mentre
più vicino a Roma sorsero Pomezia e
Guidonia. Per la valorizzazione di questo
importante patrimonio culturale, ha detto
Ciaramelletti, nel 2001 è stata varata una
legge che permetterà di realizzare un Centro
di documentazione modulare e un Museo, che
saranno avviati questa estate.
Le città di
fondazione non furono costruite solo nel
Lazio. In Sardegna sorse Arborea (già
Mussolinia), Carbonia, Fertilia. Segezia nel
Foggiano, Torviscosa in Friuli, Arsia e
Pozzo Littorio nell'Istria, al tempo
territorio italiano. Le tipologie edilizie e
le rigorose architetture
novecentiste-razionaliste furono esportate,
sempre negli anni Trenta, nei territori
dell'Africa italiana (Libia, Eritrea,
Somalia, Etiopia) e in quelli dell'Egeo.
La mostra
documenta questo fermento costruttivo
(Sabaudia fu edificata in 253 giorni) che
interessò per intero il territorio nazionale
(coinvolse ben 27 province), grazie al
vastissimo archivio storico-fotografico del
Touring Club e ai curatori Renato Besana,
Carlo Fabrizio Carli, Leonardo Devot, Luigi
Prisco, che hanno messo a punto una prima
schedatura dei centri.
Nell'allestimento, realizzato negli ambienti
dell'ex carcere minorile (ubicato nel
complesso di San Michele, che per la prima
volta, dopo il lungo ed efficace restauro
ospita una mostra) sono ricostruite non solo
le città più significative, ma anche le
espressioni di quella cultura italiana dei
primi decenni del '900, spesso accusata di
provincialismo e invece aperta alle
molteplici influenze europee. Città
metafisiche perchè sorgono all'improvviso in
mezzo alla natura (campagna o deserto), ha
detto Renato Besana (autore
dell'allestimento e del video che conclude
il percorso espositivo), integrandosi
perfettamente con essa, ma permeate
dall'energia, dal movimento, del Futurismo
in quegli anni provvidenzialmente dilagante.
Molti architetti futuristi parteciparono
alla realizzazione delle città di fondazione
e la mostra espone bozzetti, disegni, nonché
dipinti e sculture che testimoniano il peso
culturale di un'epoca. |
|
L'Unione Sarda 10-11-12 aprile 2002
Le tappe urbanistiche nell’Isola
Quali
sono state le grandi tappe della
ricostruzione urbanistica in
Sardegna dal dopoguerra ad oggi?
L’argomento si va riscoprendo non
foss’altro perché in molti casi
l’isola appare popolata da paesi e
città senza qualità. Alcuni progetti
interessanti ma per il resto blocchi
di cemento quasi grezzo, case fatte
e sfatte senza che le
amministrazioni comunali e la
Regione, che pur diedero
fondamentale impulso alla
ricostruzione edilizia anche sulla
base delle leggi Fanfani,
esercitassero (ed esercitino) un
controllo sulla qualità delle opere
che venivano realizzate.
La
Sardegna è un puzzle che va
indagato, spiegato, capito. Lo ha
fatto recentemente Franco Masala in
un volume per la Ilisso
sull’architettura del Novecento in
Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino,
Alessandra Casu e Antonello Sanna in
La città
ricostruita. Un volume edito
dalla Cuec di cui l’architetto Aldo
Lino propone una sintesi per l’Unione
Sarda in tre tappe (oggi, domani
e venerdì). Tre articoli in cui
cerca di spiegare perché il lavoro
di pur rinomati progettisti (da
Muratori a Libera, a Badas) restò un
fatto isolato e non costituì il
canovaccio principale per la
ricostruzione e lo sviluppo
dell’urbanistica in Sardegna.
Mc.M.
L’utopia
delle città giardino
"Dopo
l’ultima guerra pochissime opere
realmente moderne hanno
caratterizzato la produzione
architettonica. Come quasi dovunque
sul continente non si è più avuta
una architettura ma una edilizia a
carattere speculativo e una marea di
cemento ha incominciato a invadere
il verde agricolo rimasto libero
alla periferia delle principali
città".
Così
Corrado Maltese e Renata Serra in un
saggio del 1969, fondamentale per
l’introduzione allo studio della
storia dell’arte in Sardegna (Episodi
di una civiltà anticlassica, in
AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p.
403).
Il
giudizio riportato sembra avere il
sapore di un commento su un passato
ancora troppo recente per muovere
migliori sentimenti. A maggiore
distanza di tempo quel giudizio ci
pare troppo severo per i singoli
manufatti, ma certamente molto
lucido nella descrizione dei
fenomeni urbani di quegli anni.
Abbandonate le velleità di costruire
la nuova città in forma compiuta,
come ideale concretizzazione di
un’organizzazione sociale progettata
nel sogno della qualità e della
perfezione formale, quasi senza
soluzione di continuità rispetto
alla città dell’Ottocento, ci si
lascia trasportare dalle mutevoli
condizioni della natura e della
socialità umana.
Liberando le spinte insediative dai
vincoli del progetto. La città
smette di avere come obiettivo la
qualità. Vi rinuncia di proposito,
lasciando quest’ultima ai singoli
manufatti. L’organismo urbano, o
comunque qualsiasi insediamento
umano, smette di essere un episodio
circoscritto e figurativamente
individuabile, e diventa un’ameba
che si espande e si restringe in
obbedienza a regole diverse da
quelle che hanno governato il
tradizionale popolamento del
territorio.
Il
progetto dell’organizzazione urbana
interviene in seconda battuta
rispetto al fenomeno dell’espansione
delle città: da disciplina di
invenzione, programmazione e
progetto del nuovo, l’urbanistica
diventa disciplina curativa e
correttiva di un fenomeno già
avvenuto.
Scavando
nel mucchio, in questa invasione
del verde agricolo rimasto libero
alla periferia delle grandi città,
che, occorre dire, è stata anche la
risposta, forse non perfetta, al
bisogno originato dalle devastazioni
della guerra, alcuni episodi
cominciano oggi a muovere la nostra
sensibilità, riescono pian piano a
farci capire le loro ragioni e a
farci apprezzare le loro qualità.
Sarebbe
difficile peraltro pensare che un
decennio così coinvolgente su altri
fronti culturali (filosofia, cinema,
letteratura; esistenzialismo,
neorealismo, ermetismo) non abbia
prodotto niente sul terreno di
quella che è la più materiale di
tutte le arti, la più importante
perché costruisce l’abitazione e le
strutture fisiche della vita
dell’uomo stesso. Situazioni tutte
che hanno determinato una condizione
di necessità, cui è stata data una
risposta con la cultura e la
sensibilità dell’uomo che viveva
quegli anni: gli anni della
ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la
città fu reinventata: estese
porzioni di territorio sono state
ripopolate con la fondazione di
nuove città. Dopo la guerra, (negli
anni cinquanta), erano le città
sopravvissute (e il territorio con
loro) a ritrovarsi a confermare la
necessità della loro esistenza come
luogo di costruzione della vita
futura
L’entrata in guerra dell’Italia
interrompe e modifica le strategie
degli insediamenti nelle nuove città
fondate durante gli anni del regime
fascista. Se si fa un’eccezione per
Arborea (che a case fatte
aveva da fare la terra, e
soprattutto il mercato dei suoi
prodotti), Carbonia
continuava ad assorbire spinte
insediative consistenti, Fertilia
vedeva completato il suo centro
urbano proprio negli anni a ridosso
del 1950.
Alcune
esperienze si possono leggere in
continuità con le ipotesi di piano
precedenti il conflitto mondiale,
altre sono in chiara
contrapposizione (anche formale) con
quelle esperienze, a testimoniare un
rifiuto da parte di tutte le forze
culturali, sociali, economiche e
politiche, dell’ideologia al potere
prima della guerra.
Significative le ultime esperienze
di Eugenio Montuori nella
realizzazione delle case operaie di
via Manzoni a Carbonia
(1950-1954). Resistono tenaci alcune
regole dell’architettura funzionale,
dettate soprattutto dagli elementari
principi di igiene: orientamento
degli edifici, riscontro d’aria in
tutti gli alloggi (non ostante i
quattro appartamenti per piano).
L’invenzione della scala esterna, a
rampa unica disimpegnata da una
sorta di ballatoio, è proprio lo
stratagemma utilizzato per questi
condomini "intensivi" senza
compromettere la loro vivibilità.
Questo artifizio funzionale è
sottolineato anche formalmente:
tutto il sistema distributivo
descritto viene enfatizzato con
l’impiego di setti portanti
realizzati con blocchi di trachite a
vista, similmente a come fece
Muratori negli attraversamenti dei
corpi di fabbrica a Cortoghiana,
composti nella facciata sulla scala
gigante di tutti i quattro piani,
come segni della materia nella parte
vuota del volume geometrico degli
edifici, rigorosamente paralleli tra
di loro e tutti affacciati nella
medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana
Francesco Saverio Muratori ha
l’occasione di completare, con il
fabbricato della chiesa, l’impianto
urbano della cittadina con la
definizione della grande piazza sul
lato est. Intervento realizzato nel
rispetto delle ipotesi di piano
iniziali, ma con l’impiego di quel
linguaggio nuovo, fatto di forme
leggiadre, tese ad alleggerire e
a smaterializzare gli elementi
strutturali della fabbrica, forme e
linguaggi che caratterizzarono
questo periodo della produzione
architettonica.
Nel caso
della lunga e notevole attività di
Muratori nella pratica
professionale, la chiesa di
Cortoghiana si può considerare
l’esperienza che ha fatto da
spartiacque fra il periodo
razionalista e il periodo
storicista, culminato quest’ultimo
con la realizzazione della sede
della Democrazia Cristiana all’Eur
di Roma ("tavola sinottica di alcuni
elementi rigenerati della tradizione
manualistica" come ce la descrive
Guido Canella nel numero 13/14 anno
1980 della rivista Hinterland).
Anche a
Fertilia la chiesa completa
l’impianto urbano, e l’edificio
viene realizzato ricalcando
abbastanza fedelmente le linee di
progetto del 1933 di Petrucci,
Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la
torre campanaria, costruita sul
fianco destro della chiesa, si pone
con evidenza nella linea delle
coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è
interessante l’esperienza dei
Sottsass a Iglesias che con il loro
Villaggio operaio del 1949,
inaugurano una felice stagione di
presenza in Sardegna, che li vedrà
attivi anche a Quartu Sant’Elena, ad
Arborea e nella stessa Cagliari.
L’intervento progettato e realizzato
ad Iglesias è un nucleo
autosufficiente, proprio secondo la
tradizione delle fondazioni,
comprendendo, oltre agli alloggi, le
scuole, le strutture per lo svago e
il tempo libero, negozi, bar e
ristoranti, la chiesa e tanto verde
che permette un ombreggio diffuso,
visto che "le famiglie operaie non
possono evacuare nei mesi estivi ".
Si
ritorna quindi a indagare sulle
possibilità che offre l’idea di
"città giardino", che sarà ripresa a
Cagliari anche da Adalberto Libera,
in contrapposizione anche figurativa
con le esperienze precedenti, ma
nondimeno memore della grande
lezione di Eugenio Montuori e del
suo piano di ampliamento di
Carbonia.
(1 -
continua)
Quando
Cagliari ricostruì la via del
commercio
A
Cagliari il problema primario fu
quello della ricostruzione.
L’esperienza di Raffaello Fagnoni
per la chiesa di San Domenico
(1949-53), oltre ad essere la più
conosciuta, è senz’altro anche la
più matura e la più ricca di
complessità. Il difficile tema della
costruzione sulla costruzione, della
edificazione di un nuovo organismo
sulle macerie dell’antica fabbrica,
sembra avere esaltato la capacità di
reinventare lo spazio sacro da parte
del progettista.
Questa costruzione offre in realtà
gli spunti più convincenti nelle
soluzioni adottate per lo spazio
interno, segnato dal generoso
intreccio delle nervature in
calcestruzzo dell’aula, dalla
rarefazione del segno nello spazio
presbiterale cupolato, dal profilo
articolato del piano del pavimento:
una bella virtù dettata dalla
necessità di accompagnare col nuovo
gli spazi sottostanti del complesso
medioevale. Meno efficace sembra
essere invece il suo inserimento
urbano, dove i diversi elementi con
i loro affacci esterni (scalinata,
torre campanaria, facciata, cupola e
corpo della biblioteca del
convento), dialogano con difficoltà
tra di loro e con il contesto, pur
essendo comunque pregevoli per il
raffinato trattamento materico delle
superfici, in continuità e in
contrapposizione con le superfici
delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di
ragionamento fuori dalla mischia dei
temi consueti, favorevole a quel
"disgelo" rispetto ai rigori
disciplinari e ideologici del
ventennio che gli anni Cinquanta
sembrano auspicare. La bella
immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo
della Chiesa Cattolica, Milano
1958) restituisce efficacemente il
ruolo ricoperto da queste esperienze
sul terreno delle forme costruite,
oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività
edificatoria nel largo Carlo Felice,
centralissima strada di Cagliari.
Questa grossa arteria continua a
costruire la sua immagine di centro
amministrativo e direzionale, sulla
linea della trasformazione della
città da piazzaforte a città
mercantile e di commercio, avendo
all’orizzonte il mare e la libertà
di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo
la costruzione della Banca
Commerciale, della Camera di
Commercio (su progetto di quel Luca
Beltrami che ideo tra le altre cose
anche la sede del Corriere della
Sera a Milano), e l’insediamento
del Banco di Napoli nel Palazzo
Devoto, di fatto esaltavano il nuovo
ruolo di questo spazio urbano di
fronte al porto. La coppia di
edifici della Banca d’Italia e della
Banca Nazionale del Lavoro, su
progetto dei romani Foschini e Del
Debbio, edificati al posto del
vecchio mercato, emulano con la loro
presenza gli altri due edifici
ottocenteschi di Luca Beltrami.
Allora
fu il miglior professionismo
milanese a dare la nuova cifra
stilistica e di rappresentanza alla
città, adesso è il turno del
professionismo romano. Simili come
ingombro, questi due edifici
differiscono però profondamente nei
particolari architettonici. Tanto è
monumentale e aulica la fabbrica
della Banca d’Italia, quasi a
significare e simboleggiare
visivamente la necessaria gerarchia,
quanto è leggera e variamente
articolata la facciata della Banca
Nazionale del Lavoro.
L’edificio della Banca d’Italia è
ancora memore dell’importanza data
all’architettura, durante il
ventennio, nel rappresentare
l’istituzione, per parlare con la
voce del potere dello Stato.
L’ingresso centrale sottolineato da
poderosi stipiti, il grande
basamento in cantoni di granito a
bugnatura accentuata, la verticalità
sottolineata dal taglio delle
finestrature, la fitta serie delle
stesse al piano alto come
coronamento, danno la misura
dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del
Lavoro, che con sottili lesene
continua a dare la trama verticale
dei partiti di facciata, privilegia
la presenza dei vuoti sulla linea
orizzontale, sottolineata anche dal
brise-soleil che sembra proiettare
il piano di facciata in avanti sulla
terza dimensione.
Questo
serrato dialogo fra classicismo e
modernismo veniva intanto risolto in
modo brillante da Ubaldo Badas che,
già grande protagonista della
costruzione di Cagliari fra le due
guerre, con il suo Banco di Roma
sullo stesso largo Carlo Felice
(1955) dà una prova mirabile della
sua capacità progettuale.
Costruito su un isolato bombardato,
questo edificio contiene in uno la
capacità di interpretare il luogo
urbano (una grande colonna in
fondale alla salita del Largo, con
una certa voglia forse di esserci in
quelle forme anche sull’altro lato
della piazza, a costruire così una
imponente scena urbana), la lezione
del "moderno" e la sua messa
in discussione con il ritorno alla
riflessione sull’eredità della
storia.
Non si
può negare che l’edificio di Badas,
fatta salva la prevalenza dello
sviluppo verticale, soprattutto
nell’attacco a terra e nel
basamento, sia memore della lezione
data dalla Casa sulla Michaelerplatz
di Adolf Loos).
Poco distante lo stesso Badas si
comporta in modo più prudente e,
forse costretto dalle particolari
dimensioni del lotto a disposizione,
affaccia l’edificio del negozio
Costa Marras (fine anni Cinquanta)
su una traversa del Largo, offrendo
a quest’ultimo il fianco. Questa è
comunque un’occasione che Badas
sfrutta magistralmente per mettere
in evidenza il suo amore per
l’artigianato, non secondo certo a
quello per l’architettura. Lo
stretto affaccio sul Largo ospita
infatti delle decorazioni ceramiche
di Giuseppe Silecchia:
l’architettura si afferma nel dubbio
e lascia il campo all’ornamento (che
non è più delitto).
Non
altrettanto discreto sembra invece
l’edificio di Guido Vascellari in
via G.M. Angioy (palazzo Alziator).
Contemporaneamente imponente (per le
dimensioni rispetto all’intorno) e
garrulo (per la prevalenza data alle
cromie dei materiali che lo
caratterizzano più degli altri
elementi architettonici),
quest’edificio, situato in una
strada parallela al largo, vorrebbe
chiaramente trovarsi allineato a
quelli già citati, e fa capolino
sulla piazza dal cannocchiale ottico
della traversa.
Vascellari ebbe un’altra ghiotta
occasione: in cima alla leggera erta
della Strada nuova, denominata via
Sonnino, progetta e realizza tra il
’53 e il ’59 un edificio per
residenza e uffici (il Banco di
Sassari), proprio in quella piazza
Garibaldi che già ospita il rinomato
palazzo Zedda di Salvatore Rattu. La
posizione scelta, il taglio
volumetrico, la costruzione della
quinta urbana sono i fatti positivi
di questo intervento, che sul piano
del singolo manufatto e dei dettagli
scivola però in qualche formalismo.
Poco
distante, sulla via Bacaredda, il
palazzo dell’Intendenza di Finanza
(1953-55) di Oddone Devoto, in
continuità alla cortina edilizia
delle case popolari dei primi anni
del secolo, è notevole come esempio
dei linguaggi e dello "stile"
architettonico di quegli anni
(purtroppo un recente intervento di
ristrutturazione ha alterato
completamente i tratti
caratteristici della facciata, dove
i vetri in verde acido degli infissi
restituivano un gradevole contrasto
cromatico con il rosa delle trachiti
della muratura).
Meno
appariscenti ma, ciò non di meno,
raffinate le presenze di Luigi
Valentino, autore fra l’altro di un
palazzo un via Eleonora d’Arborea e
di quello che sarebbe dovuto essere,
nel piano di ricostruzione, la
testata del tunnel passante il colle
di Castello (1949-1950).
Anche
sul fronte dell’edilizia abitativa
Cagliari recita un ruolo importante,
e importanti sono i nomi dei
protagonisti, da Sacripanti a
Libera, da Natoli ai Sottsass, da
Mandolesi allo studio Valle di Roma.
Particolarmente significativa la
presenza di Adalberto Libera, che
nel quartiere di via Pessina,
aderendo alle tendenze della nuova
architettura, disegna un intervento
che rompe con la tradizione
dell’allineamento sul fronte strada,
dell’isolato a blocco, del primato
dell’impianto urbano che a Cagliari,
nelle zone di espansione, ricalca
ancora gli schemi della città
ottocentesca.
La sua città giardino, nelle
maglie più larghe di uno standard
più generoso, si pone come momento
innovativo rispetto alla coeva
edilizia economica e popolare,
potendo interpretare la città in
maniera meno intensiva. La felice
disposizione urbanistica, l’aspetto
esteriore sobrio, la curata
distribuzione interna, sono i pregi
principali di una prassi
progettuale, che fa proprie le
ragioni del funzionalismo." (F.
Masala, in "Arte, architettura,
ambiente", n. 1, anno 2000).
Libera è
noto a Cagliari anche per il suo
pregevole Padiglione della Cassa per
il Mezzogiorno (oggi conosciuto come
sala Figari) alla Fiera
Campionaria. Una trave a profilo
alare rovesciato, con un solo
appoggio a terra, ripetuta in serie
con raddoppio speculare, a
racchiudere uno spazio interno che
si smaterializza e si annulla con la
grande asola zenitale a cielo
aperto. Tanto sono "domestiche" le
case di via Pessina, quanto è
aristocratico e solitario questo
oggetto: gesto evocativo e
monumentale dove l’architettura è
chiamata nuovamente a coprire un
importante ruolo di rappresentanza.
Oggi purtroppo, avendo subito
notevoli rimaneggiamenti dettati da
necessità funzionali e statiche (e
in questa vicenda vediamo
curiosamente all’opera Ubaldo
Badas), il Padiglione non è più
visibile nelle sue linee essenziali.
(2 -
continua)
Idee
nuove in periferia
Ultima
parte del viaggio di Aldo Lino
sull’architettura in Sardegna nel
secondo dopoguerra. Gli articoli
fanno parte del volume "La città
ricostruita", pubblicato dalla Cuec
su iniziativa della sezione sarda
dell’Istituto nazionale di
urbanistica, e curato oltre che da
Lino, da Alessandra Casu e Antonello
Sanna.
Ad Oristano ha occasione di
affrontare un tema importante
l’architetto Vico Mossa, studioso
riconosciuto dell’architettura
domestica tradizionale, con un
edificio che gli consente di
cimentarsi con un’altra delle
ambizioni di quegli anni, lo
sviluppo in altezza. Su una
pertinenza della vecchia cinta
muraria, a fianco della torre
giudicale di Mariano, dirimpetto
alla grande Piazza Roma, sorge il
palazzo Sotico, testimonianza
notevole di quella ansia di crescita
e di ricerca di un nuovo centro che,
nel dopoguerra coinvolge anche
Oristano.
Il
palazzo è la nuova muraglia urbana,
con i "cariaggi" che non accolgono
più i carri della campagna carichi
dei suoi prodotti, ma diventano i
portici del nuovo centro urbano
pronti ad ospitare nuovi commerci e
nuovi scambi. Pur essendo frutto del
clima liberistico dei regolamenti
edilizi di quegli anni, il palazzo
So.Ti.Co rappresenta bene per
Oristano le istanze, le aspirazioni
e le speranze per il futuro che la
comunità urbana restituiva nelle
forme disegnate secondo la maniera
dei tempi.
A Bosa
invece, nella zona di ampliamento
dei viali, lungo il Temo verso il
borgo a mare di Bosa Marina,
ritroviamo Ubaldo Badas, con un
edificio che si differenzia
abbastanza rispetto alla sua pur
eclettica produzione: il nuovo
Seminario diocesano (1954).
Occupando quasi l’intero isolato
insieme alle strutture sportive
all’aperto, è costruito per
addizione di singole parti e diverse
funzioni (gli ambienti di
rappresentanza e di servizio, le
camere, le sale di studio e la
biblioteca, il refettorio e le
cucine, la cappella interna), con
affacci variamente articolati, che
denunciano chiaramente all’esterno
la differenziazione e la
destinazione degli spazi interni.
Quasi un
abaco di elementi costruttivi, cui
ad ognuno, singolarmente, viene data
una forma obbediente al gusto
leggiadro, forme ottenute
ripensando quelle della tradizione
locale (le mensole in ferro dei
balconi, le grate realizzate con
strisce di ferro piatto intrecciate
a losanga, le finestre binate
aggraziate da un leggero arco in
sommità, l’impiego di doghe in legno
per ombreggiare).
Una
sorta di regional style si
potrebbe considerare la risposta di
Badas a quanto andava realizzando,
nella vicina Alghero, Antonio Simon
Mossa, che cercava un’identità
regionale dell’architettura in
canoni estetici spagnoli e catalani.
Uomo politico di frontiera e
poliedrico intellettuale, Simon
Mossa ebbe numerose occasioni di
praticare il mestiere di architetto
(suoi sono l’albergo Lepanto, il
complesso residenziale Palau de
Valencia, l’albergo El Faro, il
complesso di Porto Conte progettato
insieme a Marco Zanuso,.
E’
doveroso ricordare anche l’opera
dell’ingegner Marcellino,
progettista e costruttore di un
edificio molto significativo:
l’albergo Esit. Realizzato negli
stessi anni del Seminario di Badas,
questo edificio è il suo esatto
contrario. Incurante della presenza
della città, l’albergo le volta le
spalle e guarda solo il mare, che ha
all’orizzonte Capo Caccia a chiudere
con suggestiva scenografia il golfo.
Alghero, prima fra le città in
Sardegna a intravedere nelle sue
valenze paesistiche e ambientali
opportunità di progresso economico,
comincia a realizzare strutture a
destinazione turistica.
Numerosi
alberghi Esit sono stati realizzati
in questo periodo dall’ente
regionale omonimo in diverse
località dell’interno e della costa.
Per Alghero fu l’inizio di un
processo di sviluppo più consistente
che altrove, quasi la scoperta di
una vocazione della città e del suo
territorio: quest’albergo
rappresenta bene il fenomeno anche
sul piano formale, obbedendo nel suo
disegno a quell’international
style di cui gli alberghi
americani della catena Hilton
divengono i veicoli nel mondo.
Dice
Richard Price nel suo pregevole
Una geografia del turismo: paesaggio
e insediamenti umani sulle coste
della Sardegna che il turista
doveva ritrovare nel posto della sua
villeggiatura uno spazio familiare,
formato secondo canoni estetici
propri della sua cultura, della sua
sensibilità e della patria di
origine.
A Sassari troviamo all’opera
Fernando Clemente che sembra
seguire, in Sardegna, le orme di
quel Piero Bottoni che tanta parte
ha avuto per lo sviluppo
dell’architettura a Milano. Oltre i
suoi grattacieli, oltre le
sue università e ospedali, ci porta
a questa convinzione la sua attività
nelle campagne e nelle periferie,
che sono i veri teatri del sociale
in questi anni ricchi di speranze.
Il quartiere di Latte Dolce,
progettato da Fernando Clemente,
Enrico Mandolesi, Mario Fiorentino e
altri, è una palestra di formazione
di questo gruppo di giovani
architetti e di sperimentazione dei
nuovi linguaggi.
Linguaggi che opere come le case in
viale Etiopia a Roma di Mario
Ridolfi avevano prepotentemente
imposto come argomento primo del
dibattito disciplinare. I reticoli
strutturali in calcestruzzo a vista
in accoppiata con i tamponamenti in
mattoni rossi, fanno della
componente cromatica uno dei tratti
distintivi di queste architetture.
Il segno non è ancora deciso e
certo, le campiture non hanno
trovato ancora un giusto ritmo,
siamo però nella direzione della
ricerca di una nuova regola.
Sempre a
Sassari è ancora Ubaldo Badas a
salire in cattedra con il suo
Padiglione per l’Artigianato. Nel
grande spazio dei Giardini, dove
sarebbe dovuta sorgere una grande
piazza a fianco del centro storico
(emiciclo Garibaldi) a similitudine
di episodi analoghi in altre grandi
città (vedi il caso di Napoli con la
sua piazza Plebiscito), Badas, con
una certa preveggenza sulla
difficile realizzabilità di
quell’idea, attua quel programma su
una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una
piazza, una piazza coperta, come
denunciano chiaramente gli elementi
architettonici più importanti: le
nobili pilastrate interne rivestite
di marmo bianco venato e divisi in
due da un "bassofondo", che li
percorre per tutta l’altezza
rendendoli immateriali, pilastri che
inclinano la loro linea verticale a
una certa quota e sembrano non
sostenere la copertura in liste di
legno accostate, che quasi galleggia
nello spazio come elemento sospeso e
con una morbida linea.
L’esperienza maturata a Sassari con
la realizzazione del quartiere di
Latte Dolce sarà molto utile a
Enrico Mandolesi per il progetto
dell’intervento Incis nel quartiere
La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui
il disegno si raffina, il ritmo
diventa più sicuro, i materiali
vengono impiegati con maggiore
padronanza e si introducono artifici
meccanici che rendono questo
progetto estremamente interessante.
Il corpo scale è impostato su un
quadrato ruotato di quarantacinque
gradi rispetto al filo dei
fabbricati, riuscendo così da
consentire una distribuzione di un
alloggio per piano, con lo
sfalsamento in altezza dei corpi di
fabbrica.
I corpi
scala sono vere e proprie cerniere
della composizione dell’impianto, la
loro rotazione consente di
organizzare gli edifici in linea e
le corti interne senza soluzione di
continuità. Il ritmo dei
tamponamenti in mattoni rossi sulla
griglia strutturale, interrotto
dalle finestrature strette e
sviluppate per tutta l’altezza del
piano, è arricchito dai vuoti delle
logge, che scavano con molta misura
i volumi consentendo una gradevole
compenetrazione di interno ed
esterno.
Il taglio degli alloggi è
medio-piccolo, tanto che oggi i
residenti stanno via via recuperando
superfici utili proprio da queste
logge. Questo fatto dimostra come
gli standard che erano ottimali
cinquanta anni fa si rivelano
purtroppo insufficienti rispetto
agli attuali bisogni.
Alla
fine di questa ricognizione
attraverso le esperienze del
dopoguerra in Sardegna, bisogna
ricordare la vicenda, in qualche
modo ancora oggi controversa, della
realizzazione del complesso della
Società Elettrica Sarda nella
centralissima via Roma, su progetto
dell’architetto Gigi Ghò.
Sul
numero 74 della rivista Edilizia
Moderna, dicembre 1961, leggiamo
"A Cagliari, nel cuore della città,
sorge la nuova sede della Società
Elettrica Sarda. Progettato nel
1947, l’edificio è stato ultimato ed
inaugurato nel ’61 per celebrare il
cinquantenario della fondazione
della Società, e lo si può
aggiungere alle più grandi
realizzazioni della Ses. in Sardegna
ed in Italia: la diga del Tirso, la
più grande in Europa del suo tempo,
è sempre il valido simbolo della
società nel mondo.
L’edificio sorge su un’area situata
in uno dei punti più interessanti
della città, nella zona del porto, a
livello del mare. Di fronte ha la
via Roma, la più nota ed animata di
Cagliari; alle spalle il futuro
centro direzionale, il capo
Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati
di Bonaria. A fianco il porto, le
darsene, il mare Tirreno, le navi in
arrivo; sopra le logge, i terrazzi,
i bastioni e le zone panoramiche di
Cagliari alta".
Efficace
la descrizione per un edificio che
doveva continuare la linea di
rinnovamento del centro urbano
cominciata un secolo prima nel Largo
Carlo Felice, con il palazzo della
Banca Commerciale Italiana di Luca
Beltrami, chiudendo a est la grande
piazza che comincia con la testata
della stazione delle ferrovie.
Chiudere lo spazio per definirlo con
forza, come ormai non poteva più
fare il demolito palazzo della
dogana, a riaffermare comunque
un’idea di città propria
dell’Ottocento.
In forme
però completamente nuove e inusuali
per la Cagliari di quegli anni, con
la maglia strutturale in vista e
appoggiata a terra con semplici
cerniere, quasi un ideale traliccio
delle linee elettriche realizzato in
calcestruzzo. Ritorna l’architettura
fatta di linee e di nervature in
vista, come già negli spazi interni
del San Domenico, e come Figini e
Pollini avevano magistralmente
sperimentato nelle case in via
Broletto a Milano.
Il palazzo della Società Elettrica
Sarda idealmente conclude con
positiva ambizione il percorso
faticosamente iniziato
dall’architettura in Sardegna con la
ricostruzione. Percorso che,
comunemente e correntemente, viene
ancora oggi giudicato in maniera
negativa. Ma come abbiamo visto, fra
le campagne aggredite dalla città
che cresce con assordante gracidar
di rane, si è sentito molto spesso
il canto dell’usignolo.
(3 -
fine) Aldo Lino |
|
Un
articolo dall'Unione Sarda del 19
aprile 2002
Parla il curatore della mostra
Carlo Fabrizio Carli
Un'architettura a misura di campo
Carlo Fabrizio
Carli è il curatore della
mostra romana assieme a Renato
Besana, Leonardo Devoti, Luigi
Prisco e - per la parte sarda -
Giorgio Pellegrini. L’esposizione è
promossa dalla Regione Lazio e
sponsorizzata dal Touring Club. Che
in qualche caso ha ovviato alle
diffidenze di alcune città sarde
(«non Arborea, ma le altre», dice
Pellegrini) stupidamente diffidenti
nel mettere a disposizione il loro
patrimonio fotografico, affinché la
mostra romana potesse essere più
completa.
«Per troppi anni - dice Carli - il
discorso sul patrimonio
architettonico del fascismo è stato
rimosso. Una damnatio memoriae
alla quale è seguita un’ovvia
riscoperta. Anche perché quel che
l’architettura produceva in Italia
all’inizio nei primi decenni del
Novecento era di assoluto interesse
internazionale.
Non a caso Terragni è studiato dai
maggiori esperti come una dlele
punte massime della qualità
architettonica del Novecento. Non
tutte le città di fondazione
restituiscono lo stesso fascino ma
Sabaudia, subito dopo Brasilia è la
città più studiata dagli esperti del
Novecento».
«E in Sardegna, Mussolinia Arborea è
un caso palpitante di questa realtà.
Un architetto come Giovan Battista
Ceas è un personaggio ancora poco
noto in Italia. Ma geniale,
straordinario, a lui si debbono
alcune realizzazioni come la casa
del fascio di Arborea, edifici di
impianto circolare che
paradossalmente non trovano posto
nei manuali d’architettura».
Qual era l’idea base delle
città di fondazione?
«Le città nuove create dal fascismo
non hanno senso se non si tien conto
che servivano a bonificare enormi
porzioni del territorio italiano. Il
fascismo liberò dalle paludi circa
tre milioni di ettari. Un intervento
colossale che fece nascere ex novo
settantaquattro città».
«Un’insieme di palazzine e verde
pubblico costruite su spazi
strappati a pianure malariche. Anche
per questo infastidisce che si diano
false valutazioni di quel che è
stato fatto. In Italia e all’estero
(nelle colonie d’oltremare) sorsero
città e villaggi omogei, che avevano
uniformità di altezze nelle
costruzioni, palazzine incastonate
nel verde, città armoniche che
subito dopo la guerra vennero
accrechiate, in qualche caso
sommerse dalla speculazione
edilizia. Interventi furi scala a
Latina e Carbonia, nessun piano
regolatore, ogni standard violato.
In quali anni?
«Anni Sessantaa. E nel caso di
Latina vennero addirittura approvati
piani regolatori che permisero la
distruzione delle testimonaianze
architettoniche di fondazione. Poi
la città si pentì ma è servito a
poco».
Coincise con il fatto che
dopo il fascismo smisero d’esser
banditi concorsi d’architettura?
«Indubbiamente. Al di là dei
significati politici che uno vuol
dargli, le città di fondazione
vennero realizzate con una grande
qualità edilizia».
Quale fu la migliore tra le
nuove città del regime?
«Mah, molti centri vennero
letteralmente devastati dopo la
guerra e ormai si può ragionare
sulla qualità storica più che
sull’attualità. Sabaudia e Arborea
sono senza altro tra gli esempi più
interessanti. A Carbonia invece
accadde di tutto, anche perché la
storia della città era legata al
clima autarchico e allo sfruttamento
di bacini minerari che poi si
rivelarono pocoproduttivi. Ma
intanto la citgtà prima della guerra
aveva ormai cinquantamila abitanti».
E nelle citrtà d’oltremare?
«Anche lì le esperienze di ricerca
architettonica ci sono. Rilevanti e
misconosciute. Parlare di città
d’oltremare significava Rodi dove
venne restaurato l’insediamento
medioevale e dove vennero inventate
strutture alberghiere. Nel
Dodecanneso c’è una città Porto
Lago, che era di supporto alle basi
militari italiane dove vennero
l’architetto Ceas lavorò molto».
«C’è poi il discorso libico e
nordafricano. Soprattutto sotto il
governatorato di italo Balbo,
sorsero decine di villaggi
metafisici, alcun dei quali
costruiti per la popolazione araba
con tanto di moschea, minareto,
mercato. Altri vennero costruiti per
i coloni italiani che a decine di
migliaia andarono a trovare i loro
posto al sole. Non lo trovarono ma
in quei paesi ci hanno spesdso
lasciato la pelle e l’anima».
Cosa resta oggi?
«In Italia la speculazione edilizia
ha compiuto veri e rpopri saccheggi.
Nelle città d’oltremare i danni
vennero fatti dal disinteresse e
dall’incuria. Anche perché le città
di fondazione d’oltremare erano un
reperto coloniale non amato. Foprse
oggi s’incomincia a rivalutare quel
periodo. in Eritrea esistono già
rapporti di collaborazione con
l’Italia e in Etiopia (per quanto il
governo italiano sia stato
brevissimo, dal 1936 al 1940) si
rivalutano i piani regolatori
davvero ben fatti come quello di
Addis Abeba e Gondhar». Mc.
M. |
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STORIE DI LIMES -
Carbonia
Hag (Viaggio per le città
del Duce - 3)
di Antonio PENNACCHI
A
Carbonia fanno un caffè hag che
è la fine del mondo. Un caffè
hag non nel senso di marca, ma
di decaffeinato. La marca deve
essere sicuramente una marca
locale. Una marca sardegnola. In
lingua italiana, a dire il vero,
sardegnolo è solo l'asino. Tutto
il resto è sardo. Ma
nell'italiano che si parla
intorno a Roma - l'italiano
regionale del Lazio, a cui
attiene anche Latina, la
capitale delle città del Duce -
è tutto sardegnolo. Senza
distinzioni di sorta. Ma questa,
come si vedrà, non è l'unica
questione semantica.
Dice: “Vabbe'. Ma che sei andato
fino a Carbonia solo per
prendere un caffè?”. No. Che
c'entra. Tutt'altro. Ma visto
che stavo lì qualche caffè l'ho
bevuto. E questa cosa l'ho
notata. E non mi pare una cosa
di secondaria importanza. Anzi.
Mi sembra abbastanza rilevante.
Non credo di essere l'unico
nelle mie condizioni. E
comunque, per quanto mi
riguarda, io mi sono stufato di
avere discussioni tutte le volte
che entro in un bar. Chiedo un
caffè hag - sempre inteso come
decaffeinato: per la marca mi
dessero pure quella che gli pare
- e aggiungo inequivocabilmente:
“Stretto. Molto stretto. Poche
gocce”, perché poi lo so che mi
fanno regolarmente dei brodi
vegetali. E quelli, tutte le
volte, mi guardano sempre
strano, con sufficienza, come se
fossi un minorato: “Scusi, ma
perché non si prende un caffè
normale?”, mi consigliano. “E se
potevo prendermi il caffè buono
venivo qua a chiedere un caffè
hag?”, mi tocca di rispondergli
ogni volta. Con la pressione che
mi si alza come se avessi preso
un bidone di caffè vero. Secondo
loro, uno si prende il caffè hag
perché non gli piace il gusto
del caffè, mica perché gli fa
male la caffeina. Così te lo
fanno pure lungo. Dopo che
glielo hai detto chiaro chiaro.
E pensano d'avere fatto bene. E
hanno pure un atteggiamento
infastidito: “Ma guarda tu chi
mi doveva capitare oggi”. Sti
bastardi. Perché il caffè hag -
sempre in senso generale e per
sineddoche, naturalmente: ci
mancherebbe pure che mi
querelasse l'Hag - tutti sanno
che fa schifo. Acqua calda. In
tutta Italia. Del caffè non ha
più manco il colore. Solo il
nome. Non ti dico l'orzo: roba
da suicidio. E tu ti metti pure
a farlo lungo? Ma allora lo fai
apposta.
A
Carbonia no. Al Caffè Impero,
specialmente. Fanno un caffè hag
che è la fine del mondo. Meglio
di quello vero. E ne puoi
prendere quanti te ne pare.
Bello ristretto, cremoso. Pieno
di sapore. Che t'accendi subito
la sigaretta. Una appresso
all'altra. Alla faccia del
cardiologo. Che è peggio d'un
barista.
Mi
pareva una scoperta da dover
socializzare.
A
Carbonia c'è una torre. O
meglio, non sarebbe proprio una
torre, ma tutti la chiamano
così: “Torre littoria”. E in
effetti si chiama così fin
dall'inizio, da quando la
costruirono, nel 1938. Oramai
era diventata un'abitudine. Non
solo quella di fare le torri, ma
proprio quella di fare le città.
S'alzavano la mattina e ne
fondavano una. Prima, all'inizio
- ma all'inizio l'inizio, quello
del fascismo - non ne volevano
proprio sentir parlare: il Duce
era per la ruralizzazione, e il
primo nemico da abbattere era
l'urbanesimo. Era quella la
fonte d'ogni male: la gente
lasciava le campagne, dove aveva
lavorato in pace e per benino -
ognuno per suo conto, senza dar
fastidio a nessuno - e veniva in
città, a fare gli scioperati. O
i disoccupati. E a ubriacarsi
pure nelle osterie. E, mezzi
ubriachi, a parlare anche di
politica. “Altro che
urbanesimo”, aveva detto
Mussolini, “tutti in campagna!”
e fece pure chiudere le osterie.
Venticinquemila mila, in tutta
Italia: “... a rompere i
coglioni”, pare che abbia detto
mentre firmava lo storico
decreto. Che lavoro si siano poi
messi a fare gli osti, rimane
tuttora un mistero. E in quelle
poche che restarono aperte fece
attaccare un cartello con tanto
di marca da bollo: “Qui
non si parla di politica”.
È storia, mica chiacchiere. Lo
dice pure De Felice.
E
intanto, con la fissa della
ruralizzazione, sono andati
avanti per una decina d'anni.
“Tutti in campagna”,
continuavano a ripetersi:
“Questa è la vera mistica
fascista”. E la gente, in
campagna, ce la tenevano con la
forza. Dovevano costruire -
diceva la mistica - l'uomo
nuovo, mica scherzi. E lo
dovevano fare con le buone e le
cattive. Per spostarsi ci voleva
l'autorizzazione, una specie di
passaporto. Da città a campagna.
E viceversa. Proprio come in
Siberia. O Pol Pot. E i khmer
rossi. Poi uno dice che non ci
capisce più niente. E dov'è che
comincia una cosa e che ne
finisce un'altra. Hai voglia a
leggere Destra e sinistra
di Norberto Bobbio. Secondo me,
non ci ha capito niente neanche
lui. Mi spiegasse - se è capace
- chi sta più a sinistra,
adesso. Se Gianfranco Fini o
Massimo D'Alema. Non parliamo di
Giuseppe Rauti, detto Pino. Come
per il Kosovo. E chi svolge, per
davvero, un ruolo oggettivamente
progressista, antimperialista e
rivoluzionario. Almeno secondo
la “teoria dei quattro mondi”
del compianto Hua Quofeng. Ma mi
sa che con le storie di Carbonia
tutto questo non “ciazzecchi
molto”, come dice un altro che
tra la destra e la sinistra fa
qualche confusione. Più di me.
Fatto
sta che di città non ne volevano
sapere. Poi si ritrovarono
Littoria, all'improvviso: fu una
pensata autonoma del conte
Valentino Orsolini Cencelli, che
comandava da proconsole l'Opera
combattenti e la bonifica delle
Paludi Pontine. Il conte
Cencelli si credeva d'avere
fatto chissà che cosa, e per il
30 giugno 1932 - quando doveva
mettere la prima pietra - invitò
alla cerimonia il Duce. Quello,
invece, si incazzò come una
bestia. Per poco non gli mette
le mani addosso. E c'è proprio
un suo documento autografo (Acs,
Segr. part. duce,
Autografi del duce,
7.X.D. - 29 giugno 1932) che
proibisce a tutti i giornali di
darne la minima notizia: “Tutta
quella rettorica a proposito di
Littoria, semplice comune e
niente affatto città, est in
assoluto contrasto colla
politica antiurbanistica del
Regime Stop Anche la cerimonia
della posa della prima pietra
est un reliquato di altri tempi
Stop Non tornare più
sull'argomento - Mussolini”.
Cencelli, però, oramai era
andato troppo avanti, con le
imprese e con gli appalti; si
mise la coda tra le gambe e tirò
dritto per la sua strada: “Male
che va, mi manderanno al
confino”. E fece Littoria. E,
mentre la faceva, lo venne a
sapere la stampa estera. E la
notizia rimbalzò per tutto il
mondo: “Questi fanno le città!”,
dicevano ammirati. E
cominciarono a venire - a
miracol guardare - dall'America.
E soprattutto dalla Russia. Per
davvero. Ministri sovietici. E
presidenti dei kolchoz. In fila
per uno. Per vedere come si
faceva. (Destra o sinistra?
Boh.) E allora il Duce ci prese
gusto. E si prese tutto il
merito. Il 18 dicembre 1932 -
sei mesi dopo - ci venne lui a
inaugurare Littoria. E dopo ne
fece fondare altre. A tutta
gallara. Una appresso all'altra.
Altro che “cerimonie e reliquati
d'altri tempi”. Dalla mattina
alla sera non faceva che mettere
prime pietre. A Aprilia,
addirittura, si mise sul
trattore a tracciare il solco
sacro, come facevano gli àuguri
etruschi, e come aveva fatto
Romolo, il giorno che per
scherzo, prima di scannare per
davvero suo fratello, s'era
messo a sfotterlo: “Mo' ti
faccio vedere che fondo Roma”. E
quello gli aveva risposto. E una
parola tira l'altra. Proprio
come al derby (pare che Remo
fosse pure laziale). E quando
s'è ritrovato - Romolo - con la
coratella in mano, non s'è più
potuto tirare indietro. Che
figura ci faceva con gli ultras?
E ha fatto Roma.
Alla
fine ne hanno fatte 21 - i
fascisti, non gli ultras; e
città, non coratelle - tra
grandi e piccole. In tutta
Italia. Senza contare i villaggi
coloniali in Libia. In tutta
Italia, dall'Alpi alle piramidi,
dal Manzanarre al Reno: Istria,
Friuli, Sardegna, Agro Pontino,
Puglia. In soli 10 anni. Dal '32
al '43. E meno male che hanno
perso la guerra. E hanno dovuto
smettere. Se no non lasciavano
più un metro di campagna nemmeno
in Valpadana. Pure sopra le
Dolomiti.
All'inizio, come detto, erano
partiti alla chetichella, coi
disegnini dei geometri
dell'Opera combattenti (non
parliamo di Mussolinia, ora
Arborea, che ci si erano messi
gli elettrotecnici). Poi man
mano hanno dato spazio agli
architetti, e a tutta la
grancassa. E ognuno andava a
guardare quello che aveva fatto
quell'altro. E trovava,
naturalmente, da ridire:
“Madonna che schifo”. Ma copiava
quello che c'era da copiare. E
così, passin passino, tra uno
“schifo” e l'altro, alla fine è
venuto fuori uno stile, con la
sua bella regula.
E se tu vai, appunto, dall'Alpi
alle piramidi dal Manzanarre al
Reno, le riconosci tutte quante,
appena annusi l'aria: “So' le
città del Duce”. E mica solo per
gli eucalyptus. Ma proprio per
lo stile, per la regula.
Come quella della “Torre
littoria”.
Ha
cominciato Frezzotti - a
Littoria, appunto - con la torre
del Comune. Poi Sabaudia,
Pontinia, e così via, con queste
torri più alte del campanile
della chiesa. L'idea,
evidentemente, era quella di
ricollegarsi all'età dei Comuni
medievali: la torre municipale
come segno del potere
comunitario e laico, primo fra
tutti gli altri, pure quello
religioso. Il segno dello Stato.
Stato etico, peraltro. Difatti,
sotto a quella di Littoria ci
appesero anche una lapide, con
le parole che il Duce aveva
detto il giorno
dell'inaugurazione (l'iscrizione
sulla lapide fu cancellata a
mazzetta e scalpello, a
damnatio memoriae,
nel 1946, ma il mitico Finestra
adesso l'ha fatta rifare e
riappendere, monumentum
perenne,
e i verdi - come detto in altro
numero - lo hanno denunciato per
apologia di fascismo e ci hanno
lanciato contro della vernice
nera, senza però riuscire a
prenderla): “I contadini
ed i rurali / debbono guardare /
a questa torre che domina la
pianura / e che è un simbolo
della potenza fascista /
Convergendo verso di essa /
troveranno quando occorra /
aiuto e giustizia / Mussolini”.
Vedi un po' se non la facevano
pure dalle altre parti. E così
l'hanno fatta anche a Carbonia.
Carbonia, però, è del 1938.
Littoria del '32. Sei anni. Che
sono sei anni? Niente. Un
battito d'ali, nel flusso del
tempo. Ma quasi un terzo sano
dell'intera Era Fascista. Hai
detto niente. In sei anni - in
quei sei anni - è successo di
tutto. Non solo
nell'architettura e urbanistica
razionalista, ma nell'intero
fascismo: in quel periodo è
racchiusa, in nuce,
l'intera e specifica esperienza.
Ne è il fulcro: c'è l'epigenesi
e la teleologia. Tutto quello
che è avvenuto prima, e tutto
quello che avverrà dopo non ha,
in termini strutturali, molta
importanza: tutto s'è giocato
là. Lì s'è raggiunto l'acme e
s'è fatto il giro di boa. Dalla
carta del lavoro, l'Inps e le
bonifiche si è passati
all'autarchia, alla conquista
dell'impero, alla politica di
potenza. Dagli anni del consenso
alle leggi razziali. E dalla
torre di Littoria a quella di
Carbonia.
A
Carbonia difatti, come detto,
c'è una torre. O, almeno, tutti
la chiamano così. È un affare in
trachite, una pietra di quelle
parti che loro dicono che è
rosa. A me sembra grigia, ma io
sono daltonico e non faccio
testo. È un affare, comunque,
imponente. Che si vede da
lontano. Suddivisa in cinque
piani, è alta quasi 28 metri
(27,50 per la precisione), e
alcune fonti dicono che è a base
quadrata, con lati di 12 metri e
mezzo, quasi metà dell'altezza.
L'ingegner Paolo Costa invece,
con la pianta sotto il naso e
misurando con la squadra,
sostiene che è a base
rettangolare: 11 metri per 15
(la prossima volta mi porto la
fettuccia. E finisce la
questione). Sia in un caso che
nell'altro, comunque, resta che
questa cavolo di base è intorno
ai 150 metri quadri, metro più
metro meno. Base troppo larga,
per un corpo di soli 4 mila
metri cubi ed alto meno di 28
metri. In termini armonici, come
“torre” è nana. Mozza. Tagliata
a metà. Avrebbe dovuto essere
alta almeno il doppio.
Altrimenti è come la differenza
che c'è tra un leone e la gatta
di mia figlia, che dice: “Sempre
felini sono”. Sì, vabbe'. Una
torre, per essere tale, deve
protendersi notevolmente in
altezza - almeno secondo il
vocabolario e tutti i testi di
storia dell'architettura -
avendo anche, possibilmente, il
carattere della “snellezza”:
sottigliezza proporzionata di
forme. L'altezza, in parole
povere, deve avere una
nettissima prevalenza su tutto
il resto delle dimensioni, ed in
particolare sulla base. Se no
tutti i palazzi di cinque piani,
a questo punto, diventano
“torri”. Di pieno diritto.
Questa di Carbonia, quindi, non
è una torre. È alta, grossa,
massiccia e imponente. È
sicuramente bella. E resta
infissa nella memoria. Ma non è
una torre. È una “mole”. Se
almeno l'italiano non è solo
un'opinione.
Ma
adesso chi glielo va a dire, a
quelli di Carbonia, che debbono
- da un momento all'altro -
smettere di chiamarla “Torre”, e
chiamarla invece “Mole
littoria”? Adesso, poi, che il
sindaco vuole profanarla e
metterci pure l'ascensore.
Se
fosse stata per davvero una
torre, non le sarebbe mai
servito un ascensore. Che le
serviva a fare? In una torre, al
massimo, c'è spazio per una
scala. O una stanzetta ad ogni
piano. Serve per guardare
dall'alto, o suonare le campane,
o aggiustare l'orologio. Chi ci
sale? Al massimo una persona al
giorno. A meno che non si stia a
Siena. Coi turisti. Ma mica
stiamo a Siena, qua. Mica c'è il
Palio. Se era una torre, il
problema non si poneva proprio.
Infatti a Latina (già Littoria)
- che è una torre per davvero -
nemmeno al mitico Finestra gli è
mai venuto in mente di farci
l'ascensore. Adesso però, se
legge questa cosa, non sarei più
disposto a metterci la mano
sopra al fuoco.
A
Carbonia no. A Carbonia
l'ascensore serve. Proprio
perché non è una torre. Ma una
mole. Una mole di cinque piani.
Di 150 metri quadri l'uno. Nel
'38, oramai, le “torri littorie”
non erano più le torri
campanarie del Comune. Non stava
più lì il simbolo comunitario
del potere. E dello Stato.
Quella era l'ideologia
urbanistica di prima, del '32,
che si rifaceva all'“Italia dei
Comuni”, con l'automatica
identificazione, e
giustapposizione, di Comune,
fascismo e Stato regio. Nel '38,
invece, i giochi sono cambiati
ed anche l'ideologia urbanistica
s'è radicalizzata: il Comune è
una cosa, la monarchia un'altra,
il fascismo e lo Stato un'altra
ancora. Il fascismo è lo Stato
(almeno nelle intenzioni. Poi,
sul piano storico-fattuale, la
Democrazia cristiana lo ha
fregato di parecchio). Stato
etico, del resto. E Stato
nazionale del lavoro. Il potere
vero è là. Centrale.
Centralizzato. E unificatore.
Pure corporativo (ma anche
questo nelle sole intenzioni). E
il simbolo del potere vero - la
Torre littoria - saluta il
municipio e passa alla Casa del
fascio. Armi e bagagli. È lì che
si comanda. È lì che si
rappresenta - sia sul piano
formale che su quello dei
contenuti - la civitas
tutta. Così, a Carbonia, la
Torre - pardon
- la Mole littoria non è che la
Casa del fascio: un edificio
appunto imponente, di cinque
piani, con tutti gli uffici, le
sale riunioni, i bagni, il
deposito di armi e tutto quanto
occorra alla bisogna. Pure - già
pronta - la stanza per il
Federale, quando Carbonia
diverrà provincia.
Poi
Carbonia non è più diventata
provincia. E il Federale non è
mai arrivato. Anzi, dopo pochi
anni - neanche sette - è sparito
pure il fascio. E, sparendo, non
ha evidentemente avuto più
bisogno d'una casa. Che però è
rimasta là. E il Comune - che
sta sulla stessa piazza, ma di
fronte: da un'altra parte - ci
ha messo i suoi, di uffici. E
adesso, però, ci deve mettere
pure l'ascensore. Perché gli
impiegati - nell'anno 2000 - si
sono stufati di farsi cinque
piani di scale. Del resto, mica
fanno più il sabato fascista con
tutti gli esercizi ginnici e i
salti dentro il cerchio di
fuoco. Quelli erano allenati. E
poi adesso ci sono pure le leggi
europee sulle barriere
architettoniche. Finché se li
dovevano fare gli impiegati - i
cinque piani di scale - poteva
pure andare. In fin dei conti è
sempre pubblico impiego
(anche se gli danno la
zappa...). Ma dentro gli uffici
ci debbono andare pure le
vecchiette. E quindi mi pare
giusto che il sindaco Càsula -
sinistra doc, con tutto il dna a
posto: Pci, Pds, Ds; come tutte
le amministrazioni che ha avuto
Carbonia dal dopoguerra ad oggi
- ci voglia mettere l'ascensore.
Anche se c'è il piccolo problema
che per questioni
tecnico-strutturali, e per non
togliere eccessivo spazio agli
uffici, l'ascensore non si potrà
installare all'interno della
torre, bensì all'esterno. Ma in
fin dei conti non è una torre. È
solo una Mole. Pure se Littoria.
Che problema è? E c'è poco da
scherzare: provateci voi a farvi
cinque piani di scale. Pensa
solo al ragazzo del bar - quello
del Caffè Impero - che se li
deve fare cinque o sei volte al
giorno, coi cornetti e i
cappuccini in collo. E il caffè
hag. Quello è disposto a pagarlo
tutto di tasca sua, l'ascensore.
Ma a
Carbonia i verdi si sono messi a
strillare per le strade. Mica
Alleanza nazionale. I verdi:
Italia Nostra e Wwf. “Questo
attenta al centro storico!
Distrugge la nostra identità. È
come se Rutelli volesse
smantellare il Colosseo”. Il
Colosseo no, ma via dei Fori sì.
Sti cazzo di verdi sono l'ira di
Dio: a Latina mettono in croce
il sindaco perché restaura, a
Carbonia perché manomette.
Uno che
viene da Latina, a Carbonia si
sente proprio a casa sua. E non
solo perché ci trova i verdi. E
le zanzare. Ma proprio perché
c'è la stessa aria, lo stesso
climax: la gradazione cromatica;
l'accostamento successivo e la
giustapposizione degli stili; il
passaggio per gradi, la
progressione e la successione
del “sentimento” delle cose. La
sequenza ascendente. Sono le due
città che si somigliano di più,
tra tutte quelle del ventennio.
Non c'è l'apostasia di Aprilia e
di Pomezia, in cui tutto è
nuovo, abnorme, transessuale.
Nemmeno lo straniamento di
Sabaudia e di Guidonia, in cui,
da un momento all'altro, possono
sbucare gli scenografi, e lo
spettro di De Chirico, a
smontare le facciate di cartone.
Neanche l'habitat padano -
tranquillo, polveroso,
sonnolento e stratificato - di
Pontinia, di Fertilia, di
Arborea. E nemmeno la
desolatio
pompeiana di Segezia, Cervaro,
Giardinetto, tolte alla vita -
come dicevano le iscrizioni
antiche - prima ancora che
potessero iniziarla; belle anche
morte, come un mondo scomparso
di una copertina Urania
di una volta.
Il
tessuto delle strade è rimasto
lo stesso. Pieno però di
traffici, di vita. Latina è in
piano, Carbonia è un monte. Ma
la differenza non si coglie. La
speculazione edilizia, nel
dopoguerra, s'è data da fare. E
i palazzi a più piani in cemento
armato, coi balconi e la cortina
di mattoni, hanno spesso preso
il posto delle case basse e
degli archi romani “a tutto
sesto” dell'età del Duce. Ma non
hanno obliterato tutto.
S'aggiungono. Si susseguono. Si
giustappongono. E sul corso, e
sulle vie principali, non c'è
più un negozio di alimentari, o
una macelleria, un calzolaio, un
ferramenta. O un'insegna
vecchia. E arrugginita. Ma solo
jeanserie, boutique, negozi di
lusso. E i Volvo parcheggiati in
doppia fila.
Ignazio
Delogu (la principale fonte
bibliografica di riferimento,
per Carbonia, è costituita
proprio dal suo Carbonia
- Utopia e progetto,
Roma 1988) sostiene che Carbonia
è stata un'operazione di tipo
coloniale, oggettivamente
antisarda ed antipopolare, che
ha letteralmente violentato la
cultura e la civiltà sarda, le
quali erano - pur con alcuni
elementi di urbanizzazione -
prevalentemente non-urbane:
“Un'operazione, sul piano
storico, assolutamente
riprovevole”.
In
tutto il Sulcis - il corno
sud-occidentale della Sardegna -
fino al 1936 c'erano non più di
quattromila persone. Dopo
Iglesias, appunto, veniva il
deserto. Alture modeste, brulle
e malariche. La poca gente
viveva di pastorizia, ed era
dispersa in modesti agglomerati.
Lo stato di arretratezza e di
primitività non aveva niente da
invidiare alle zone più
arretrate e primitive
dell'Abissinia. Nell'Iglesiente
invece - a nord e ad est del
Sulcis - l'attività
estrattivo-mineraria era nota da
millenni. E - anche se oramai in
via di esaurimento - continuava,
e continua in parte tuttora, lo
sfruttamento delle miniere di
piombo, zinco, ferro, rame,
antimonio, manganese, barite,
talco e caolino. Poca roba
comunque, assolutamente
insufficiente a coprire il
fabbisogno nazionale. E nel
Sulcis, già nel secolo scorso,
erano state trovate tracce di
qualcosa che somigliava al
carbone. Ma gli somigliava alla
lontana. E i ricercatori erano
scappati subito via. Senza
rifarsi nemmeno delle spese.
Nel
'35, però, conquistammo
l'impero. E la Società della
nazioni ci decretò le sanzioni:
le potenze demo-plutocratiche ci
avevano oramai accerchiato, con
l'intento più che dichiarato di
stringere alla gola la povera
Italia proletaria e fascista.
Nessuno avrebbe dovuto più
venderci il carbone, che
compravamo, naturalmente, tutto
quanto all'estero: Belgio,
Francia e soprattutto
Inghilterra. Allora non c'era
ancora, in giro, tutto il
petrolio che c'è adesso, e
l'unica fonte di energia - non
solo per i treni e per il
riscaldamento, ma soprattutto
per l'apparato industriale - era
proprio il carbone. Come ci
mettevamo con questa storia
delle sanzioni? “Con
l'autarchia!”, rispose il Duce:
“Facciamo tutto da soli”. E
infatti inventammo il terital,
il lanital e il caffè di
cicoria, un antesignano del
caffè hag. E tanta altra roba.
Qualcuno si ricordò pure di
quella specie di carbone del
Sulcis. “Ma non è carbone”, gli
dissero: “È lignite. Se era
carbone lo avevamo già scavato
allora. Ha una potenza calorica
inferiore, costa molto di più e
non rende come il carbone vero
dell'Inghilterra”. “Lignite,
carbone: che differenza fa?
Questo abbiamo”.
Ignazio Delogu, per certi versi,
non ha tutti i torti. Dice in
sostanza: “Le sanzioni? Ma
quelle te le hanno fatte perché
hai occupato l'Abissinia. Che te
lo aveva ordinato il dottore? E
comunque, in ogni caso, se
adesso stavi finalmente buono e
caro te le levavano subito. Ma
tu no. Tu già tenevi in mente di
fargli guerra in casa loro, di
impadronirti, col tuo compare,
dell'Europa. E allora che fai?
Ti inventi un carbone che non
c'è, spendi sto mondo e
quell'altro, e spremi pure un
sacco di gente, per tirarlo
fuori. Poi però devi portarlo in
Italia, via mare, se no in
Sardegna a che ti serve, se le
fabbriche stanno tutte in
continente? E come fai a
portarlo se non t'assicuri il
controllo delle rotte, che
restano invece tutte in mano
all'Inghilterra? Rimane una
risorsa indisponibile”. E il
discorso, messo così, non fa una
grinza. Anche se il senno di poi
eccetera eccetera. Lui, però,
dice pure: “E tu vai a costruire
una città, e a deportare
popolazioni, per una risorsa a
tempo (che prima o poi, cioè,
finisce), oltre che
indisponibile?”.
Comunque si misero a cercare la
lignite dappertutto, in tutta
Italia, pure in Umbria. E anche
mio padre, insieme a zio
Torello, scese in miniera a
Ponte di Ferro, nella piana
sotto Gualdo Cattaneo, a scavare
la lignite per alimentare una
centrale elettrica. Ma il Sulcis
era pieno per davvero. Ed era
quello che ci voleva. “Altro che
lignite, ed altro che carbone
inglese”, disse il Duce il 9
giugno 1935 dopo avere soppesato
bene bene - in una visita ad hoc
al pozzo di Bacu Abis - un pezzo
di minerale, e averlo annusato,
traguardato contro luce col
braccio teso e riannusato
un'altra volta: “Questo è il
Carbone Sulcis, il potente
carbone italiano!”. E il 26
luglio - un mese e mezzo dopo -
venne costituita l'Acai (Azienda
carboni italiani), una specie di
Eni di adesso, piena di soldi e
di poteri. A capo - proconsole
unico, come il conte Valentino
Orsolini Cencelli nelle Paludi
Pontine - fu nominato il
commendator Guido Segre, vero
eroe eponimo di questa storia.
Guido
Segre era nato a Torino nel
1881. Come dice il cognome, era
di famiglia ebrea, da sempre
impegnata nel mondo degli affari
e strettamente imparentata, ad
esempio, con i banchieri Ovazza.
Parente stretto, quindi, anche
di Ettore Ovazza, il futuro
fondatore e direttore di
La nostra bandiera,
organo di punta dell'ebraismo
fascista. Questi, che era già
stato un fascista antemarcia e
sansepolcrista, si batterà fino
all'ultimo contro il sionismo, e
per rivendicare fino in fondo la
totale italianità e adesione
all'“idea” dell'ebraismo
italiano, fino ad abbandonare,
insieme a tutti i suoi, la
stessa Unione delle comunità
ebraiche italiane.
Ed
anche Guido Segre era un ebreo
così: ebreo di famiglia e per
tradizione, ma in sinagoga non
ci aveva messo più piede da una
vita. Il suo mondo erano gli
affari, l'industria e la
politica. Agli inizi si dava
anche del “tu” con Mussolini.
Veniva, difatti, dal
nazionalismo di Federzoni e fu
uno dei fondatori del fascismo.
Nel 1915 - direttore generale
della Fiat, oltre che
proprietario di industrie
proprie - gli sarebbe spettata
l'esenzione dal servizio
militare. Ma era un patriota
interventista: rinunciò
all'esonero, salutò Giovanni
Agnelli e si arruolò volontario
nella Grande Guerra. Un eroe:
partito come tenente del Genio,
fu promosso per meriti di guerra
e congedato nel '18 come tenente
colonnello, decorato di medaglia
d'argento al valor militare,
croce di guerra italiana, croce
di guerra con palme francese, e
croce del DSO inglese.
Tornato dal fronte, gli ambienti
nazionalisti e l'alta finanza -
Fiat, Comit, Credito italiano e
così via - si riunirono a
conciliabolo: chi, meglio di
lui, avrebbe potuto garantire, a
capo dell'apposito ufficio del
Regio governatorato militare, la
italianizzazione dei capitali e
delle società triestine, ancora
fortemente in mano crucca? E lo
spedirono a Trieste. Dove, in
poco tempo, si infilò come nelle
proprie scarpe, e portò tanto a
buon fine l'operazione che il
vero padrone dell'economia della
città divenne lui, come
testimoniano i pacchi di lettere
anonime dei suoi nemici - che lo
accusavano delle peggiori
infamie - e i rapporti di
polizia al Duce.
Possedeva già, di suo, l'Arsa,
società estrattiva che aveva
miniere di carbone - leggermente
migliore di quello sardo, ma in
un bacino più piccolo -
nell'Istria. L'Arsa e le sue
miniere confluiranno nell'Acai
(l'Azienda carboni italiani),
affidata appunto a lui che - con
operazione parallela a quella di
Carbonia - ne organizzerà lo
sfruttamento intensivo con la
fondazione anche della città di
Arsia (oggi Rasa), posta a metà
strada tra Pola e Fiume. A
Trieste sposò pure, tardi,
un'avvenente austro-ungherese -
molto più giovane di lui -
cattolica, da cui ebbe un
maschio e una femmina, che
furono allevati anch'essi con
educazione cattolica. I rapporti
- e le lettere - dicono che la
moglie fosse stata una
ballerina, già sposata e
divorziata due volte. Anzi, il
secondo marito sarebbe stato
convinto da Segre con i soldi, a
togliersi di torno. E un altro
fine informatore dice: “...
è una spia austriaca, di dubbia
fama”.
Ma a Trieste, si sa, le male
lingue.
Per la
legge, a dire il vero, sarebbe
bastato un 51% italiano, nel
capitale d'ogni società. Ma
questo in tutta Italia. A
Trieste e nell'Istria no: la
regola minima divenne il 66%.
“Così siamo più sicuri della
italianità”, diceva Segre. Ma le
lettere anonime - e i rapporti
di polizia - dicevano che il 15%
in più era per lui. Del resto,
mica stiamo parlando di
Francesco d'Assisi: stiamo a
parlare di un capitano
d'industria, che è naturale che
avesse un po' di pelo sullo
stomaco. E questo lo sapeva pure
il Duce, che difatti i rapporti
e le lettere li leggeva e li
metteva da una parte, senza
dargli nessunissima importanza:
quello che gli importava erano i
risultati. E Segre glieli dava.
Ed era di sicura fede, oltre che
collegato a Beneduce, quello
dell'Iri, e garantito, a
Trieste, da Alessi, il direttore
di Il Piccolo,
organo della federazione dei
Fasci. E questo Rino Alessi non
era un semplice giornalista, ma
un amico da sempre del Duce:
erano stati ragazzi insieme nel
collegio di Forlimpopoli, dove
avevano studiato da maestro e da
dove, poi, Alessi aveva seguito
il Duce in ogni sua ulteriore
avventura.
Altro che carbone. Segre fece
faville. Prima perlustrazioni e
sondaggi a tutto spiano, poi,
nel giro di un anno e mezzo,
l'apertura di sette-otto pozzi
che arrivarono, alla fine, ad un
numero complessivo di 22,
disseminati nell'intero
medio-Sulcis. Dalle 78 mila
tonnellate di carbone estratte
nel 1935 si passò alle 160 mila
nel '36, 308 nel '37, 465 nel
'38, 911 nel '39, 1 milione e
295 mila nel 1940. Che sarà
stato pure carbone Sulcis, ma
che era comunque tanto.
Il
carbone, però, non si tira fuori
con le chiacchiere. O solo con i
soldi. Ci vuole la gente. Da
mandare in miniera. E ce ne
vuole tanta. Nel Sulcis non ce
n'era. Arrivò da tutta Italia,
oltre che da tutta la Sardegna.
E Segre decise la costruzione di
una città, Carbonia, con
relative borgate intorno:
Cortoghiana, Portoscuso, e così
via. Volle propriamente “città a
pozzo di miniera”, costruite,
cioè, il più possibile vicino ai
pozzi, per evitare al massimo
gli spostamenti. Agli inizi
c'era gente che si faceva - dopo
le otto ore di miniera - anche
quattro ore di strada per andare
a dormire a Iglesias, o chissà
dove. E ci voleva gente -
naturalmente - pure per i lavori
edili, impiantati ex novo. E che
lui seguì personalmente. Tutto,
anche il più piccolo lavoro,
faceva capo all'Acai. E
direttamente a lui.
Per
la redazione del Piano
regolatore (Prg), da Roma gli
imposero l'ingegner Cesare Valle
e l'architetto Ignazio Guidi.
Valle era fratello del
sottosegretario - poi ministro -
dell'Aeronautica, generale
Valle, sardo, trasvolatore
atlantico. E difatti i disegni
del primo Prg di Carbonia -
sulla base dei quali fu posta la
prima pietra e dato inizio ai
lavori - portano la firma di
Valle e Guidi. Ma Segre non
abbozzò del tutto: gli affiancò
il suo amico Gustavo Pulitzer
Finali, architetto triestino,
anche lui di origine ebraica.
Chi stette sempre sul posto e
seguì tutti i lavori fu proprio
questo Pulitzer. Valle e Guidi,
difatti, si fecero vedere a
Carbonia un paio di volte in
tutto. Per il primo sopraluogo
s'incontrarono con Pulitzer sul
treno - prima non si conoscevano
nemmeno - da Roma verso
Civitavecchia. Lui voleva
attaccare subito discorso: “Che
idee avete? Avete già fatto
qualche schizzo? Io ho buttato
giù qualcosa”, ma loro lo
trattarono piuttosto
freddamente, da pariolini a
provinciale. E appena arrivati a
Cagliari andarono da Segre: “Ma
quello s'impiccia,
s'intromette”. “Se vi va è
così”, gli rispose. “Se no aria.
Mica faccio gli apparecchi, io”.
Poi, subito dopo, Valle e Guidi
vinsero il concorso - pare
grazie a Bottai - per il Prg di
Addis Abeba, che era pagato
meglio e dava più rinomanza:
partirono per l'Abissinia ed a
Carbonia se ne persero le
tracce. Tutti gli aggiustamenti,
gli esecutivi e la direzione
furono fatti dal Pulitzer. E da
lui solo, difatti, risulta
firmata la Relazione tecnica del
primo Prg di Carbonia.
Era
prevista una città per 12 mila
abitanti, ma fin dall'inizio ci
si rese conto che non sarebbe
stata sufficiente, e si pensò a
una struttura modulare, che
avrebbe consentito, volendo,
l'ampliamento fino a 50 mila.
Tanto è vero che già nel 1938 ci
fu la redazione del secondo e
definitivo Prg, che porta la
firma dell'architetto Eugenio
Montuori, per una città da 30
mila abitanti. Perché Montuori?
Erano scattate le leggi
razziali, ecco perché. E
Pulitzer, ebreo, non poteva più
firmare. Ma pare che Montuori si
sia sostanzialmente mosso di
concerto con Gustavo Pulitzer.
Sul
colle Fossone (m 111) vennero
costruiti per primi gli edifici
pubblici: la torre, la chiesa,
il municipio, il teatro, il
dopolavoro e le poste. Poco più
in là, la sede dell'Azienda.
Segre, inoltre, volle ad ogni
costo che il campanile della
chiesa somigliasse in tutto a
quello di Aquileia, nel Friuli.
Era un suo omaggio personale ai
caduti e ai combattenti sardi -
pare soprattutto della brigata
Sassari - che per lunghi mesi
avevano dovuto contemplarlo,
meta agognata e irraggiungibile,
dalla riva destra del Piave:
“Adesso se lo godranno in pace”.
E lo volle tale e quale; solo un
po' più basso: 46 metri invece
di 73, per non far sfigurare
troppo la Torre littoria. La
città venne inaugurata dal Duce
il 18 dicembre 1938, lo stesso
giorno in cui era stata
inaugurata Littoria: 18 dicembre
1932. Dal '37 al '43 vennero
costruiti 1.376 edifici, di cui
6.324 alloggi per operai ed
impiegati, per complessivi
25.434 vani. C'erano anche 18
case-albergo per operai scapoli
o senza famiglia al seguito, per
complessivi 2.300 posti letto.
La città
- secondo i più - aveva una
struttura rigidamente
gerarchica: era una
città-azienda. Gli unici punti
di riferimento sarebbero la
miniera, la casa e il centro,
con la palazzina dell'azienda.
Tutt'attorno, a fasce, la case
per i dirigenti, i quartieri
degli impiegati e quelli degli
operai. “Il sistema di
comunicazioni funziona
unicamente in due sensi:
alloggi-miniera e
alloggi-centro. Le strade che
attraversano i quartieri di
abitazione conducono
direttamente, senza pause
spaziali, alla piazza centrale,
attorno a cui gravitano le
diverse zone residenziali, con
una distanza adeguata alla
dignità sociale e aziendale dei
residenti. In nessun'altra delle
città nuove si riscontra una
zonizzazione così rigorosa: un
vero e proprio apartheid, una
garanzia di non mescolarsi se
non ai pari. La città coincide,
dunque, con l'Azienda o, meglio
ancora, le è totalmente
subordinata. Proprietaria dei
suoli, delle case e delle
infrastrutture, l'Azienda detta
la sua legge, disconoscendo
completamente l'autonomia
amministrativa del comune, e
riducendolo a un semplice
paravento burocratico”
(Delogu, cit., p. 117). Questa
invadenza aziendale, peraltro,
resisterà ancora per molti anni,
dopo la caduta del fascismo:
fino almeno a tutti gli anni
Sessanta. E questo non è il
giudizio del solo Delogu, ma è
il giudizio dei più. A me, tutto
sommato, a vederla adesso non dà
un'immagine così rigida. Anzi,
il centro - più che il centro
geometrico-gerarchico di
zonizzazioni stagne ad anello
circolare, non comunicanti e non
integrabili tra loro - mi pare
proprio, invece, una cerniera,
su cui fanno perno, e
confluiscono, due porzioni
perfettamente integrate di
città. Ma questo è il parere di
un geometra. Diplomato, per di
più, al “Vittorio Veneto” di
Littoria.
Al
31 dicembre 1937 il Comune di
Serbariu - inglobato poi
interamente in quello di
Carbonia - contava 3 mila
abitanti, a fronte di circa 6
mila persone che già lavoravano
nelle miniere carbonifere della
zona. Nel 1940 i residenti di
Carbonia saranno circa 29 mila -
i dimoranti molti di più - fino
ad arrivare ai quasi 37 mila del
1942. A luglio del 1949 si
conteranno 49 mila residenti su
circa 60 mila dimoranti reali.
Poi inizierà il deflusso.
L'epopea
di Carbonia, però, non è
l'arcadia epico-pastorale -
pardon:
rurale - di Littoria e dell'Agro
Pontino, in cui prima erano
venute le masse fluttuanti degli
operai e dei terrazzieri, che
avevano bonificato le paludi e
costruito le città. Finita
l'opera se ne erano andati. E
solo dopo erano arrivati i
coloni, dal Veneto e
dall'Emilia. Famiglie intere,
dal nonno ai nipotini ed alle
donne incinte, con oche,
attrezzi e galline al seguito.
Alloggiati subito - il giorno
stesso - nelle case coloniche e
nei poderi tinti di fresco. A
dar vita, ipso facto,
a un mondo nuovo: “La
Merica xè in Pisinara”
(“L'America è in Piscinara”).
Mondo rurale, per l'appunto.
Mitico. E anche un po'
ideologizzato.
A
Carbonia era un altro conto. Non
c'era una donna a pagarla a peso
d'oro. Neanche a guardarla da
lontano. E fin da subito si
cominciò a lavorare sia in
miniera che ai cantieri edili.
Anzi, prima in miniera; e la
gente dormiva in baracche, o
all'addiaccio. Ed era
elevatissimo il flusso della
gente che arrivava attratta
dalla possibilità di guadagno
ma, dopo un po' di tempo di
lavoro in quell'inferno,
preferiva tornare di corsa a
fare la fame a casa propria, nel
resto della Sardegna e nel resto
di tutta Italia: Sicilia,
Marche, Veneto, Abruzzi,
Toscana, Emilia, Lazio,
Lombardia, Umbria, Basilicata.
Ma ne arrivava sempre di nuova.
A migliaia e migliaia. E
qualcuno finiva per fermarsi. Ma
solo uomini. E non certo dei più
ripuliti. La miniera, del resto,
non è lavoro da signorine. Ci va
solo chi è preso per la gola.
Secondo i rapporti di polizia,
oltre il 50% della popolazione
dimorante a Carbonia - tra
miniere e cantieri - era formato
da pregiudicati. E ogni giorno
c'erano accoltellamenti. Era una
città di frontiera. Peggio di un
film western.
Il
pugno di Segre era ferreo.
Controllava tutto, non gli
sfuggiva niente. Non solo sulle
carte e sui bilanci, ma proprio
dentro i pozzi, e sui cantieri,
a controllare la qualità delle
malte e i tempi di consegna. A
ogni ora del giorno e della
notte. Come Berlusconi da
giovane, quando andava a
controllare, alle 5 di mattina,
se il giardiniere avesse
annaffiato l'erbetta a Milano 2.
Non faceva respirare nessuno. E
aveva sempre Carbonia in mente,
pure quando doveva andare a
Roma, o a Milano, o dove gli
pareva a lui. In un recente
convegno a Carbonia la figlia,
Etta Segre, imprenditrice, ha
raccontato che da piccola non
giocava con le costruzioni di
legno come gli altri ragazzini,
ma giocava con il plastico di
Carbonia e di tutti gli edifici:
“Stava nello studio di papà, e
vedevo lui che spostava, per
ore, le case e la torre da una
parte e dall'altra. Credevo
proprio che giocasse pure lui”.
Le
imprese, a Carbonia, hanno
finito per lavorare più che
bene, ma nessuna pare che si sia
arricchita. Anzi, quattro o
cinque imprenditori fecero
fallimento, perché Segre aveva
fatto fare le gare al ribasso e
li aveva strozzati sui prezzi.
Poi, però, li aveva strozzati
pure sui tempi di consegna.
Pretese assolutamente che
venissero rispettati quelli
previsti dai contratti: “Sono
soldi dello Stato, mica miei.
Dovevate pensarci prima: che ve
l'ha ordinato il dottore di
prendere i lavori a tutti i
costi?”. Il fatto che a lavorare
ci fosse un 50% di pregiudicati,
con la totale mobilità della
manodopera e la scarsa
professionalità - i più bravi,
essendo pochi, erano contesi a
fior di quattrini da tutte le
imprese - a lui non importava
molto: “Bisogna fare presto e
bene: questo è l'ordine
indiscutibile del Duce! Sono in
gioco i destini dell'Italia
imperiale e fascista”. E a un
impresario fallito non restò che
suicidarsi; per i prezzi, non
per l'Italia imperiale e
fascista. E il Duce era più che
contento di Guido Segre.
Contentissimo. “Bel lavoro,
camerata!”, gli diceva ogni
volta. E continuava a non dare
retta - e neanche gli diceva
niente: non ne ha mai fatta una
parola - a tutti i rapporti e le
letteracce che avevano ripreso
ad arrivare a fiumi da Trieste:
“Tutta invidia”, e li ricacciava
in un cassetto. Non c'era sempre
Alessi, e Il Piccolo,
e il suo personale pedigree, a
garantire per Segre? Non si
davano del tu?
Il 6
ottobre 1937 intanto, per gli
ebrei italiani - fin allora
considerati cittadini comuni,
senza alcuna discriminazione -
aveva cominciato a suonare tutta
un'altra musica. Ma Segre non se
n'era accorto. A lui non lo
riguardava. E il cugino Ovazza,
su La nostra bandiera,
continuava a dire che erano
italiani come tutti gli altri, e
fascisti veri, fino in fondo,
senza nulla da imparare da
Roberto Farinacci. La moglie -
di Segre, ma probabilmente anche
quella di Ovazza - aveva provato
a dirgli, più di qualche volta:
“Ma non sarà il caso che
cambiamo aria?”. Lui s'era pure
incazzato: “Ma che vuoi capire
tu che sei pure ungherese. Vuoi
che tocchino me? Ma stai
scherzando? Stiamo dentro una
botte di ferro: Mussolini mi
porta in palmo di mano”. Del
resto, non erano passati che
soli quattro mesi dalla posa
della prima pietra di Carbonia -
9 giugno 1937 - e Segre era in
piena attività. Nessuno gli ha
mai detto niente. Nessuno ha mai
messo in discussione la sua
autorità. E il Duce continuava a
dirgli: “Bel lavoro, camerata!”.
“Hai visto?”, faceva lui alla
moglie: “Che t'ho detto? Stiamo
dentro una botte di ferro”. “Sì,
quella di Attilio Regolo”,
diceva l'ungherese fra sé e sé.
E lui continuava a lavorare come
un negro. Aveva quasi
sessant'anni e non ne dimostrava
che quaranta. Era un cane
mastino. E continuava a far
scoppiare quelle migliaia di
poveri disgraziati. Peggio degli
schiavi alle piramidi nel film
I dieci comandamenti.
Poi,
lungo il corso del '38, la
spirale antiebraica prese ad
accelerare sempre più. Non c'era
un giorno che la stampa non se
la prendesse con i figli di
Giuda. “Ma non vedi che aria
tira?”, insisteva la moglie. “Ma
vuoi che tocchino me?”, lui
rinsisteva più di lei. E
continuò imperterrito a scavare
miniere e costruire Carbonia
fino ai primi di novembre. Come
se niente fosse. La consegnò
bella che finita. Carbonia. Che
difatti fu inaugurata il 18
dicembre. Del '38. Dal Duce in
persona. Ma Segre non c'era,
all'inaugurazione.
Il 6
ottobre c'era stata la grande
dichiarazione del Gran
Consiglio, e il 17 novembre le
cosiddette “leggi razziali”. Gli
ebrei erano out.
Dappertutto. Due giorni prima,
il 15, era uscito un comunicato
sui giornali: “Il nuovo
presidente dell'Acai è
l'avvocato Giovanni Vaselli”.
Punto e basta. A lui lo avevano
fatto dimettere: “Sei ebreo”.
“Ma io sono italiano e sono pure
medaglia d'argento”. “Non fa
niente”, gli ha detto il Duce:
“Guarda qua”, e gli ha tirato
fuori dal cassetto tutti i
pacchi delle spie e delle
lettere anonime: “Ringrazia pure
Dio che non ti faccio fucilare”.
Mussolini era così, dice G.B.
Guerri: “Aveva
un'opinione talmente alta di sé
da essere sinceramente convinto
che le sue idee e i suoi fini
fossero superiori, o più
funzionali, rispetto a qualsiasi
schema ideologico o regola
morale”
(Fascisti,
Milano 1996-2, p. 21).
Poi le
cose, in Italia, si misero
sempre peggio. Per gli ebrei.
Pure per gli italiani, come
tutti sanno. Ma per gli ebrei
era proprio peggio. La moglie di
Segre continuava a dire:
“Andiamocene”. E pure Pulitzer,
che erano amici di famiglia. Le
mogli dicevano proprio: “Andiamo
in Svizzera”. Pulitzer, invece:
“Andiamo un po' più in là, che
pure in Svizzera non mi sento
tanto tranquillo”. “Ma siete
matti?”, continuava a dire
Segre: “Volete che tocchino me,
con tutti i meriti e gli amici
che ho?”. Per un po', difatti,
s'era schierato a sua difesa - e
a difesa degli ebrei triestini -
Il Piccolo
di Alessi. Ma poi s'era dovuto
allineare pure lui. Come s'erano
allineati - anzi, sembravano i
più azzannati contro gli ebrei -
Bottai e Federzoni. E tutti gli
altri. L'unico che tentò una
resistenza fu Italo Balbo, che
poi fece la fine che fece. E De
Bono. E ancora nel '43 - il 14
luglio, per la precisione -
Guido Segre era in giro a
chiedere che gli dessero il
privilegio di andare a
combattere, pure da soldato
semplice, senza gradi e senza
medaglie, che del resto gli
avevano già tolto: basta che lo
riconoscessero come italiano.
Aveva sessantadue anni ma ne
dimostrava ottanta. E già si
affacciavano i dolori di
angina pectoris.
La
moglie intanto, per non sapere
né leggere né scrivere, s'era
presa i figli e s'era andata a
nascondere in campagna, nel
ferrarese, sotto la protezione
condiscendente di agrari
balbiani. Pulitzer non ci aveva
pensato troppo neanche lui: poco
prima dello scoppio della guerra
aveva imbarcato la famiglia ed
era partito per l'America.
Segre
continuò a vagare, cercando
qualcuno che gli regolarizzasse
la situazione: che lo
“arianizzasse”, come si diceva
allora. L'8 settembre lo colse a
Roma proprio in uno di questi
giri. E fece appena in tempo a
scappare dalle mani della
Gestapo,
che era andata a cercarlo in
albergo. Riparò in Vaticano,
dove fu accolto in un convento
ed ospitato alcuni mesi. Ma
deperiva sempre più. Non ha più
rivisto la moglie e i figli. È
morto in Vaticano nel 1944, un
paio di mesi prima della
Liberazione. Pare che sia morto
d'infarto mentre, al portone del
convento, una pattuglia di SS
chiedeva di lui.
Il suo
parente Ettore Ovazza, invece,
già direttore dell'ebraico e
fascistissimo La nostra
bandiera,
s'era rifugiato a Gressoney, in
Val d'Aosta, con la famiglia
composta “dalla moglie e
dalla figlia quindicenne (un
altro figlio era stato ucciso e
derubato da una guida che si era
assunta l'incarico di farlo
passare in Svizzera e che pare
abbia anche denunciato ai
tedeschi il rifugio del resto
della famiglia). Il 9 ottobre
1943 i tedeschi piombarono sugli
Ovazza, li arrestarono e li
tradussero nei locali della
scuola del paese, dove due
giorni dopo li uccisero e ne
bruciarono i corpi, forse non
ancora completamente privi di
vita, nella caldaia del
termosifone”.
Questo, almeno, è quello che
scrive De Felice (Storia
degli ebrei italiani sotto il
fascismo,
Torino 1997-4, p. 466).
Ma
Carbonia continuava a vivere.
Che doveva fare? E continuava a
crescere. E a scavare carbone.
Un milione e 136 mila tonnellate
nel 1942. Nel '43 e '44, invece,
la produzione calò
rispettivamente a 300 e 376
mila, perché il predominio
inglese sui mari - come
analizzato, anche se post
eventum,
da Delogu - non consentiva il
rifornimento dei materiali
necessari alle gallerie e,
soprattutto, non consentiva di
spedire il carbone in
continente, dove serviva. E - se
scavato - sarebbe rimasto tutto
sulle banchine, ad ossidarsi e
poi a bruciare per
autocombustione. Finita la
guerra, però, il carbone Sulcis
rifulse di nuovo - ma per poco
tempo - in tutta la sua gloria.
La
ricostruzione richiedeva fonti
d'energia. I tradizionali
produttori - Francia, Belgio,
Inghilterra - non erano ancora
in grado di poterci rifornire.
Ma la Fiat e le altre fabbriche
avevano - per ripartire -
assoluto bisogno di carbone. E
le miniere del Sulcis si
riempirono come formicai: notte
e giorno, senza alcuna
interruzione. Con la dedizione
di tutti, evidentemente - come
fu, del resto, la ricostruzione
in tutta Italia - e con
creatività e sforzi sovrumani.
Nel convegno di cui sopra, ad
esempio, Rossana Bossaglia, una
storica dell'arte, si chiedeva
che fine avessero fatto i due
stupendi leoni in bronzo, opera
di Marcello Mascherini, che
erano collocati alla base della
torre. Qualcuno del Comune ha
assicurato: “Faremo ricerche”.
Ma poi si è alzato uno del
pubblico, un vecchio minatore di
origine friulana, che ha
confessato: “Li abbiamo fusi.
Nel '45. Per far ripartire le
miniere. Servivano delle
bronzine speciali. E non c'era
nessun altro materiale
disponibile. Mi dispiace”. “Non
fa niente”, ha detto la
Bossaglia: “Pure Mascherini
sarebbe stato più contento
così”.
A
quel convegno, però, c'era pure
Natasha Pulitzer, la figlia di
Gustavo Pulitzer Finali,
architetto pure lei. Ma quando
siamo usciti dal salone del
municipio per andare alla Torre
littoria - dopo che anche lei
aveva finito la sua relazione -
proprio sotto la torre, mentre
attraversava sulle strisce
pedonali, un pirata della strada
l'ha ficcata sotto. A tutta
velocità. E le ha spaccato una
gamba. L'hanno dovuta
ricoverare. E l'hanno poi
rimandata a Bassano del Grappa,
dove abita, tutta ingessata.
Giuro che è vero, non me lo sono
inventato. E pare che il padre
gliel'avesse pure detto, tanti
anni fa: “Mi sa che a noi non ci
porta tanto bene sta Carbonia”.
Si
ricominciò, quindi, a scavare
carbone. A rotta di collo. Una
galleria appresso all'altra. Per
1 milione circa di tonnellate
all'anno, dal '46 al '49. E
Carbonia, proprio nel 1949,
arrivò, come detto, al suo
massimo storico: 49 mila
iscritti all'anagrafe, su oltre
60 mila dimoranti reali. Dove si
mettesse tutta questa gente -
quando le strutture erano state
costruite per 30 mila abitanti -
rimane tuttora un mistero. O
meglio, non è un mistero per
niente: s'arrangiavano.
Ma,
da un giorno all'altro, la
musica cambia all'improvviso.
Dall'estero riprende ad arrivare
il carbone vero. A volontà. E
nessuno vuole più il carbone
Sulcis. Quello inglese è
migliore, e costa meno. “Il
vostro è carbone hag”, dicono
adesso tutti quanti, in
continente. E si cominciano a
chiudere le miniere. Le sinistre
e i sindacati - ma soprattutto i
minatori e la popolazione -
tenteranno di difenderle in
tutti i modi. Scioperi,
occupazioni, manifestazioni. Per
vent'anni il governo centrale
farà promesse e varerà piani di
rilancio. Ma è tutto inutile:
piani finti. E soluzioni
tampone. Anche assistenziali.
Del resto, dopo il carbone belga
e inglese è arrivato il
petrolio, a fiumi. E regalato -
come prezzo - rispetto alla
migliore antracite. Figùrati il
carbone d'orzo. Man mano si
chiudono i pozzi. Man mano si
tacciono le illusioni e le
lotte. L'ultima volta, qualche
anno fa, un gruppo di minatori
si chiude in un pozzo, per mesi,
e fa lo sciopero della fame,
dopo avere minato le volte.
Adesso, in tutto il Sulcis, c'è
un solo pozzo in funzione. Per
onore di firma, pare. E 200
minatori in tutto. Nel '49 ce
n'erano quasi 20 mila. È finita.
La risorsa “a tempo” - come la
chiama Delogu - è finita.
Ma
non è finita la città. La città
sta lì. Viva e vegeta. E non
pare per niente una città in
crisi. Anzi. Ha 34 mila
abitanti. Tutta la gente del '49
pian piano se ne è andata via. È
sfollata. Defluita. Tornata a
casa sua. E Carbonia si è
assestata al suo regime. Anzi,
da qualche anno si registra un
costante tasso di crescita. Ma
di che campa tutta sta gente?
Non erano carbone-dipendenti?
Dove li trovano i soldi per i
jeans, i Volvo e le discoteche?
Questo, del resto, è un mistero
irrisolvibile - almeno per me -
ma comune a tutta Italia,
soprattutto da Latina alla
Calabria: come cavolo faranno,
sti ragazzi, ad andare in giro
sui fuoristrada da 40 milioni,
che io non ce la faccio nemmeno
a pagarmi la Punto? Ma questo è
un altro discorso. Circa 6 mila,
a Carbonia, lavorano nel polo
industriale di Portovesme, altri
in agricoltura e pastorizia, con
40 mila ovini e, nel 1994, 600
ettari di vigneti, più frutteti
vari. E poi c'è il terziario.
Che non è poca cosa: è l'essenza
stessa del concetto di città.
Una
città non è semplicemente un
posto dove abita della gente. E
dove dorme. Come le stie per i
polli. O i campi di
concentramento. La città è il
posto - l'incrocio, la cerniera
- dove si svolgono i traffici,
gli scambi e le comunicazioni.
D'ogni tipo. Economico, sociale,
culturale. Ed è per questo che
una città non è un museo, almeno
se non è morta. Se è viva si
trasforma. Inevitabilmente. “La
città del passato”, dice Paolo
Costa, “non vive nella
stratificazione, ma vive
nell'adattamento alle esigenze.
Il passato della città vive nel
suo futuro. È un dato di fatto”.
E Carbonia è il centro dei
traffici dell'intero
Sulcis-iglesiente. Chi vuole far
masterizzare un cd, per esempio,
non può non venire a Carbonia. È
la città che serve all'intera
Sardegna sud-occidentale. E può
anche essere che l'Isola avesse
struttura non-urbana - o,
meglio, pre-urbana - ma, carbone
o non carbone, per garantire ai
suoi abitanti gli stessi
standard di vita del mondo
sviluppato, evidentemente
occorrono, oggi, anche strutture
urbane. Come Carbonia. La
risorsa a tempo è finita ma,
d'improvviso, è Carbonia stessa
che diviene una risorsa. Col suo
solo “essere”.
Certo ha tutti i retaggi (ma
perché: Parigi non ce n'ha?)
della sua crescita tumultuosa,
dei cambi di destinazione d'uso
di parecchi edifici, delle
speculazioni e delle
giustapposizioni edilizie. E
soprattutto delle incertezze
sulle vocazioni economiche. Che
hanno quasi i caratteri di una
crisi di identità. Le
incertezze, non le vocazioni.
Una sorta di dipendenza
psicologica - di carattere
mitico e collettivo - da quella
specie di carbone. Dipendenza
che supererà negli anni, quando
sarà riuscita a “elaborarlo”.
Proprio in termini analitici.
Non rimuoverlo. Non è possibile.
È un costituente inalienabile
della sua identità. Proprio sul
piano mitico. Non foss'altro
perché ci sta letteralmente
sopra.
Carbonia sta sopra alle sue
miniere. Le gallerie s'infilano
e s'intersecano nel sottosuolo.
Quelle gallerie in cui hanno
perso la vita decine e decine di
minatori - 25 solo nel biennio
1937-'38 - per lo scoppio di
mine, grisou, allagamenti,
crolli di volte. Morti per
guadagnarsi il pane. Ma morti
pure per la costruzione d'una
città. Vittime sacrificali.
Quasi indispensabili ad ogni
rito di fondazione. Come Remo.
Immolato da Romolo agli dei.
Le
gallerie abbandonate s'infilano
dappertutto. Pare che non ci sia
una mappa completa dell'intera
rete. È un dedalo oramai
inestricabile. E alcune salgono
fino in superficie. Sotto i
palazzoni Iacp di via Ospedale -
secondo il racconto di un
vecchio minatore - stanno a non
più di 25 metri di profondità. E
ogni tanto s'aprono voragini,
specie d'inverno, che
inghiottono ogni volta fiumi
d'acqua, come a fianco alla
statale 126, o vicino al bivio
per l'ospedale, dietro la stalla
abbandonata. Nei palazzi di via
Dalmazia si sarebbero già aperte
vistose crepe nei muri. E a
volte, sempre d'inverno, si
sente l'urlo del vento che entra
dalle bocche d'aria e corre pei
cunicoli, senza fermarsi mai,
sbattendo sulle pareti delle
volte, e frangendosi contro
altri flussi, agli incroci con
altre e diverse gallerie. Urla
quasi umane. Dicono. E
l'ossigeno infiltratosi
dall'esterno, infine, avrebbe
prodotto l'ossidazione dei
banchi carboniosi. In alcuni
punti sarebbero già cominciati
fenomeni di autocombustione. Il
braciere, posto a decine di
metri di profondità, starebbe
via via emergendo e, ogni tanto,
si vedrebbero colonne di fumo.
Una decina d'anni fa, nei pressi
della vecchia miniera di
Serbariu, un raccoglitore di
funghi riportò ustioni agli arti
inferiori. In località
Schisorgiu, invece, un intero
eucalypteto sta per essere
inghiottito dal braciere
sottostante le radici. Se uno
tocca gli eucalypti si scotta. E
da tutto il terreno s'alza un
puzzo di bruciato, che uno non
sa se è puzza di carbone o di
eucalyptus.
Ma la
vecchina che ha il banco di
frutta vicino l'ospedale -
coprendosi, furtiva, la bocca
con la mano, per paura che possa
sentire chi non ha da sentire -
dice piano piano: “In sa
minera b'ant sos irribios”
(“Nella miniera ci sono delle
entità”), e subito corre, con la
stessa mano, a farsi il segno
della croce. Spiriti. Non
autocombustione. E qualcun altro
sostiene che si tratti dello
spirito di Segre. Un fantasma
che s'aggira senza posa. Vagando
per le sue miniere. Abbandonate.
Da Dio e dagli uomini. Ma non da
lui. E soffia, soffia e soffia
sopra la brace.
NOTA
A MARGINE
Pure
al convegno di Carbonia c'era -
e come ti sbagli? - il noto
studioso di architettura
razionalista Giorgio Muratore,
di cui s'è già parlato per
Aprilia. Roba che uno dice: “Ma
se stai sempre in giro per
convegni, mi spieghi quand'è che
studieresti?”. Ma questi sono
affari suoi. Pure a Carbonia,
però, se ne è uscito fuori con
la storia che la più bella di
tutte - tra le città del Duce -
sarebbe Sabaudia: “Quello sì che
è un bel progetto, fatto da
gente che ci capiva; no
Littoria, che è una roba
mediocre”, ha detto
sostanzialmente. Io, a quel
punto, mi sono permesso di far
notare - con i modi urbani ed
indiretti che mi
contraddistinguono, e senza
prendere di petto chicchessia -
che era una cazzata: è Littoria
che è un'opera d'arte, e proprio
le sue trasformazioni dimostrano
che è perfetta identità, in
termini desanctisiani, di forma
e contenuto. Sabaudia, invece, è
uno scenario di cartone, buono
solo per Cinecittà:
un'operazione
intellettualistica, che
prescinde totalmente da ruolo e
da funzione. È cerebrale,
solipsistica, masturbatoria.
Tutto qua. Ma quello ha preso
cappello e non ha risposto
niente sullo specifico, ha detto
solo: “Sono le solite beghe di
campanile. Ciò che desta stupore
è che questa volta vengano
giocate pure fuoricasa”.
Speriamo di non trovarlo a
qualche altro convegno. Se no a
questo, prima o poi, mi tocca di
mandargli i padrini.
Specialmente adesso, che il
duello lo hanno pure
depenalizzato.
Ma
se gli è riuscito di sfuggire a
me - in quel convegno - a
Giorgio Muratore non è riuscito
di sfuggire ai verdi. Italia
Nostra e Wwf. Lo hanno messo in
mezzo, con la storia
dell'ascensore. A dire il vero
hanno messo in mezzo tutti, e
menavano come cani, peggio di
Antonio Carlos Zago. Chiunque
parlasse - Delogu, la Pulitzer,
la Bossaglia, Etta Segre - e di
qualunque cosa stessero
parlando, pure della qabbalà o
della teodicea di Leibniz,
quelli interrompevano e andavano
dritti al sodo: “Vabbe'. Ma
l'ascensore?”. E così hanno
fatto pure con Giorgio Muratore.
Anzi, pure peggio. Lui cercava
di prenderla alla lontana, ma
quelli lo hanno stretto: “Non
esci da questa stanza, se prima
non ci hai detto che pensi tu
dell'ascensore”. Non ha avuto
scampo. Gli ha dovuto
rispondere. Col sindaco Càsula
che lo guardava storto e
preoccupato, seduto sulla sedia
a fianco a lui. Ma ammetto che
gli ha risposto bene, con un
dribbling e un colpo di tacco
che nemmeno Falcao: “Il problema
non è se fare o non fare
l'ascensore, ma è solo come lo
si fa”. E li ha stoppati. Tutti.
Sia i verdi che il sindaco
Càsula. Che facevano tutti finta
- sia Càsula che i verdi - di
essere più che soddisfatti, e
che avesse dato, in fin dei
conti, ragione a loro. Ma,
dentro, gli rodeva a tutti i
due. E sulla risposta di
Muratore hanno fatto giustamente
eco pure gli altri: Bossaglia,
Delogu, Pulitzer e Segre. E
faccio eco pure io: l'ascensore
s'ha da fare, perché serve, ma
facciamolo in un modo che sia
estremamente rispettoso delle
linee, dello stile e
dell'ambiente, inteso come
habitat storico-architettonico.
Non un pugno nell'occhio, come
lo scatolone di cemento grigio
sbattuto addosso all'edificio
delle poste di Latina. E la
soluzione migliore, a questo
punto, è bandire un concorso
nazionale d'idee: qualcosa di
buono uscirà. Per l'intanto,
però, è venuta qualche idea pure
a me. E la prospetto per il
concorso. In fin dei conti sono
geometra.
All'inizio avevo pensato ad una
soluzione tipo Sant'Elia: un bel
semicilindro d'alluminio
attaccato a un fianco della
mole, pressappoco come fece
Mazzoni per le poste succitate
di Littoria. Ma non l'alluminio
anodizzato d'adesso: l'alluminio
d'allora, degli anni Trenta,
quello delle pentole di mia
madre, per capirci. Un bel
cilindrone argenteo, tutto
compatto.
Poi,
però, m'è venuta in mente una
soluzione migliore: una cabina
totalmente esterna, che vada su
e giù, sul fianco della torre,
senza che si vedano altri
impedimenti. Né funi, né
strutture, né tralicci. Deve
poter scorrere libera e
gioconda. A sbalzo. E tutto
l'armamentario di imbracatura,
funi e cremagliere deve essere
attaccato alla parete. La cabina
deve poter salire e scendere
come se si movesse da sola.
Sarà, come logico, interamente
d'alluminio. L'alluminio
argenteo di cui sopra,
naturalmente, che oltre ad
essere un “materiale d'epoca”
garantisce un giusto contrasto
cromatico con la trachite grigia
- pardon - rosa della mole. E la
forma sarà chiaramente a scure.
Tale da consentire, da lontano,
una vista che nessuno - nemmeno
il verde più strafatto ed
accannato - potrà mai definire
meno che rispettosa, adeguata e
simpatetica allo spirito e allo
stile dell'epoca. L'uovo di
Colombo. Mi pare.
P.S.
Venendo via, per rappacificarci,
siamo andati a prendere un caffè
tutti quanti insieme, al bar
Impero. Che adesso, non si sa
perché, gli hanno cambiato nome:
si chiama “Caffè Im...pero”, coi
puntini di sospensione in mezzo.
Che cavolo vuol dire: che stanno
sopra un pero? Fossero diventati
verdi pure loro. A me piaceva di
più “Impero”. Comunque, ho
chiesto come al solito un caffè
hag: “Ma me lo faccia stretto.
Molto stretto. Poche gocce”. E
Giorgio Muratore, che stava
vicino a me, m'ha detto: “Scusi,
ma perché non si prende un caffè
vero?”. Giorgio Muratore. Non il
barista.
“All'ultimo sangue lo voglio”,
debbo dire ai padrini. |
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Articolo sulla Mostra dedicata
alle Città di Fondazione
(Roma - Aprile 2002 ) |
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Carbone sardo e successo,
un'equazione industriale
difficile
Nella seconda metà dell'Ottocento
l'ingegnere piemontese Anselmo Roux aveva sfidato la sorte
investendo tutti i suoi capitali nelle ligniti di Bacu Abis,
allettato dalla grande diffusione delle macchine a vapore.
Le sue vicende sarde sono ricordate
più per le difficoltà incontrate che per i successi ottenuti.
di
Maria
Dolores Dessì
Anselmo Roux, un giovane
ingegnere ferroviario
piemontese, era giunto in
Sardegna, ad Iglesias, alla fine
degli anni 60 dell'Ottocento,
chiamatovi dalla società di
Monteponi per sovrintendere ai
lavori di costruzione della
ferrovia che avrebbe dovuto
trasportare i minerali al porto
d'imbarco.
Uno
dei primi e più gravi problemi
che la società dovette risolvere
fu quello del trasporto del
minerale. Infatti, in attesa del
completamento della rete
ferroviaria pubblica, in grave
ritardo, diverse miniere si
erano dovute dotare di un
servizio ferroviario privato:
dal 1864 era in esercizio quello
di proprietà di Luigi Gouin, da
San Leone al mare. Poi era stata
realizzata la ferrovia di
Montevecchio, per collegare la
miniera con San Gavino; dal 1873
era entrata in funzione quella
della miniera di Gennamari, da
Gennamari al mare.
Nella società di Monteponi molti
soci si erano dimostrati
contrari alla realizzazione del
progetto, a causa dei costi
troppo elevati per una giovane
azienda. La scoperta di vasti
giacimenti di calamina, e
l'aumento delle produzioni,
aveva convinto il conte Carlo
Baudi di Vesme, allora
presidente della società, a
dover realizzare almeno un primo
tratto di strada ferrata, da
Gonnesa a Portoscuso.
Così
il 1° luglio del 1871, trainata
da cavalli, sarebbe entrata in
funzione la ferrovia Monteponi,
che oltre a trasportare minerali
per l'imbarco era destinata
anche al servizio pubblico.
Durante quei lavori il giovane
Roux ebbe modo di osservare come
tutto il territorio attraversato
fosse divenuto oggetto di
ricerche minerarie, poiché si
era individuato la presenza di
importanti giacimenti di
lignite. Questo era divenuto, in
quegli anni, un minerale
importante, in quanto con la
diffusione delle macchine
alimentate dall''energia a
vapore, questo minerale aveva
assunto una grande importanza.
Occorre quindi fare un piccolo
passo indietro.
Il
18 luglio del 1851, l'ingegnere
del Reale Corpo delle Miniere,
Poletti - accompagnato dal
signor Garau, procuratore del
signor Millo, e assistito dai
testimoni Francesco Riva,
segretario delle Regie Miniere e
Nicolò Massidda, proprietario
terriero a Gonnesa - si era
recato in visita a Bacu Abis,
per verificare la dichiarazione
di scoperta mineraria del signor
Ubaldo Millo e soci e constatare
lo stato dei lavori effettuati
in una miniera di carbon
fossile.
L'anno seguente, il genovese
Millo, entrato in società con un
suo conterraneo, tale Montani,
aveva chiesto e ottenuto tre
concessioni per lo sfruttamento
delle ligniti di Funtanamare,
Terras de Collu e Bacu Abis. Il
29 maggio del 1853, i due soci
avevano costituito una regolare
società di capitali, la "Tirsi
Po", per lo sfruttamento
industriale delle concessioni
minerarie richieste, contando
sulle commesse delle vicine
miniere metallifere e di alcune
fonderie.
Un'altra parte della concessione
di Terras de Collu apparteneva
dal 19 maggio 1853 al signor
Antonio Timon, che aveva
costituito la società "Timon
Varsi" già dal settembre 1851.
Andrebbe ricordato che il Timon
era una singolare figura di
imprenditore cagliaritano,
impegnato in vari campi di
attività, il più importante dei
quali era l'arte tipografica.
Il
pionierismo di Anselmo Roux
negli scritti di De Francesco
Nel
ricostruire queste vicende, che
ci riportano alla Sardegna del
pionierismo minerario, ci siamo
fatti guidare da un'abile e
documentata guida: gli scritti
di Giovanni De Francesco, il
prolifico e brillante
giornalista, allora direttore e
fondatore del quotidiano
cagliaritano "L'Avvenire di
Sardegna".
"Nel
1857 il carbone di Bacu Abis -
scriveva nel 1902, ricordando
proprio la figura di Roux - era
stato sperimentato dai
principali industriali di Genova
con buon esito; se n'erano
ripetute le prove a bordo del
piroscafo Sardegna e sulla
ferrovia Vittorio Emanuele, e
posteriormente lo si era usato
nella ceramica di Oristano ed in
quella di Cagliari, nella
fonderia di Domusnovas e
nell'altra di Cagliari, sorta
presso il colle di Bonaria".
I
lavori di sfruttamento di quelle
ligniti furono poi abbandonati
fino all'inizio del 1860, quando
la società provvide
all'estrazione di qualche
piccola partita di carbone,
senza però (così rilevava un
nota dell'Ufficio delle Miniere)
che l'impianto avesse una
coltivazione regolare e
continuativa.
Proseguiva poi nel dire,
esaminando il settore delle
ligniti, che "i soli
combustibili fossili che abbiano
dato luogo a tentativi di
coltivazione industriale sono le
ligniti terziarie del bacino di
Gonnesa a sud ovest di Iglesias;
le antraciti del terreno
carbonifero e le ligniti del
giurassico non hanno dato luogo
che a semplici ricerche, senza
alcun risultato".
Erano questi gli antefatti che
avrebbero convinto il giovane
Roux sul futuro delle ligniti,
per l'impiego nella trazione
ferroviaria e per l'utilizzo più
generale della forza vapore.
Occorreva quindi mettersi dentro
quell'affare che riteneva ricco
di prospettive ed a tal fine
raccolse tra familiari ed amici
piemontesi dei capitali per
costituire una società mineraria
per lo sfruttamento dei
giacimenti sardi.
Costituì a Torino, con un
capitale di 150 mila lire, la
Società Anonima per la Miniera
di Bacu Abis, il 20 aprile 1873
con atto presso il notaio
Domenico Battagliotti.
Presidente ne fu nominato Carlo
Paventa e la sede sociale
fissata in Torino.
La
gestione dei lavori minerari
venne assunta dalla società
Anselmo Roux e Compagni. Nella
fase di coltivazione furono
operati grandi cambiamenti nella
zona, che suscitarono non poche
lamentele tra i proprietari dei
fondi attigui ai cantieri. Ma a
poco valsero i reclami della
signora Luigia Puddu, che
sollecitò anche l'intervento del
direttore del Corpo delle
Miniere. L'ingegner Roux ebbe
rapporti poco sereni anche con
altri vicini. Tant'è che, come
direttore della miniera, si era
dovuto rivolgere al Prefetto
d'Iglesias, poiché il
proprietario del terreno
contiguo si era opposto alla
realizzazione di un tracciato
rettilineo e più ampio del
canale di scolo delle acque che
dovevano fuoriuscire dalle
gallerie.
Le
sue difficoltà in questo campo
furono tante, da indurlo a fare
ricorso affinché quei terreni
fossero dichiarati di pubblica
utilità. Sosteneva infatti che
dovessero essere utilizzati per
la costruzione di un canale
servente ai lavori minerari.
Richiese, inoltre, che fosse
stabilità l'indennità da
corrispondere al proprietario
del suolo per l'acquisizione di
vari appezzamenti attraverso
un'espropriazione forzata.
I
tanti ostacoli incontrati per
completare gli impianti
Dalla relazione del Regio Corpo
delle Miniere si rileva come
"lungo la vallata nella quale si
sviluppa la strada di
Cortoghiana e la ferrovia che va
al piazzale principale della
miniera si lavora attualmente
allo scavo di una galleria
destinata a raggiungere per
quanto lo consente la topografia
della località, la parte più
bassa del giacimento
lignitifero. In seguito a tale
galleria un profondo canale di
scolo che è segnato in nero sul
piano firmato a Bacu Abis il 1°
aprile 1883 e che è annesso alla
sua domanda. Tale canale scorre
nella proprietà del signor Roux
fino al ponticello dell'antica
strada di Bacu Abis, da questo
punto entra nella proprietà del
signor Desogus Antonio, e
facendo delle curve... lungo
l'argine della ferrovia di
servizio a Bacu Abis viene a
raggiungere la soglia di un
ponticello della ferrovia
Monteponi-Porto Vesme. In vista
delle tortuosità di detto canale
ed avuto riguardo alla poca
pendenza... per prosciugare una
maggior altezza del giacimento
l'ingegner Roux domanda
l'esproprio del predetto
appezzamento di terreno di
proprietà del signor Desogus
Antonio e posto nel giacimento
della concessione di Terras De
Collu...".
Quest'impegno, così tenacemente
svolto contro tutte le
contrarietà, fece sì che Roux
riuscisse nel suo intento di
dare luogo alle opere necessarie
per una buona conduzione della
miniera.
Fece
costruire anche altre strutture,
tra cui una laveria che doveva
cernire i pezzi superiori a 80
mm. di grossezza, attraverso dei
macchinari Ratter, mentre il
resto del materiale doveva
passare a tre griglie disposte
in colonna, la prima delle quali
era a due tele e doveva dare
carbone sopra i 40 e 20 mm.,
mentre dalle altre due dovevano
ottenersi prodotti dai 10 ai 5
mm. di volume.
Ancora grazie alla testimonianza
di De Francesco, si conoscono
gli indirizzi commerciali
perseguiti. I primi tre prodotti
dovevano andare direttamente in
commercio, mentre il quarto
avrebbe dovuto passare alla
lavatura e poi in una coppia di
cilindri acconciatori e quindi
ad una macchina per essere
trasformato in formelle da
vendere alle ferrovie isolane.
Il principale cliente della
miniera era comunque la società
di Monteponi.
Dall'esame dei libri di
produzione e dai verbali di
ispezione si può affermare che
la lavorazione presentava serie
difficoltà nella stagione
invernale, in quanto aumentava
la richiesta e diminuiva la
produzione per diversi fattori
ambientali, tra i quali
l'impraticabilità di alcune
strade. La miniera raggiunse,
come massimo traguardo, la
produzione di 30 mila
tonnellate.
Con
la Monteponi - cliente
preferenziale delle ligniti - si
aprì, poi, un contenzioso, in
quanto il direttore della
miniera, ingegner Adolfo
Pellegrini, nel 1872 aveva
accusato Roux di non rispettare
la consegna delle 150 tonnellate
settimanali pattuite, perché
privilegiava la fornitura ad
altre miniere della zona,
imbarcando il minerale a
Funtanamare.
La
lunga controversia giudiziaria
con la società di Monteponi
Questo "scorretto"
atteggiamento, con il non
rispetto dei contratti di
fornitura, aveva causato
l'arresto della pompa di
eduzione delle acque di
Monteponi e con essa i lavori
del pozzo di preparazione per la
campagna di lavori, creando un
danno gravissimo alla società.
Ne seguì una vertenza legale: il
4 giugno del 1872 venne
recapitato l'atto di protesto al
signor Giovanni Melis, impiegato
presso la miniera di Bacu Abis.
La società di Monteponi aveva
quantificato i danni in almeno
mille lire al giorno ed aveva
comunicato che il carbone
inglese "sarebbe stato
acquistato a sue spese, per non
lasciare la pompa inattiva".
Davanti al Tribunale di
commercio di Cagliari venne
aperto il procedimento tra la
società del Roux e la Monteponi.
Essa ebbe diversi risvolti,
anche curiosi, proprio perché il
rappresentante legale della
Monteponi, Baudi di Vesme, non
si presentava alle udienze. Ad
una prima sentenza di condanna,
il Roux aveva comunque
presentato appello, e la Corte
d'appello riesaminati tutti gli
atti, assolse Roux, con sentenza
del 29 luglio 1873.
La
Monteponi fece opposizione
sostenendo la nullità dell'atto
d'appello, della notificazione
della sentenza e del precetto,
perché consegnati fuori della
sede della società in Torino. La
società notificò un ulteriore
ricorso, in Corte d'Appello,
all'avvocato Doneddu, legale del
Roux, chiedendo anche
l'irrevocabilità della sentenza
del Tribunale di Commercio
poiché ormai passata in
giudicato.
In
una nota custodita ora
nell'archivio storico della
Monteponi, emergono gli estremi
di quel contendere. E si evince
ancora come la società di Bacu
Abis si fosse ben inserita nel
mercato, avendo acquisito anche
altri acquirenti come la ditta
P. Laurenti & Company ed altre
importanti imprese continentali
e sarde. Scriverà De Francesco
che "le traversie del Roux si
confondono nella storia
economica della sua patria
d'elezione (la Sardegna).
Produrre e non vendere,
continuare a produrre all'ombra
del credito concesso sotto la
forma d'una esclusiva, significa
correre alla rovina". In buona
sostanza, per poter far
progredire la sua impresa, Roux
doveva cercare altri clienti,
perché con l'esclusività pretesa
dalla Monteponi, avrebbe ben
presto sentito "un nodo scorsoio
attorno al collo".
Gli
affari del Roux furono,
comunque, alterni; tanto che
l'occupazione operaia ne
risentiva pesantemente.
L'Amministrazione comunale di
Gonnesa aveva rilevato come da
300 operai si fosse passati a
solo 15 uomini, perché molte
aziende sarde bruciavano ancora
carbone inglese, in quanto più
facilmente ottenibile rispetto
alla lignite di Bacu Abis.
Alle
difficoltà commerciali s'erano
aggiunti anche problemi tecnici
che portarono ad uno scontro tra
la società di Roux e
l'amministrazione di Gonnesa per
l'intorbidameno delle acque di
un piccolo fiume che
attraversava il territorio
comunale.
L'intervento del Corpo delle
Miniere accertò le
responsabilità della miniera ed
impose al Roux interventi
correttivi, in modo da evitare
l'inquinamento. Tutto ciò impose
fermi e rallentamenti nei
cantieri di estrazione,
procurando perdite e difficoltà
allo stesso esercizio economico.
La
viticoltura come salvagente per
le difficoltà dei cantieri
minerari
Per
cercare di compensare le
difficoltà industriali, Roux
introdusse nei gradini di
coltivazione nei quali era
esaurita la vena mineraria una
piantagione di viti, precorrendo
i tempi del ripristino
ambientale e della riconversione
del territorio.
Nonostante vagheggiasse
grandiosi progetti, i lavori, a
fine secolo, furono, comunque,
limitati: perché le zone più
profonde non erano in
lavorazione, a causa della
presenza dell'acqua, per la
quale aveva ritenuto necessario
costruire una galleria di scolo,
denominata Torino.
Secondo le note reperibili
presso l'ufficio delle miniere,
i lavori minerari attivati dal
Roux non sempre sembravano
rispondenti alla buona e
razionale tecnica, in quanto,
per rispondere alle esigenze di
mercato si erano condotti dei
lavori poco rispondenti ad un
buon andamento delle
coltivazioni successive. Con un
grave pregiudizio alla stessa
stabilità e sicurezza degli
impianti. Tutto questo avrebbe
portato ad una controversia tra
quell'ufficio e la società
mineraria, tant'è che nel 1879
fu stesa una relazione di visita
ed estimo del valore degli
stabili esistenti ed annessi
alla miniera di Bacu Abis,
"...acciò di liquidare le
ragioni fra la Compagnia
generale delle miniere in
Sardegna e l'ingegner Anselmo
Roux...".
I
membri della commissione - dopo
aver valutato i beni annessi
alla miniera in 89.127 lire e
non dovendo "...però tacere...
delle fenditure e crepacci più o
meno gravi in diversi muri della
casa della Direzione, della casa
Caprera e del laboratorio..." -
dedussero dall'ammontare dei
beni 10 mila lire, riducendone
il valore a poco più di 80 mila
lire.
Alle
concessioni minerarie utilizzate
dalla società (Bacu Abis e
Cortoghiana) erano annesse anche
case coloniche e terreni, in
parte aratori, in parte da
pascolo ed in parte coltivati a
vigna, di proprietà del Roux.
Gli andamenti economici della
società erano comunque sempre
assai precari e le difficoltà
facevano premio sulle
soddisfazioni, le preoccupazioni
alle gioie.
La
scomparsa quando ancora lottava
contro la sfortuna per il
successo
La
morte lo colse, improvvisamente,
a Tortolì, il 26 giugno 1899,
dove aveva acquistato una
miniera di piombo argentifero,
per cercare di diversificare la
produzione con un prodotto
minerario che desse introiti
maggiori.
La
sua avventura sarda era stata,
quindi, assai tormentata, anche
se, ripercorrendone le vicende,
non sembra gli fosse mai mancato
il coraggio e l'impegno "di
fare". Forse c'era stata anche
molta improvvisazione in talune
sue imprese; forse aveva
sopravalutato il valore
commerciale di quelle ligniti;
forse aveva ritenuto di poter
camminare speditamente, senza
che ad ogni passo incontrare
difficoltà e invidie. Forse
tante altre cose ancora. Certo,
la sua non era stata una vita
facile, sorte d'altra parte
comune a quei tanti pionieri,
più coraggiosi che avveduti, che
s'impegnarono in ogni capo del
mondo.
Ha
scritto Paolo Fadda in un suo
fortunato libro ("Alla ricerca
di capitali coraggiosi") che
l'ingegner Roux viene ricordato
come "un ingegnaccio di ottima
preparazione tecnica ma di
fallaci esperienze finanziarie,
tanto da costringerlo - per
riuscire ad affermare la sua
impresa - ad attraversare
periodi molto travagliati,
finendo anche in mano di
spietati usurai".
Dopo
la sua morte, il figlio Lorenzo
si assunse l'incarico di portare
avanti i progetti paterni,
lungimiranti non solo nella
impostazione dell'azienda
mineraria, ma anche nella
diversificazione attuata con
l'impresa agricola destinata a
supportare, con i suoi
rendimenti, le alterne sorti di
mercato di un prodotto forse
troppo debole.
[questo articolo è stato
pubblicato sul numero 6/2000 di
"Sardegna Economica"] |
|
Arsia
Antonio PENNACCHI
da
Limes
Quando da Trieste s'entra
nell'Istria sembra di fare un
salto nel tempo: si torna
indietro. Già è un'impresa
entrarci, quasi ai limiti del
possibile. Dice: "No, la colpa è
tua che in macchina devi essere
un po' imbranato". Hai capito
male, la colpa è di Trieste e di
tutto quel bailamme di
tangenziali che hanno fatto.
Viadotti su viadotti e nemmeno
un cartello che ti spieghi per
bene le cose come stanno. Adesso
ne trovi uno per la Slovenia
subito a destra, dieci metri
dopo ce n'è un altro che te la
piazza a venti chilometri. Tu
dici: "Vabbe', vediamo il
prossimo" e invece il prossimo
non c'è più. È sparita,
cancellata dalla carta
geografica. E tu continui a fare
avanti e indietro su sta madonna
di tangenziale. Tua moglie, a
fianco, non la smette di
ripetere: "Te l'avevo detto di
girare". Alla fine però, in un
modo o nell'altro, siamo
riusciti a passare: ecco
l'Istria, la frontiera - la
Slovenia per adesso, subito dopo
Muggia - Stargate, o Ai confini
della realtà. Era tutta roba
nostra da queste parti, adesso è
Slovenia e più avanti Croazia.
Ci hanno cacciato a bastonate ai
fianchi. Dice: "Vabbe', ma noi
eravamo fascisti". Ho capito, ma
sempre bastonate erano: quello
che hanno fatto i serbi in
Kosovo è niente in confronto a
quello che hanno fatto sloveni e
croati a noi. E poi - quando
sarebbe stata l'ora di rifarsi -
invece di mandare i Tornado in
Croazia e Slovenia li abbiamo
mandati proprio in Serbia, che
erano sempre stati gli unici
dalla parte nostra. Tedeschi e
austriaci no, loro sono sempre
stati con Croazia e Slovenia. Ai
danni nostri. Poi dice
Milosevic´. Ma tu guarda come
siamo furbi. Perché Tudjman era
un signore? E le foibe? Che sono
andate in prescrizione?
Comunque era tutto nostro,
almeno amministrativamente e
sulla carta. In realtà erano
interamente italiane le coste,
mentre i paesini dell'interno
erano a stragrande maggioranza
slava. Le città costiere no,
sempre state italiane, fin dai
tempi dei romani, di Venezia e
sotto gli Asburgo. Nell'interno,
loro. E non ci hanno mai visto
troppo bene. La differenza non
era solo etnica, era sociale e
di classe. Gli italiani più
ricchi, più colti;
professionisti, borghesi,
intellettuali. Loro pastori e
contadini. Ma erano pure di più.
Secondo Petacco nel 1914 -
quando la regione stava tutta
ancora sotto l'impero
austro-ungarico - nella sola
Venezia-Giulia c'erano 350 mila
italiani e 470 mila slavi. Nel
1921 invece - dopo nemmeno tre
anni dall'annessione - gli slavi
residenti erano scesi al 39% e
gli italiani saliti al 58%.
Qualche forzaturina dobbiamo
averla fatta. E anche dopo,
sotto il fascio, qualche caduta
di stile dobbiamo averla avuta.
Gli abbiamo chiuso tutte le
scuole sloveno-croate. Giornali
neanche a parlarne. Bisognava
parlare solo italiano. Pure i
cori folkloristici dovevano
adeguare il repertorio. Guai a
chi parlava slavo. Pure
all'osteria: dappertutto c'era
il cartello che te lo vietava.
Pure ai preti loro - che avevano
sempre predicato in croato - gli
abbiamo imposto di predicare in
italiano. E gli abbiamo
italianizzato tutti i cognomi:
italiani per forza. Impieghi per
loro negli uffici pubblici
nemmeno a parlarne: solo pastori
e contadini poveri, e qualche
minatore nei pozzi più profondi,
giusto quando non c'erano più
italiani. E guai a chi fiata.
Dice: "Ma scusa, c'era la
dittatura in tutta Italia, vuoi
che a loro gli facessimo lo
sconto? E che erano più belli?".
No, anzi: i fascisti di là erano
"fascisti di confine" e quindi
mi pare pure ovvio che il
manganello fosse più robusto e
l'olio di ricino più a buon
mercato. Ma quello che ci hanno
fatto loro dopo, Dio ne scampi e
liberi. Ci hanno cacciato con il
Ddt. Sterminato come le zanzare,
schiacciato come i bagarozzi.
Dice: "Vabbe', ma avevi perso la
guerra, e da che mondo è mondo
chi perde paga". D'accordo, ma
c'è modo e modo. Ci hanno
cacciato in 350 mila (più le
varie migliaia buttate nelle
foibe). Dispersi come gli Ebrei
per tutti gli angoli d'Italia,
quella democratica, che s'è
rifiutata - come pure era stato
chiesto - di concentrarli in un
unico posto, in un'unica zona.
Nell'Istria di adesso - 500 mila
abitanti circa, portati da tutta
la Jugoslavia a ficcarsi nelle
case nostre - gli italofoni non
raggiungono i trentamila. Poi
ridice Milosevic´. Altro che
pulizia etnica: Mastro Lindo. E
noi mo' li facciamo pure entrare
nell'Unione Europea e gli diamo
gli aiuti economici. Va' che
teste.
Comunque passi la frontiera e
torni indietro nel tempo. Noi
abbiamo pure risbagliato strada.
Ne ho presa una che sulla carta
sembrava una statale, tutta
segnata per benino in rosso.
Invece mi sono ritrovato
nell'interno, sali e scendi per
le montagne, stretta, tutta
curve, non c'era un cane in
giro; mia moglie che insisteva:
"Dove m'hai portato". Al ritorno
abbiamo preso l'altra più a est,
la diretta Rijeka-Trieste
(Rijeka che sarebbe Fiume), e
mia moglie sbandierava la carta:
"Vedi? Era questa che dovevi
prendere l'altra volta". Invece
era tale e quale a quella là,
quella dell'interno. Strade
degli anni Sessanta. Con le
toppe per terra, la carreggiata
stretta, le curve a corto raggio
- a novanta gradi - e l'asfalto
bianchiccio. Una macchina ogni
tanto. Proprio come da noi negli
anni Sessanta - con gli alberi
di qua e di là - quando guidare
era un piacere. Derapavi,
acceleravi, tagliavi le curve,
sorpassavi i camion a passo
d'uomo sulle salite. Facevi
quello che ti pareva. Così è
adesso ancora là, come sulla
Pontina d'una volta, sui
saliscendi tra Aprilia e
Pomezia. E vedi solo macchine
d'allora: 128, 850, un sacco di
Seicento. La Fiat aveva una
fabbrica in Jugoslavia, appena
gli finiva un modello qua,
smontava le linee e le portava
là: vai col tango. Come
l'Innocenti, che le linee di
montaggio nostre le hanno
vendute all'India, e ancora
sfornano Lambrette e tutti gli
Api che fanno avanti e indietro
per l'Afghanistan. Ci hanno
fatto la guerra i taliban con le
Lambrette nostre.
Arrivati comunque a Fiume
(Rijeka) abbiamo ridisceso la
costa verso sud, verso Pola. A
metà strada tra Fiume e Pola c'è
Arsia, e vicino a lei Albona,
con Pozzo Littorio. Naturalmente
questi nomi non ci stanno più,
né sulla carta geografica né
tantomeno sui cartelli stradali.
Se ti provi a chiedere "Pozzo
Littorio?" ti sparano dietro.
Non c'è più il comunismo di Tito
- e gli infoibatori - oramai
dovrebbero essere morti, anche
se di vecchiaia - ma da queste
parti non si sa mai, continuano
ad essere piuttosto permalosi.
Comunque adesso Arsia si chiama
Ras ¡a (pronuncia Rascia) e
Albona Labin (pronuncia Labìn).
Pozzo Littorio invece ha perso
del tutto anche l'individualità
della denominazione: adesso è
sic et simpliciter Labin,
tutt'uno con Albona; solo sui
catastali al 1:2000 c'è scritto
"Podlabin", che sarebbe Pié
d'Albona.
Dice: "Ma perché siamo venuti a
fare delle città da queste
parti? Allora avevano ragione
loro a dire che ci volevamo
impadronire del territorio e
italianizzarlo, facendoci pure
le città nuove". No. A parte il
fatto che queste sono città
costiere - e la costa come detto
è sempre stata etnicamente
italiana - qua c'era il carbone
e ci abbiamo fatto le città per
scavare il carbone, mica per
bellezza.
Le
miniere dell'Arsa erano di Guido
Segre , il fascistissimo
imprenditore ebreo già medaglia
d'argento della Grande Guerra,
cui il Duce delegò la creazione
ex novo di una grande industria
estrattiva nazionale che potesse
far fronte alle sanzioni e
garantire un minimo di autarchia
carbonifera. Segre fu un
gigante. Fornì al Duce su un
piatto d'argento esattamente
quello che gli era stato
chiesto. Certo ci fece la
cresta. Certo ci fu un sacco di
gente che si lamentò: i rapporti
di polizia e le denunce anonime
fioccavano sul tavolo del Duce
peggio che la neve in Russia, e
specie da Trieste, dove era una
specie di boss. Ma Segre gli
fece il miracolo. Gli inventò
il "carbone italiano" e tutta
una serie di città minerarie per
scavarlo, comprese Cortoghiana e
Carbonia in Sardegna. Poi,
come si sa, a quello vennero in
mente le leggi razziali e nel
'38 cacciò Segre a zampate. Finì
per morire nel '43 in Vaticano,
di crepacuore, coi tedeschi e la
Gestapo che lo aspettavano fuori
dalla porta. Certe volte il Duce
è stato peggio degli slavi.
In
realtà non era carbone-carbone
nemmeno quello dell'Istria. Era
una lignite pure questa, di
qualità un po' migliore - anzi
parecchio - rispetto a quella di
Carbonia, ma sempre
lignite era, carbone-hag,
nemmeno da paragonarsi a quello
inglese o belga. Però, come si
dice, questo avevamo. Si
trattava di scavarlo. Fin che i
belgi e gli inglesi ci portavano
il loro - litantrace, coke ed
antracite a buon mercato e con
incomparabile potenza calorifera
- il nostro non valeva la pena
nemmeno di guardarlo. E difatti
quello sardo nemmeno lo avevamo
mai cercato. Quello dell'Arsa -
nell'albonese - ci si era fino
allora rimessa qualche penna.
Avevano cominciato a utilizzarlo
i veneziani alla fine del
Settecento, nella zona di
Carpano. Lo sviluppo si ebbe
sotto la dominazione austriaca,
soprattutto tra la fine
dell'Ottocento e la grande
guerra. Poi, vivacchiando
vivacchiando, con
l'italianizzazione forzata di
tutte le imprese ex austriache
le miniere passarono alla
Società anonima carbonifera
Arsa, sotto il controllo di
Segre, e quando arrivarono le
sanzioni ci fu il nuovo e
decisivo impulso. Segre si mise
a cercare dappertutto - in tutta
Italia - qualunque cosa
assomigliasse al carbone e
l'Arsa diventò Acai (Azienda
carboni italiani) conglobando
anche la Sardegna, dove si fece
Carbonia. Nell'Istria si
aprirono nuovi e grandiosi
pozzi: a questo punto conveniva,
poiché quelli non solo t'avevano
messo le sanzioni per
l'Abissinia, ma tu già tenevi
fisso in testa che prima o poi
gli dichiaravi pure guerra; mica
ti potevi aspettare che ti
portavano il carbone. Bisognava
per forza che t'arrangiavi con
la lignite tua, specie quella un
po' più pregiata dell'Istria.
Ma, come si sa, non basta aprire
un pozzo: il carbone, per quanto
d'infima qualità, non è che esce
da solo, ci vogliono i minatori.
E quanto più carbone ti serve
tanti più minatori gli devi
mettere appresso. E da qualche
parte li devi pure far dormire.
Ti sei inventato una miniera
nuova? Gli devi fare una città
vicino. Mica ci vuole
l'architetto per capirlo. Dice:
"Ma il Duce non aveva detto al
discorso dell'Ascensione che lui
era contro l'urbanesimo, contro
le città?". Ancora con
l'Ascensione? Ma quello quando
gli serviva la campagna era
contro le città, quando gli
servivano le città le faceva
dalla sera alla mattina, con uno
schiocco di dita, senza pensarci
un minuto. Gli fregava assai, a
lui, dell'Ascensione. A quella
hanno abboccato solo gli storici
dell'architettura.
Arsia nasce nel Comune di
Albona. Albona sta sulla cima di
un colle, quasi una montagna. Da
lì si vede il mare e l'isola di
Cherso. Da lì s'avvistavano i
pirati ancora ai tempi dei
romani e gli albonesi - a
seconda del rapporto di forze -
scendevano alla spiaggia (a
Rabac, dove adesso ci sono
decine e decine d'alberghi, con
qualcosa come 12 mila posti
letto) ad affrontarli, oppure si
rintanavano nelle loro mura
aspettando che se ne andassero.
È tutta bianca di pietra, la
pietra carsica, e è tutta
veneziana: su ogni palazzo c'è
ancora il leone di S. Marco.
Arsia invece sta a un po' più di
sei chilometri, al fondo d'una
valle, un po' internata: dove
comincia il promontorio. Anzi,
più che una valle è proprio una
gola, dove scorre il Carpano, un
torrente. In alcuni tratti non è
più larga di trecento metri. E
lì s'adagia Arsia; stretta nella
gola, stesa lungo il torrente,
fra le due montagne che le
nascono di fianco, piene di
carbone. L'hanno fatta lì,
proprio all'imbocco delle
miniere, attaccata ai pozzi. La
gente usciva di casa e andava a
lavorare, senza bisogno di
corriere o biciclette. Si
infilavano nella montagna e la
scavavano come groviera. Poi
uscivano e tornavano a casa.
Guido Segre aveva pensato a
tutto. (Qualche volta però non
uscivano più, ci restavano
sotto, come il 28 febbraio 1940,
quando per lo scoppio del grisou
morirono in 186. Altrettanti -
altri 186 - morirono nei giorni
seguenti, per gli effetti dello
scoppio e delle esalazioni.
Un'altra esplosione ci fu nel
'48, quando oramai era
Jugoslavia, 86 minatori morti.
Altri ancora invece - e alcuni
non erano nemmeno minatori - ce
li portarono apposta a morire
gli slavi, a Pozzo Littorio, nel
'45; giustiziati e buttati là,
nei pozzi più profondi e
abbandonati. Perché italiani).
Arsia è proprio bella. Adesso
hanno smesso di scavare carbone,
non conviene più nemmeno alla
Croazia. Ma non da molto,
l'ultimo pozzo è stato chiuso
tra il 1990 e il 1992. La città
è rimasta quella che era allora,
dal fascio ad oggi è stato
costruito un fabbricato solo.
Naturalmente la Jugoslavia
socialista rimosse subito tutti
i simboli del regime, a partire
dalla statua al minatore-soldato
che troneggiava sotto la casa
del fascio. L'aveva fatta
Marcello Mascherini, ma
somigliava troppo a Mussolini.
Rimane solo un pezzo della
gamba, semisepolto in uno
sgabuzzino in cima al campanile
della chiesa. La indica
sottovoce I.S., una delle poche
italiane rimaste - i genitori
erano del vicentino, vennero nel
'36 per la miniera - e la chiama
"la gamba del Duce".
Ci
abitano ancora quattromila
persone. In maggioranza croati,
con un 40% di musulmani,
"bosniàcchi", come dice I.S. Li
fecero venire da tutte le parti.
Quelli che ancora parlano
italiano sono cento in tutto. Ma
parla italiano la città: le
mura, le pietre, l'architettura.
Anche il colore - che pure gli
slavi hanno profuso sugli
intonaci a volontà, dal celeste
al giallo al verde al rosso -
non fa che aumentare il tono
chiassoso e di "mediterraneità"
dell'insieme. Eppure la progetta
Gustavo Pulitzer Finali,
l'architetto triestino amico di
Segre, ebreo pure lui, e che
Segre si porterà appresso anche
a Carbonia a collaborare
e sovrintendere ai lavori di
Valle e Guidi (però Pulitzer, a
differenza di Segre, capirà in
tempo l'antifona delle leggi
razziali e riparerà prima in
Svizzera e poi in America).
Pulitzer è triestino,
mitteleuropeo. In Arsia profonde
una ricchezza di repertori
architettonici che non sembra
avere paragoni: ogni forma è
diversa dall'altra, ogni stilema
è un discorso compiuto. Ci sono
archi, colonne, ma anche travi,
piattabande. Tutto il cemento
armato che ti pare. E perfino
due bifamiliari col tetto ad una
falda, lati a trapezio
rettangolo, senza una cornice,
scarne, scabre: in Italia si
vedranno solo negli anni
Settanta e lui le ha fatte nel
1936. Muratore direbbe: "È
mitteleuropeo: si vede Tizio e
pure Caio". Io non l'ho capito
bene che vuol dire
mitteleuropeo. Ci sono i bravi e
ci sono gli asini. Dappertutto.
E questo non è un asino.
La
costruzione di Arsia comincia
nel 1936. All'inizio non si
pensa nemmeno che se ne farà un
Comune, tanto è vero che manca
il municipio. È a soli sei
chilometri da Albona, il Comune
è quello, sarà solo un
"villaggio per i minatori".
Viene inaugurata il 4 novembre
1937. Il Duce ha già visitato i
lavori in pompa magna con Segre
nell'agosto del '36. È sceso in
miniera ed è andato anche a
controllare il gigantesco porto
che si sta costruendo a quattro
chilometri, Porto d'Arsia ora
Luka Ras¡a: il carbone verrà
avviato qui con le decauville e
imbarcato sulle navi. Da lì
andrà a rifornire le fabbriche e
le centrali elettriche della
Patria. Ma già s'è capito che
non basta. Il Duce e Segre hanno
l'occhio fino: ci vuole ben
altro. Allora, per l'intanto,
facciamo un po' più grossa
questa, poi ne faremo un'altra
nuova, ancora più grossa, e
nuovi pozzi di scavo, proprio
sotto Albona (sarà Pozzo
Littorio). Vai col tango, e
Pulitzer si rimette a progettare
l'ampliamento.
Stavolta ci fanno il Comune.
Prima Segre pensava non
servisse: "Che lo faccio a fare?
A me mi serve il carbone". Ma
poi s'è accorto pure lui della
necessità - comune, come
vedremo, a tutte le "città
nuove" - di essere l'unico a
comandare in casa propria: "Io
me la sono fatta ed io ci
comando. E che mi ci metto,
l'inquilino?". Anzi dopo - a
Pozzo Littorio - hanno fatto
pure peggio (nel '40 Segre lo
avevano oramai bello che
cacciato, ma l'Acai continuava
tranquilla con quell'impronta).
Se Arsia all'inizio doveva
essere solo una frazione del
Comune di Albona - e stava a sei
chilometri - Pozzo Littorio,
poi, fin da subito è destinato a
divenire Comune, e da Albona
dista solo 500 metri, meno di
mezzo chilometro: Albona sta
sulla collina e lui sta sotto.
Ma deve diventare Comune. Per
conto suo. E per l'intanto - fin
che non è tutto pronto - viene
inserito come frazione nel nuovo
Comune di Arsia, non quello
d'Albona. Come a dire: "Qui è la
miniera che comanda. Pure sui
vigili urbani". La Jugoslavia,
poi, ridisegnerà tutte le carte:
Arsia con Arsia, e Pozzo
Littorio con Albona. Negli anni
dopo la guerra Podlabin (il
vecchio Pozzo Littorio) cresce
sempre di più, mentre Albona
decresce. Man mano che scavano
il carbone traforano la
montagnola di Albona da tutte le
parti. La scavano di sotto e di
sopra. E cominciano a cadere le
case. E tutti gli albonesi
scappano di sotto. I due
insediamenti oggi si confondono,
sono un tutt'uno. Sopra è
rimasta la città vecchia. Ma la
città vera è quella sotto, Pozzo
Littorio, e fa più di 10 mila
abitanti, anche se nessuno di
loro sa che si chiama così. Per
loro è Albona-Labin, al massimo
Podlabin.
Dice: "Vabbe', ma che c'entra il
carbone coi vigili urbani? Tu
sei un'azienda, il Comune è
un'altra cosa". Non è così. Il
potere è potere, e il gioco dei
veti incrociati non esiste solo
in democrazia. Pure in uno Stato
totalitario c'è sempre il
rischio che un burocrate o un
papavero locale - con una
lettera raccomandata e una carta
da bollo - ti mandano per aria
un piano di produzione. Stalin
li metteva al muro.
Il
nesso "città/azienda", peraltro,
è già stato rilevato in tutte le
"città dell'autarchia" - ovvero
quelle legate all'industria,
specialmente Carbonia e
Torviscosa anche se con una
connotazione di carattere
negativo: "città del padrone,
finalizzate allo sfruttamento e
alla società divisa in classi".
La relazione "città/azienda"
appare però in realtà essere
molto più che un semplice
"carattere" delle città
industriali dell'autarchia. Essa
è comune e va allargata
all'intero fenomeno delle città
nuove, a partire proprio dal suo
sorgere, a partire da quelle di
bonifica. Carbonia e
Torviscosa difatti sono solo del
1937-'38. Mussolinia (poi
Arborea) viene costruita da
Dolcetta (Comit) già nel 1928
perché serve alla bonifica di
Terralba, e chi la comanda e la
gestisce - anche
amministrativamente - è nei
fatti fino a tutti gli anni
Sessanta, e forse oltre, il
personale dell'azienda. I borghi
di servizio dell'Agro Pontino
(1931) nascono esattamente come
"centri aziendali" dell'Onc
(Opera combattenti). Quando si
fonda Littoria (1932) una delle
piazze principali - quella da
cui parte l'asse decumano - è
quella dove c'è la sede
dell'Opera e il primo podestà è
proprio Cencelli. Cencelli sarà
anche il primo podestà di
Sabaudia (1934) in cui - ancora
una volta - il gruppo di edifici
sicuramente più imponente è la
piazzaforte dell'Onc, vera
piazza fortificata. Le stesse
spese amministrative del Comune
saranno a lungo sostenute in
proprio dall'Opera combattenti,
il cui locale direttore tecnico
avrà identico se non maggiore
peso politico del podestà o del
commissario prefettizio. Lo
stesso varrà per Pontinia
(1935), per Aprilia (1937) e per
Pomezia (1938).
La
città nuova, quindi, come
funzione dell'azienda, a partire
dal momento stesso del suo
concepimento. Nasce e si pone
assolutamente - ed in maniera
quasi esclusiva - in una logica
manageriale o protomanageriale
dell'efficienza e dell'efficacia
produttiva. Dice: "Vabbe', è la
città corporativa". No, questa è
un'altra teorizzazione che
rimane per aria, poiché non
contestualizza, è omologante e
non fa le opportune distinzioni
- che pure esistono e sono
fortissime - tra città nuove di
bonifica e città dell'autarchia.
Mentre alle prime, difatti,
corrisponde un vero e proprio
scontro di classe che porta a
una riforma di struttura con la
modifica dei rapporti di
produzione - in un processo che
vede, come avanguardia
rivoluzionaria, una sorta di
"fascismo rosso" dell'Onc contro
il fascismo bianco degli agrari
- in quelle industriali, invece,
la mobilità di classe è
estremamente irrigidita e il
controllo sociale, anche
attraverso il fascio, è
saldamente in mano al
capitalismo dominante. Ma la
città nuova è comunque legata
alla produzione. È la città
moderna, pure a Magnitogorsk
fanno così: non è che un
elemento del lay-out, della
"planimetria di produzione", sia
che l'azienda debba poi sfornare
fibre tessili o carbone, sia che
debba produrre grano o bestiame
da latte. E non c'è niente di
più "fisico" di questo. Tutte le
"sovrastrutture" arrivano post
eventum, come l'accademia e gli
architetti stessi. Arrivano
dopo. A mettere l'ornato. A
disegnare gli edifici. Ma non
c'è una sola città di cui
abbiano scelto loro il sito. Non
ce n'è una sola che abbiano
"disegnato" loro. Le hanno
disegnate i tecnici: i direttori
di produzione per quelle
dell'autarchia, i geometri gli
agronomi e gli ingegneri
idraulici - quando non
direttamente il Duce - per
quelle di bonifica. Loro stavano
a pensare al Ciam (i congressi
internazionali degli architetti
moderni). Per fortuna. E si sono
persi la cosa più importante
fatta nel Novecento dal nostro
paese. La cosa migliore.
(Arsia 1 - continua) |
|
Pozzo
Littorio
Antonio PENNACCHI
da
Limes
La
volta scorsa dicevamo che Arsia
è proprio bella. È un posto dove
uno arriva e dice: "Qui mi
piacerebbe vivere", un buon
posto per crescere i figli. È
sostanzialmente una
città-giardino, una di quelle
città che l'architettura moderna
dice che fanno schifo. A loro
piacciono i grattacieli, le
torri, la città verticale. E non
è da dire che gli piacciano
adesso, gli piacevano già
allora, negli anni Trenta, e non
solo in America o in Germania,
pure in Italia, pure nell'Italia
fascista. Anzi, nell'Italia
fascista pure di più. Non
facevano che parlare d'altro.
C'era uno - Pagano - che voleva
fare i grattacieli all'Eur
(allora si chiamava E 42) e
quando Piacentini gli ha detto
di no e lo ha cacciato dal
progetto s'è rotolato per terra
fino al '43, strillava: "Ma che
state a fa'? Questa non è
architettura moderna, questa non
è architettura fascista". Lui
poi, poveraccio, è diventato
antifascista, ha fatto la
Resistenza, è stato torturato
dalla banda Koch ed è morto a
Mauthausen. Ma quando strillava
d'architettura era ancora
fascista, pienamente fascista
anzi, diceva che l'unica
architettura veramente fascista
era la sua e quella degli amici
suoi, tutti gli altri erano anti
o afascisti, opportunisti che
non avevano capito niente del
fascismo vero, Piacentini in
testa. S'approfittavano. Dice:
"Ma che c'entra Pagano? Ma come
ti permetti? Un eroe della
Resistenza". Ah, sul fatto che
sia stato un eroe della
Resistenza non si discute. Non
tanto di cappello, ma onore al
merito e alla memoria per omnia
saecula saeculorum. Ci voleva
del coraggio. Ma il fatto che
sia stato un eroe della
Resistenza non vuol dire che
avesse anche ragione in fatto di
architettura, e nemmeno fa
diventare l'architettura sua
un'architettura antifascista.
Lui antifascista c'è diventato
dopo, quando faceva l'architetto
era fascista come e più degli
altri, checché ne pensi De Seta.
Dice: "Sì vabbe', ma mica era
l'unico". Certo: e che t'ho
detto io? Dice: "No, pure pei
grattacieli". Appunto: Le
Corbusier li voleva fare a
Pontinia. Pare che è stato il
Duce a dire a Bottai: "Ma
mandalo a quel paese: l'hanno
cacciato in Russia lo debbo
prendere io?". E un'altra banda
di matti (Fariello, Muratori,
Quaroni, Tedeschi e Libera)
voleva fare i grattacieli a
Aprilia. Erano architetti
"moderni". E fascisti. In
Italia, come si sa, almeno fino
al 25 luglio, "italiano e
fascista" erano sinonimi o,
meglio, era una tautologia: la
ripetizione dello stesso
concetto. Però erano "moderni".
E quando poi sono diventati
antifascisti - come tutti noi
del resto - in forza della
modernità e dei grattacieli la
storia dell'architettura (vedi
Zevi e De Seta) hanno detto che
erano già antifascisti prima: in
nuce. Guarda quello che hanno
fatto con Piccinato, e poi vatti
a sfogliare tutte le annate di
Urbanistica e Architettura, dal
'32 al '43. Dice: "Vabbe', ma
che c'entra con Arsia?".
Ecco, a questi le città-giardino
non gli piacevano: gli venivano
gli sbocchi di stomaco solo a
sentirle nominare. Non le
andavano nemmeno a guardare. In
tanti anni di articoli e
polemiche su Casabella, Pagano
delle città di fondazione, dei
nuovi borghi e di tutto quel po'
po' di radicale modifica del
paesaggio agrario italiano che
si stava facendo, lui non
s'occupa mai. È importante solo
quello che si fa all'estero, e
soprattutto è fatto male tutto
quello che fanno gli altri. Ma
sto po' po' di Casamicciola lui
non se ne accorge per niente (è
un anacoluto, lo so). In tanti
anni scrive di due sole cose
(1): un articolo lungo e
velenosissimo contro la Pontinia
che aveva fatto Frezzotti (al
posto di Le Corbusier) e una
citazione brevissima, en
passant, su Arsia: "Le
inabitabili case di Arsia" (2)
scrive, punto e basta. Di più
non merita. Ma che ti venisse un
colpo - sempre facendo salvo
l'eroe della Resistenza
naturalmente (specie di questi
tempi non vorrei passare per
cortigiano del Polo pure io) -
ma che ci sei mai stato ad
Arsia? Ma che le hai mai viste
quelle case? Gli devi fare tanto
di cappello, tu, a Pulitzer
Finali. Che era pure ebreo.
Arsia è un bel posto, un posto
ideale per crescerci i figli
(peccato solo che adesso sia
all'estero, e un po' fuori
mano). C'è questa grande piazza,
che è subito all'accesso dalla
statale Fiume-Pola. Larga,
soleggiata, sfalsata su più
piani. Svetta la chiesa a
paraboloide (chissà se a Calza
Bini figlio gli era venuta da
qua l'idea per quel monstrum di
Incoronata, ma sicuramente è
venuta quella di Ciucci per la
chiesa di Borgo Podgora) coi
costoni in cemento armato -
Segre l'acciaio ce lo aveva di
suo - che reggono la volta. Pare
che il motivo riprenda i
vagoncini della miniera, che
servivano a portare il carbone
su e giù per i pozzi. E difatti,
a fianco alla chiesa, c'è un
trenino a bella posta, anche se
arrugginito. Nella canonica - il
culto naturalmente lo amministra
un prete croato - c'è anche il
museo della miniera, ora chiusa.
Nella piazza il municipio, la
banca, le poste, il bar ed il
cinema nell'ex dopolavoro e la
vecchia casa del fascio. Senza
più fascio, ma con iscrizioni su
marmo - in croato - che
celebrano l'avvenuta liberazione
(e per tutto il paese, ogni
tanto, scritte sui muri: "W
Tito"). Restano i porticati
però, inconfondibili - anche
quelli a piattabanda che dalla
piazza introducono alle
residenze - il frontone della
Gil e soprattutto l'arengario:
una mensola rotonda, a sbalzo su
un angolo della casa del fascio,
identica ad un balcone di Borgo
Hermada. Non si capisce cosa
faccia, lì, sopra la lapide di
Tito e il basamento vuoto della
statua al minatore, che
somigliava troppo al Duce. Chi
ci si affaccia più, ad
infiammare la folla? Manco
Milosevic´.
Poi
s'esce dalla piazza ed
incominciano le stradette, lungo
il corso del torrente, con le
casette articolate su due piani.
Da una parte - verso sud, verso
Pola - sono tutte bifamiliari.
Ma non con unica tipologia: si
alternano in tutta la città
almeno sei o sette diverse
tipologie, con un effetto di
brio e varietà che non troverà
riscontro nella piatta
uniformità della successiva
Carbonia. Qui sono a due piani,
con porticati, verande, loggette
e pergolati giocati sia sul
motivo dell'arco che su quello
della trave a piattabanda. E
muretti di recinzione in pietra
bianca squadrata, a faccia
vista. Ogni abitazione ha orto e
giardino, davanti e di dietro,
nel più puro spirito dell'homo
novus fascista: anche se
minatore, quando torna a casa
non deve perdere il contatto con
la terra (a parte il fatto che
due galline e un po' di pomodori
non erano, almeno a quel tempo,
un optional del tutto
superfluo). Dall'altra parte - a
nord, verso Fiume - ci sono
anche le quadrifamiliari, sempre
con orto e giardino, che
travalicano anche dall'altra
parte del torrente. Ma ci sono
anche fabbricati più grossi -
tre piani fuori terra - che
oltre al centro urbano e alla
direzione della miniera sono
dedicati alle case-albergo per i
lavoratori scapoli. Particolare
cura è destinata all'asilo, alla
Gil, alle scuole, al dopolavoro
e agli impianti sportivi. Ci
sono perfino le piscine: oggi ci
gracidano le rane, ma il
trampolino in cemento armato è
ancora pronto ad aspettare che
qualcuno si tuffi. Gran parte
della città era dotata di
impianti di riscaldamento
centralizzato, con le tubature
che correvano verso la centrale
termica della miniera,
coibentate sotto tutte le 312
strade. Pulitzer pensa a tutto,
pure agli arredi (lui del resto
sarà un grande arredatore,
soprattutto di transatlantici):
le case verranno fornite agli
operai complete di tutta la
mobilia, disegnata da lui fin
negli armadi e le sedie.
La
piazza è piena di colori -
celeste, giallo, rosso, verde -
ed anche gli edifici più grandi.
Le casette invece sono un po'
scrostate, qualche pezzo di
intonaco è caduto, la
manutenzione è carente. Ma
dappertutto ci sono le antenne
paraboliche, bande di ragazzini
che corrono, panni stesi
all'aria ad asciugare, e
macchine parcheggiate su tutti e
due i lati delle stradette: 128
rosse, vecchie 600 gialle, 124,
131 Mirafiori. E la città è
linda. Forse quando ancora
funzionava la miniera - pochi
anni fa - non doveva essere
proprio così linda. Ma adesso lo
è. E soleggiata, e piena di
verde: alberi da tutte le parti,
prati, il torrente, e alberi e
boschi fitti fitti su tutti e
due i versanti delle montagne
che s'alzano a cornice e
stringono nel fondo il lungo
nastro di Arsia.
Pozzo Littorio invece è tutta
diversa. Fu progettata
dall'architetto Eugenio Montuori
e realizzata nel 1940. Segre lo
avevano già cacciato e Pulitzer
Finali s'era già dato in
Svizzera e poi in America. Ma il
bisogno di carbone cresceva -
nel 1942, tra Arsia e Pozzo
Littorio verrà raggiunta la
produzione record di 1.158.000
tonnellate di carbone - e allora
s'erano messi a fare
quest'altra, a 8 chilometri da
Arsia ma a soli cinquecento
metri da Albona. E ci hanno
fatto subito gli uffici per la
delegazione comunale - quella di
Arsia naturalmente, non quella
di Albona, perché chi comanda è
la miniera - poi si vedrà. Ma
non è una città-giardino, è
città-città: verticale, con case
a torre, pure quattro piani
fuori terra e tutta una serie di
blocchi di tre piani a pettine.
E questa va su tutte le riviste,
perché questa è fatta bene,
perché Montuori sì che è uno
bravo: non per niente è amico di
Piccinato (però doveva essere
amico pure di Pulitzer e di
Segre, visto che lo fanno andare
a Carbonia qualche anno prima ed
è lui che ne firma l'ampliamento
di Prg al posto di Pulitzer dopo
le leggi razziali, ed anche a
Pozzo Littorio, poi, riprende
pari pari e costruisce - per la
zona a casette - le tipologie di
Pulitzer, sia ad arco che a
piattabanda, per le bifamiliari
di Arsia). A me pare però che
Montuori - pure qui a Pozzo
Littorio - conosca solo il
rettangolo. Non lo so, forse non
gli piace nessun'altra figura
geometrica, o forse non gli
viene bene, non la sa fare, gli
si era rotto il compasso,
spezzato il curvilinee: quando
c'è un arco sembra copiato.
Quelli delle casette li ha
disegnati Pulitzer ad Arsia, e
il porticato d'angolo della casa
del fascio in piazza sembra
proprio quello di Aprilia lato
nordest (Petrucci): tale e
quale. La chiesa - e soprattutto
il campanile che fa da sfondo al
cannocchiale d'accesso - è
proprio Sabaudia. Dice: "Vabbe',
ma a Sabaudia ci ha lavorato
lui" (con Piccinato, Cancellotti
e Scalpelli). D'accordo, ma
anche i blocchi a pettine - con
quelle prospettive di ballatoi
che costituiscono la cosa bella
di Pozzo Littorio, tutti verdi
di tende e ringhiere: verdi
perché è il colore dell'islam, e
lì ci abitano tutti i musulmani
e "bosniàcchi" che ci hanno
portato al posto nostro, e tu
vedi in giro pure un sacco di
gente scura di pelle, quasi nera
- sembrano proprio le Case
popolari che ha fatto Nicolosi a
Littoria. Anche il torrione
della casa del fascio - la torre
littoria nominale - tutto in
pietra bugnata a faccia vista, è
identico preciso a quello di
Segezia (sempre Petrucci). La
torre littoria vera, però, è la
ciminiera della miniera - o
meglio: della centrale termica
della miniera, che anche qui
porta il riscaldamento in tutte
le abitazioni - e non a caso,
visto che la torre deve
simboleggiare il potere e il
vero deus ex machina di questo
organismo urbano (vedi numero
precedente) è esattamente la
miniera. La ciminiera è
altissima, affusolata,
imponente, originale, ma non a
base circolare. Non è solo una
ciminiera, è proprio una torre:
sagomata, concava, persino con
un simulacro d'arengo a un
centinaio di metri d'altezza. È
la torre littoria più grande di
tutte. E questa la deve aver
fatta lui.
Gli
slavi hanno lasciato quasi tutto
intatto. Hanno tolto i fasci
naturalmente, pure dalla
ciminiera, e hanno riempito
dappertutto di lapidi in ricordo
dei martiri della Resistenza
loro. Hanno pure sopraelevato di
un altro piano l'edificio della
piazza, dove c'era la casa del
fascio e la delegazione comunale
di Arsia. Ora è tutto Labin,
Albona. E hanno costruito anche
dall'altra parte, fino sotto la
montagna, fino a Albona, ma
hanno costruito esattamente come
sotto il fascio, soprattutto con
casette a due piani come quelle
di Pulitzer. Pozzo Littorio
(Podlabin) è pieno di vita.
Anche qui macchine degli anni
Settanta - 124, 132 - ma c'è
chiasso, clacson, città. C'è
colore. Tutto è tenuto bene.
Anche le casette. Meglio di
Arsia. C'è più vita. È più
città. Vicino c'è Rabac, con
dodicimila posti letto per i
tedeschi che vengono al mare
d'estate. Nessuno va più in
miniera. Anzi, a volte pare che
nessuno lavori: fabbriche non ce
ne stanno, campi lavorati in
giro nemmeno - in tutta l'Istria
non c'è più un campo lavorato,
l'agricoltura è stata sradicata:
l'economia di piano prevedeva
che si facesse solo in Pannonia
- e quando vedi qualcuno che
lavora in giro, magari nei
lavori edili sulle strade,
lavora con certi ritmi che ti
viene voglia di scendere dalla
macchina e farlo tu al posto
suo. In Fulgorcavi ti menavano.
Roba che uno dice: "Ma come
campa tutta questa gente? Va
bene che hanno solo i 128 e le
paraboliche attaccate a tutte le
finestre, ma da qualche parte
devono pure mangiare".
Dall'Italia mangiano, dove vuoi
che mangino? Partono in massa a
primavera e vengono a lavorare a
Iesolo, a fare i camerieri, e
tornano dopo l'estate. Ma
soprattutto l'Inps, le pensioni
nostre. Tutti sti vecchi
pigliano la pensione. Erano
sotto lo Stato italiano, allora:
anche se hanno lavorato solo un
anno, adesso gli tocca la
minima. Il milione di
Berlusconi. E con quello
campano. Campano coi vecchi e
con le pensioni. Nostre. E a noi
ci hanno cacciato a bastonate.
Trecentocinquantamila (3) .
Dieci o ventimila morti nelle
foibe (il numero preciso non si
sa). Fabrizia Ramondino (4)
riporta la testimonianza di un
sopravvissuto: "Addì 2 maggio
1945 vennero a prelevarmi a casa
mia con un camioncino sul quale
erano già i tre fratelli
Alessandro, Francesco e Giuseppe
Frezza, nonché Giuseppe Benci.
Giungemmo stanchi e affamati a
Pozzo Littorio dove ci aspettava
una mostruosa accoglienza;
piegati e con la testa all'ingiù
fecero correre contro il muro
Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti
a terra dallo stordimento,
vennero presi a calci in tutte
le parti del corpo finché non
rinvennero e poi ripeterono il
macabro spettacolo. Chiamati
dalla prigionia al comando,
venivano picchiati da ragazzi
armati di pezzi di legno. Alla
sera, prima di proseguire per
Fianona, dopo trenta ore di
digiuno, ci diedero un piatto di
minestra con pasta nera non
condita. Anche questo tratto di
strada a piedi e per giunta
legati col fil di ferro ai polsi
due a due, così stretti da farci
gonfiare le mani e urlare dai
dolori. Non ci picchiavano
perché era buio. A un certo
momento della notte vennero a
prelevarci uno a uno per
portarci nella camera delle
torture. Fui l'ultimo a essere
martoriato: udivo i colpi che
davano ai miei compagni di
sventura e le urla di strazio.
Venne il mio turno: mi
spogliarono, rinforzarono la
legatura ai polsi e poi giù
botte da orbi. Cinque manigoldi
contro di me, inerme e legato,
fra questi una femmina. Uno mi
dava pedate, un secondo mi
picchiava col filo di ferro
attorcigliato, un terzo con un
pezzo di legno, un quarto con
pugni, la femmina mi picchiava
con una cinghia di cuoio. Prima
dell'alba mi legarono con le
mani dietro la schiena e in fila
indiana, assieme a Carlo
Radolovich di Marzana, Natale
Mazzucca da Pinesi (Marzana),
Felice Cossi da Sisano, Graziano
Udovisi da Pola, Giuseppe Sabati
da Visinada, mi condussero fino
all'imboccatura della foiba. Per
strada ci picchiavano col calcio
e con la canna del moschetto.
Arrivati al posto del supplizio,
ci levarono quanto loro sembrava
ancora utile. A me levarono le
calze (le scarpe me le avevano
già prese un paio di giorni
prima), il fazzoletto da naso e
la cinghia dei pantaloni. Mi
appesero un grosso sasso, del
peso di circa dieci chilogrammi,
per mezzo di filo di ferro ai
polsi già legati con altro filo
di ferro e mi costrinsero ad
andare da solo dietro Udovisi,
già sceso nella foiba. Dopo
qualche istante mi spararono
qualche colpo di moschetto. Dio
volle che colpissero il filo di
ferro che fece cadere il sasso.
Così caddi illeso nell'acqua
della foiba. Nuotando, con le
mani legate dietro la schiena,
ho potuto arenarmi. Intanto
continuavano a cadere gli altri
miei compagni e dietro a ognuno
sparavano colpi di mitra. Dopo
l'ultima vittima, gettarono una
bomba a mano per finirci tutti.
Costernato dal dolore non
reggevo più. Sono riuscito a
rompere il filo di ferro che mi
serrava i polsi, straziando
contemporaneamente le mie carni,
poiché i polsi cedettero prima
del filo di ferro. Rimasi così
nella foiba per un paio di ore.
Poi, col favore della notte,
uscii da quella che doveva
essere la mia tomba". E per
quelli che invece sono rimasti
là sotto non c'è nemmeno una
lapide in tutta l'Istria, anzi
nemmeno una croce, tanto che i
profughi giuliano-dalmati li
chiamano ancora "morti senza
croce". E Arsia adesso è Rasa, e
Pozzo Littorio è Podlabin.
Nota
a margine (5)
Nel
numero precedente abbiamo
presentato una "Ipotesi di
catalogo delle città nuove
italiane degli anni Trenta" che
sommava 70 nuovi insediamenti,
cifra che è sicuramente
destinata a salire anche col
contributo dei lettori (alcuni
hanno già scritto). Manca
difatti, allo stato, un Regesto
completo delle fondazioni in
Italia degli anni Trenta. Non
sappiamo ancora, in pratica,
esattamente quante erano: né
quante, né quali, né come, né
dove. Uno studio sistematico del
fenomeno delle città nuove nel
suo complesso non è mai stato
fatto; pure De Felice lo bypassa
tranquillamente. L'unica
eccezione è rappresentata da
Mariani (6) e Nuti-Martinelli
(7) che - con tutti i limiti e i
pregiudizi che è pure abbastanza
facile riscontrare vent'anni
dopo - finiscono per canonizzare
un elenco di 12 città nuove
italiane: Littoria, Sabaudia,
Pontinia, Aprilia, Guidonia,
Pomezia, Mussolinia, Carbonia,
Fertilia, Torviscosa, Arsia,
Pozzo Littorio. Questo elenco
diventa vangelo e chiunque
decide d'accostarsi in seguito
alla questione - pure da
oltreoceano (8) - lo assume come
vero e proprio canone. Da lì non
ci si scosta: 12 sono e 12
rimangono. È un canone, però, in
cui sembra proprio che l'unico
elemento omologante - l'unica
valenza tassonomica - sia
costituito dalla griffe dei
progettisti o dalla notorietà
dell'insediamento che, come si
sa, pur se assai importanti non
fanno scienza: la scienza è
un'altra cosa. In quell'elenco
stanno difatti, assieme a realtà
fondate come villaggi ed
evolutesi poi in comuni (Arsia e
Mussolinia), sia comuni
evolutisi in province
(Littoria), sia province rimaste
comuni (Carbonia), sia
realtà concepite come centri
comunali e realizzate come tali
(Sabaudia, Aprilia, etc.), sia
centri comunali rimasti poi per
sempre semplici frazioni
(Fertilia e Pozzo Littorio). Non
appare quindi essere la funzione
amministrativa - né quella di
progetto, né quella di eventuale
ed effettiva realizzazione - il
carattere distintivo della città
nuova; e comunque nelle stesse
condizioni ce ne stanno tante
altre: Segezia ed Icoronata,
nate proprio come centri
comunali, sono oggi piccole
frazioni al pari di Fertilia,
mentre San Cesàreo, nato come
borgo rurale, è oggi un comune
(al pari di Arsia e Mussolinia)
con più di 7 mila abitanti. Se
non è quello amministrativo,
qual è quindi il criterio
giusto? Forse quello delle
grandezze (un borgo si distingue
da una città perché è piccolo)?
Ma Fertilia - poche centinaia
d'abitanti - può dirsi grossa?
Arborea già Mussolinia pure?
Mentre Latina Scalo, già
Littoria Stazione - nato come
semplice borgo di servizio con
esattamente quattro caseggiati
agli angoli di un incrocio, ma
che adesso fa 20 mila abitanti -
è solo un "borgo"? Così pure
Borgo Podgora, Borgo Hermada (4
mila), Lamezia Terme e tutti gli
altri? Anche le "grandezze",
quindi, non sono un criterio
affidabile: quando si fonda una
città è quasi sempre piccola
all'inizio, poi può crescere,
può anche morire subito, oppure
può starsene tranquilla nel suo
bozzolo chissà per quanti anni,
e poi lussureggiare
all'improvviso, come Incoronata
che ha cominciato a svilupparsi
solo adesso. La questione è
quindi di definire con esattezza
il concetto di città di
fondazione in termini
rigorosamente
teoretico-qualitativi e non
metrico-quantitativi: la specie
e non il numero. A questo scopo
appare ancora abbastanza
esaustiva la definizione di
Pierotti (9), secondo cui il
"concetto discriminante che
serve particolarmente nel caso
delle città di fondazione [è]
l'esistenza o meno di un
problema-città. Un
problema-città esiste quando la
creazione di un nuovo
insediamento ha come scopo
esclusivo o prevalente la
costituzione di un nuovo
organismo urbano, pensato nelle
sue specifiche articolazioni
costruttive e funzionali".
Questo esclude sia ogni
insediamento sorto per sinecismo
o aggregazione spontanea e poi
razionalizzato, sia ogni
lottizzazione - tipo Torvaianica
o la costa del Circeo - che non
preveda dal suo sorgere
articolazioni funzionali e spazi
pubblici e di socializzazione.
Non è però tassativa la presenza
ante quem di un piano
regolatore. Anche a partire
dall'antichistica - anzi,
proprio a partire
dall'antichistica e da Fustel de
Coulanges - quello che
caratterizza e definisce la
città di fondazione è la
presenza e constatazione di uno
schema programmatico, che
anziché su strade, come fa il
piano regolatore, suddivida e
attribuisca funzioni e spazi
(pubblico dal privato, civile
dal religioso, residenziale dal
produttivo e aperto dal chiuso)
per semplici linee, con squadro,
paline e allineamenti. Questa è
la città di fondazione a partire
dai tempi di Ippodamo di Mileto
(10) e sono quindi a pieno
titolo città di fondazione tutti
i borghi dell'Agro Pontino,
embrioni di urbanizzazione
pensati ab origine nelle
specifiche articolazioni
funzionali, sia pubbliche che
private, ancora anni prima che
si ipotizzi Littoria (11) . È su
questi borghi inoltre - e non
nelle aule universitarie o al
Ciam - che i tecnici dell'Onc
(Opera nazionale combattenti)
costruiscono man mano e sul
campo il modello progettuale
complessivo della città di
bonifica, che diverrà poi
canonico e verrà esportato
dappertutto, da Aprilia a
Pomezia, alla Puglia, alla
Sicilia, alla Libia. Accanto a
questo, però, s'aggiunge un
altro e fondamentale discrimine
- non essendo data la città solo
dagli edifici, vuoi pubblici o
privati, e dal reticolo delle
strade - per la corretta
individuazione delle città di
fondazione. La città è
soprattutto un fatto
antropologico: essa è data dalla
gente che ci sta dentro, dalle
relazioni che le persone
intessono, dalla loro cultura,
dal loro patrimonio condiviso di
storie, di memorie, di miti e di
riti che ne fanno, appunto, una
communitas - piccola o grande
che sia, e piccolo o grande che
sia quel patrimonio condiviso -
specifica ed individua, diversa
da tutte le altre. La città è un
organismo vivente, è un
organismo biologico. E non solo
perché di anno in anno cambia e
muta negli edifici, cambia e
muta nelle strade, ma
soprattutto perché cambia e muta
nelle persone, nella sua storia,
nella communitas. Chi vive nelle
città nuove finisce per
partecipare del mito della
fondazione, perché è da lì che
nasce e trae comunque alimento
la communitas di cui fa parte e
la propria e specifica identità
personale (senza gli altri, un
uomo non è uomo; lo dice
Aristotele). La città nuova è un
organismo biologico; un nuovo
organismo biologico, unico e
individuo: prima non c'era e
adesso c'è; una nuova comunità,
una nuova scintilla di vita. È
per questo che i decentramenti
non sono città nuove. L'Eur è
bellissimo, la Città
universitaria pure ed anche il
Tiburtino terzo. Ma sono Roma.
Come è Roma Ostia Lido, e pure
Acilia. Certo, hanno sicuramente
caratteri che ne definiscono
individualità sociale e
collettiva, ma sono sottogruppi,
communitas di quartiere. È una
crescita di Roma: nuovi rami,
che escono dalla stessa pianta e
dalle stesse radici; partecipano
del mito di Romolo. Lo stesso
discorso vale per le cittadine
ricostruite - anche se a
fundamentis, come sembrerebbero
Tresigallo, Corridonia,
Predappio, Colleferro, etc. - su
insediamenti preesistenti. La
città nuova invece è una
piantina - o solo un seme, come
il Villaggio di Sessano poi
Borgo Podgora - che viene
piantata all'improvviso poi, se
Dio vuole, cresce e s'assesta e
diventa una pianta grossa, come
Latina, Carbonia e tutte le
altre; oppure rimane
mingherlina, come Segezia e
Borgo Cervaro, o proprio muore
come Tavernola. Ma è una cosa
nuova, una cosa che prima non
c'era.
________
Note:
1.
La notazione è di L. NUTI, "La
città nuova nella cultura
urbanistica e architettonica del
fascismo", in G. ERNESTI (a cura
di), La costruzione dell'Utopia.
Architetti e Urbanisti
nell'Italia Fascista, Roma 1988,
pp. 231-246.
2.
G. PAGANO, "Potremo salvarci
dalle false tradizioni e dalle
ossessioni monumentali?",
Costruzioni-Casabella, n. 157,
gennaio 1941, ora anche in ID.,
Architettura e città durante il
fascismo,a cura di C. De SETA,
Roma-Bari 1976, p. 131.
3.
R. PUPO dice che sono 250 mila
(cfr. ID., "L'esodo forzoso
dall'Istria", in P.
BEVILACQUA-A. DE CLEMENTI- E.
FRANZINA, Storia
dell'emigrazione italiana, Roma
2001, pp. 385-396), ma tutte le
altre fonti (cfr. Limes,
"Piccola grande Europa", n.
1/2002) si attestano su 350
mila.
4.
F. RAMONDINO, Passaggio a
Trieste, Torino 2000, pp.
204-205.
5.
Parti di questo testo sono già
state pubblicate in Metafisica
costruita. Le Città di
fondazione degli anni Trenta
dall'Italia all'Oltremare, Tci,
Milano 2002, pp. 162-163.
6.
R. MARIANI, Fascismo e "città
nuove", Milano 1976.
7.
L. NUTI-R. MARTINELLI, Le città
di Strapaese. La politica di
"fondazione" nel ventennio,
Milano 1981.
8.
Cfr. D. GHIRARDO-K. FORSTER, "I
modelli delle città di
fondazione in epoca fascista",
in Storia d'Italia Einaudi,
Annali 8: Insediamenti e
territorio, Torino 1985; D.
GHIRARDO, Building New
Communities. New Deal America
and Fascist Italy, Princeton-Usa
1989.
9.
P. PIEROTTI, "Le non-città della
ragione", in R. MARTINELLI-L.
NUTI (a cura di), Le città di
fondazione, Venezia 1978, p.
120; ma cfr. pure ID.,
Urbanistica: storia e prassi,
Firenze 1972.
10.
Cfr. P. SOMMELLA, Corso di
Topografia e urbanistica e del
mondo classico, a.a. 1989-90;
ID., Italia antica.
L'urbanistica romana, Roma 1988;
ma cfr. pure F. CASTAGNOLI,
Ippodamo di Mileto e
l'urbanistica a pianta
ortogonale, Roma 1956; R.
MARTIN, L'urbanisme dans la
Grèce antique, Parigi 1956; A.
GIULIANO, Urbanistica delle
città greche, Milano 1966; M.
TORELLI-E.GRECO, Storia
dell'urbanistica. Il mondo
greco, Bari 1983.
11.
Sull'intera questione cfr. I
Borghi dell'Agro Pontino, Latina
2001, pp. 35-61. Del resto la
parola borgo - che fa il suo
trionfale accesso nel lessico
delle città nuove proprio nel
Pontino, tra il '31 e il '32 ad
opera dei vertici Onc (forse il
duo Savoia-Todaro se non
addirittura lo stesso Cencelli)
- evidentemente tradisce una
voluptas subliminale ed
inconscia assai diversa ed
opposta a quelli che forse erano
i livelli razionali di decisione
e consapevolezza. Per loro il
borgo non avrebbe dovuto
divenire una città come
l'intendiamo noi - una vera e
propria urbs - ma costituire
solo il centro fisico della
civitas, che oltre a fornire i
servizi funzionasse da fulcro,
da snodo e quindi da
condensatore sociale di una
communitas i cui partecipanti
erano sparsi nel territorio. Il
termine borgo, peraltro, ha
subito un processo di
desemantizzazione che lo ha
portato solo in tempi
relativamente recenti ad
indicare insediamenti extra o
non-urbani e quindi rurali, ai
quali si sarebbe esteso partendo
originariamente dall'indicazione
di nuclei di fabbricati
formatisi extra moenia - oltre
le porte della città - e
chiamati anche sobborghi. Il
tardo-latino burgus invece -
luogo fortificato - sarebbe una
derivazione dal germanico burgs.
In realtà in italiano, accanto
al lemma sobborgo, persiste il
suo sinonimo suburbio, evidente
cultismo derivato da "sub urbs".
È quindi da urbs che deriva lo
stesso burgs, con un processo di
metatesi (trasposizione di uno o
più suoni nel corpo di una
parola: in questo caso la b che
si sposta all'inizio) assai
comune nel parlato, come drento
per dentro. La metatesi
urbs-burgs - probabilmente già
corrente durante la romanità -
dev'essersi diffusa fra
tardo-antico ed alto-medioevo,
quando a causa degli
spopolamenti la città s'è
ristretta, con l'abbandono da
parte degli abitanti delle zone
periferiche e l'addensamento
verso il centro o luoghi
significativi e fortificabili
della vecchia città romana
(l'urbs), come l'anfiteatro nel
caso di Lucca. È così e non
altrimenti che s'è formata la
città medievale: dal borgo,
dall'urbs. Va però detto che
questa etimologia è recisamente
rifiutata - proprio in termini
di epiglottide - da Luca
Serianni: "E la g da dove
uscirebbe?". Non lo so da dove
esce la g, ce l'avranno aggiunta
i germani, ma in ogni caso in
latino c'è già suburra e, anche
volendo accettare una mediazione
loro (burgs=città, da cui
Magdeburgo, Strasburgo, San
Pietroburgo etc.), resta
comunque da chiedersi quando
costoro - i germani - avrebbero
mai visto una città o una
fortificazione prima di vedere i
romani. Che se la sognavano?
Sempre da urbs-città deriva. E
borgo significa città, anche se
Cencelli - o Savoia-Todaro -
pensavano il contrario. |
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